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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 831 cod. proc. civile: Revocazione ed opposizione di terzo

Il lodo, nonostante qualsiasi rinuncia, è soggetto a revocazione nei casi indicati nei numeri 1), 2), 3) e 6) dell’articolo 395, osservati i termini e le forme stabiliti nel libro secondo.
Se i casi di cui al primo comma si verificano durante il corso del processo di impugnazione per nullità, il termine per la proposizione della domanda di revocazione è sospeso fino alla comunicazione della sentenza che abbia pronunciato sulla nullità.
Il lodo è soggetto ad opposizione di terzo nei casi indicati nell’articolo 404. Le impugnazioni per revocazione e per opposizione di terzo si propongono davanti alla corte d’appello nel cui distretto è la sede dell’arbitrato, osservati i termini e le forme stabiliti nel libro secondo.
La corte d’appello può riunire le impugnazioni per nullità, per revocazione e per opposizione di terzo nello stesso processo, se lo stato della causa preventivamente proposta consente l’esauriente trattazione e decisione delle altre cause.


Giurisprudenza annotata

Revocazione ed opposizione di terzo.

 

 

  1. Revocazione; 2. Opposizione di terzo; 3. Regolamento di competenza; divieto; 4. Casistica.

 

 

  1. Revocazione.

Ai sensi dell’art. 831 c.p.c., l’impugnazione per revocazione del lodo arbitrale è consentita nei soli casi indicati dai numeri 1, 2, 3 e 6 dell’art. 395 c.p.c., e, pertanto, non anche nell’ipotesi dell’errore di fatto, prevista dal n 4 del citato art. 395 c.p.c. Cass. 20 dicembre 1976, n. 4686.

 

L’art. 831 c.p.c. - che esclude l’impugnazione per revocazione delle sentenze arbitrali tanto per i motivi di cui ai nn. 4 e 5 dell’art. 395 c.p.c., quanto per le sentenze per le quali sia sperimentabile l’impugnazione per nullità - comporta che una sentenza arbitrale soggetta ad impugnazione per nullità non è suscettibile di revocazione, nonostante che i motivi di revocazione non possano farsi valere nel giudizio di nullità, ammesso solo per i casi previsti dall’art. 829 c.p.c., tra cui non sono compresi quelli dell’art. 395 citato. Pertanto, qualora si sia esperita l’azione di nullità, l’unico rimedio è quello di impugnare per revocazione la sentenza che ha pronunziato su detta azione, sentenza da considerarsi come emessa in grado d’appello, ai sensi del menzionato art. 395, e, come tale, impugnabile per tutti i motivi previsti in quest’ultima disposizione. Cass. 11 febbraio 1988, n. 1465; conforme Cass. 19 luglio 1982, n. 4237.

 

La revocazione del lodo arbitrale per dolo del giudice, ai sensi degli artt. 831, primo comma, e 395, n. 6, c.p.c., richiede che il dolo dell’arbitro sia stato accertato con sentenza passata in giudicato e che esso consista in un intento fraudolento, ovvero in una collusione che hanno falsato la corretta formazione della decisione, costituendo causa diretta e determinante del provvedimento ingiusto; pertanto, la falsa attestazione apposta sul lodo in ordine alla deliberazione del medesimo in conferenza personale di tutti gli arbitri e le irregolarità che inficiano le modalità di svolgimento delle riunioni del collegio arbitrale incidono sulla validità sostanziale del lodo, senza tuttavia integrare il succitato dolo revocatorio, dato che esse non influiscono sul procedimento di formazione della volontà degli arbitri, ma riguardano la regolarità del documento formato successivamente all’adozione della decisione, alla quale ciascun arbitro può avere apportato il proprio apporto volitivo, senza inganno o collusione, benché abbia manifestato la propria volontà in più riunioni separate di due arbitri. Cass. 27 gennaio 2004, n. 1409.

 

In materia di revocazione del lodo arbitrale, ex art. 831 c.p.c., non può ritenersi sussistente il dolo di una parte in danno dell’altra ai sensi dell’art. 395, n. 1, c.p.c., allorquando non risulti provata un’attività intenzionalmente fraudolenta, consistente in veri e propri artifizi o raggiri ed idonea ad indurre sia la controparte che il collegio decidente in errore nella ricerca della verità, non essendo, pertanto, sufficiente la semplice violazione dell’obbligo di lealtà e probità previsto dall’art. 88 c.p.c. Ciò rilevato, non pare potersi configurarsi alla stregua di comportamento doloso, tale da determinare la declaratoria di nullità del lodo, la mancata produzione di un precedente lodo analogo a quello oggetto di revocazione. (Fattispecie relativa al rigetto della censura sollevata da attrice in merito all’asserita sussistenza nella controparte di un dolo revocatorio manifestatosi nella mancata indicazione di una precedente decisione arbitrale). App. Napoli, 28 gennaio 2010.

 

 

  1. Opposizione di terzo.

Nel giudizio di opposizione di terzo ex art. 404 c.p.c., cui fa riferimento in materia arbitrale l’art. 831 c.p.c., non esistono una fase rescindente e una fase rescissoria; è ben possibile, pertanto, che si verifichi contrasto tra il lodo e la sentenza che definisce il giudizio d’impugnazione, conservando il lodo efficacia di giudicato tra le parti nei cui confronti è stato emesso. Cass. 28 maggio 2003, n. 8545; conforme Cass. 7 febbraio 2002, n. 1737.

 

 

  1. Regolamento di competenza; divieto.

Il lodo arbitrale, anche se pronunci sulla sola competenza degli arbitri, è impugnabile esclusivamente con i rimedi previsti dagli artt. 828 e 831 c.p.c. e non con il regolamento di competenza che, come tutti gli altri mezzi di gravame diversi da quelli per nullità e per revocazione del lodo, è escluso dal novero dei rimedi consentiti avverso le sentenze arbitrali. Cass. 23 dicembre 1983, n. 7587.

 

 

  1. Casistica.

Ove deduca l’inopponibilità alla massa, ai sensi dell’art. 45, l. fall., dell’atto di vendita stipulato dal fallito, il curatore agisce nella veste di terzo, in sostituzione dei creditori al fine della ricostruzione del patrimonio originario del fallito, senza alcun riguardo a posizioni soggettive di quest’ultimo; ne consegue che egli è, in detta veste, legittimato a proporre opposizione ordinaria di terzo, ex art. 404, primo comma, c.p.c. (richiamato dall’art. 831 dello stesso codice), avverso il lodo arbitrale pronunciato nella controversia tra l’acquirente ed il fallito nascente dal contratto medesimo, potendo accampare un proprio diritto autonomo e incompatibile rispetto ai rapporti accertati dal lodo opposto. Cass. 28 maggio 2003, n. 8545.



 
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