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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 84 cod. proc. civile: Poteri del difensore

Quando la parte sta in giudizio col ministero del difensore, questi può compiere e ricevere, nell’interesse della parte stessa, tutti gli atti del processo che dalla legge non sono ad essa espressamente riservati.

In ogni caso non può compiere atti che importano disposizione del diritto in contesa, se non ne ha ricevuto espressamente il potere.


Commento

Atti di disposizione: si intendono quegli atti con i quali si incide sul diritto controverso in modo diretto, evitando la prosecuzione del giudizio (per es.: la rinuncia agli atti del giudizio, la conciliazione etc.) o in maniera indiretta, intervenendo personalmente nel processo (per es.: la confessione).

 

La norma in esame prevede l’attribuzione al procuratore del cd. ius postulandi, cioè del potere di compiere e ricevere in luogo e in nome della parte tutti gli atti del processo ad essa indirizzati. Derivandogli questo potere direttamente dalla legge, egli gode, nell’esplicazione della sua attività, della più ampia discrezionalità tecnica. Il procuratore, pertanto, imposta la lite e modifica la condotta processuale a seconda degli sviluppi della controversia. Il conferimento dell’incarico di patrocinio giudiziale all’avvocato comprende normalmente anche quello di prestare assistenza stragiudiziale relativa alla medesima vicenda a cui si riferisce l’incarico di patrocinio.


Giurisprudenza annotata

  1. In generale.

Se, in linea di principio, sussiste incompatibilità tra l’esercizio contestuale, in capo allo stesso soggetto, delle funzioni di difensore e di quelle di testimone nell’ambito del medesimo giudizio, tale incompatibilità (salva la rilevanza della condotta sul piano delle regole deontologiche) non si configura nell’ipotesi in cui un difensore, che abbia reso testimonianza in un processo, in una fase in cui non svolgeva il suo ruolo di difensore costituito, abbia assunto la veste di difensore successivamente all’assunzione della sua testimonianza, così come non si prospetta nel caso opposto, ovvero quando un difensore, cessata la sua funzione, assuma la qualità di testimone nello stesso processo Cass. 8 luglio 2010, n. 16151.

 

L’istituto del rendiconto, previsto dall’art. 1713, comma primo, c.c. (che trova il suo riferimento in sede processuale nell’art. 263 c.p.c.) è incompatibile con il mandato ad litem di cui all’art. 84, comma primo, c.p.c., che abilita il difensore a compiere e ricevere nell’interesse della parte che lo ha conferito tutti gli atti del processo, non essendo, invero, riconducibile ad un mandato ad negotia e, quindi, ad una figura che attenga al diritto sostanziale in senso proprio. Cass. 19 aprile 2010, n. 9264.

 

Il difensore dell’appellato - secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata della normativa processuale, idonea a dare attuazione ai principi di economia processuale e di tutela del diritto di azione e di difesa della parte stabiliti dagli artt. 24 e 111 Cost. - può proporre appello incidentale anche nel caso in cui la procura sia stata apposta in calce alla copia notificata dell’atto di citazione in appello, ossia ad uno degli atti previsti dall’art. 83, terzo comma, c.p.c., in quanto la facoltà di proporre tutte le domande ricollegabili all’interesse del suo assistito e riferibili all’originario oggetto della causa è attribuita al difensore direttamente dall’art. 84 dello stesso codice di rito e non dalla volontà della parte che conferisce la procura alle liti, rappresentando tale conferimento non un’attribuzione di poteri, ma semplicemente una scelta ed una designazione, con la conseguenza che la natura dell’atto con il quale od all’interno del quale viene conferita, o la sua collocazione formale, non costituiscono elementi idonei a limitare l’ambito dei poteri del difensore. Cass., Sez. Un., 14 settembre 2010, n. 19510.

 

 

1.1. Casistica.

 

 

1.1.1. Domande riconvenzionali.

Il mandato ad litem, una volta validamente conferito, attribuisce al difensore la facoltà di proporre tutte le domande che siano comunque ricollegabili con l’originario oggetto della causa, e, quindi, anche le domande riconvenzionali (atteso che quest’ultima, anche quando introduce un nuovo tema di indagine e mira all’attribuzione di un autonomo bene della vita, resta sempre fondamentalmente connotata dalla funzione difensiva di reazione alla pretesa della controparte) restando esclusi dai suoi poteri solo quegli atti che comportano disposizione del diritto in contesa, e le domande con le quali si introduce una nuova e distinta controversia eccedente l’ambito della lite originaria. Cass. 7 aprile 2000, n. 4356; conforme Cass. 11 maggio 1998, n. 4744; Cass. 7 febbraio 1995, n. 1393; Cass. 7 aprile 2006, n. 8207.

 

 

1.1.2. Mutamento della domanda.

L’art. 1453 c.c., secondo comma, prevede che nei contratti con prestazioni corrispettive quando uno dei contraenti non adempie alle proprie obbligazioni l’altro può chiedere la risoluzione del contratto anche dopo aver promosso il giudizio per domandare l’adempimento… l’anzidetto mutamento della domanda di adempimento in domanda di risoluzione costituendo esercizio di una facoltà riconosciuta alla parte della legge (art. 1453 c.c.) non richiede l’accettazione del contraddittorio della controparte, né postula per altro verso che la relativa dichiarazione sia sottoscritta dalla parte personalmente o da un procuratore speciale, vertendosi in tema non di un atto di disposizione del diritto in contesa, ma di un’attività processuale che di tale diritto costituisce soltanto una modalità di esercizio e che rientra pertanto nei poteri del procurator ad litem essendo questi abilitato a proporre, in aggiunta o in sostituzione di quelle proposte con l’atto di citazione, tutte le domande che siano ricollegabili con l’originario oggetto, salva la sua responsabilità per l’eventuale inosservanza delle istruzioni del mandante. Cass. 11 maggio 1987, n. 4325; conforme Cass. 11 febbraio 1993, n. 1698.

 

 

1.1.3. Riduzione della domanda originaria.

Il mandato alle liti, pur non conferendo al procuratore la facoltà di compiere atti che importino disposizione del diritto in contesa (transazione, confessione, rinunzia), tuttavia gli consente di scegliere, in relazione anche agli sviluppi della causa, la condotta da lui ritenuta più rispondente agli interessi del proprio rappresentato, per cui rientra nei suoi poteri la riduzione della originaria domanda, trattandosi di un atto, non già di disposizione del diritto in contesa, ma che di tale diritto regola soltanto le modalità di esercizio. Cass. 7 gennaio 1984, n. 99; conforme Cass. lav., 14 marzo 1986, n. 1743; Cass. lav., 6 novembre 1990, n. 10657.

 

 

1.1.4. Proposizione dell’impugnazione in proprio.

La qualità di procuratore della parte nei cui confronti è stata pronunziata la sentenza impugnata non abilita il suo titolare alla proposizione dell’impugnazione in proprio, neanche quando si controverta unicamente in punto di spese processuali, salvo che lo stesso procuratore non se ne sia dichiarato antistatario ed i motivi delle proposte censure attengano alla concessione della distrazione. Cass. lav., 28 aprile 1993, n. 4975.

 

 

1.1.5. Domanda di esecuzione specifica dell’obbligo di concludere un contratto.

L’atto di citazione con il quale viene chiesta l’esecuzione specifica dell’obbligo di concludere un contratto di compravendita immobiliare non richiede, a pena di nullità, la sottoscrizione personale dell’attore, né il conferimento di poteri dispositivi al difensore ai sensi del secondo comma dell’art. 84 c.p.c. Cass. 7 giugno 1980, n. 3679.

 

 

1.1.6. Adesione alle risultanze di una c.t.u.

Nell’azione di regolamento di confini - che non viene proposta a vantaggio di un fondo e a danno dell’altro, bensì nell’interesse comune alla certezza dei confini - l’adesione del difensore alle risultanze di una delle due consulenze tecniche disposte nel corso del giudizio, non importa alcuna disposizione di diritti sostanziali del cliente (vietata in mancanza di procura speciale), ma costituisce espressione di una scelta tecnica tra vari mezzi e linee difensive, in campo strettamente processuale. Cass. 19 maggio 1980, n. 3272.

 

 

1.1.7. Opposizione liquidazione compensi c.t.u.

Il ricorso previsto dall’art. 170 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, avverso il provvedimento di liquidazione dei compensi spettanti al consulente tecnico d’ufficio, può essere proposto dal difensore che assiste la parte nel giudizio nel cui ambito la consulenza è stata disposta, senza necessità di una specifica procura: il mandato “ad litem”, infatti, attribuisce al difensore la facoltà di proporre tutte le domande che siano comunque ricollegabili all’originario oggetto della causa, ivi compresa quella di verifica della correttezza della liquidazione, la quale è innegabilmente collegata alla domanda per la cui valutazione è stata disposta la consulenza. Cass. 15 settembre 2009, n. 19867.

 

 

1.1.8. Esercizio del diritto di riscatto.

Il diritto potestativo di riscatto nei confronti dell’acquirente di quota ereditaria, previsto dall’art. 732 c.p.c. a favore dei coeredi, viene ad esistenza solo con la manifestazione di volontà che può essere espressa pure con l’atto introduttivo del giudizio, sempre che tale manifestazione di volontà sia riconducibile al titolare del potere attraverso la sua sottoscrizione di tale atto od il conferimento della procura speciale al difensore tale dovendosi ritenere anche quella opposta a margine dell’atto o in calce allo stesso. Cass. 3 settembre 1998, n. 8728; conforme Cass. 23 aprile 2010, n. 9744; Cass. 15 febbraio 2010, n. 3470.

 

 

  1. In particolare: le dichiarazioni del difensore.

Le missive preprocessuali e le affermazioni contenute negli atti processuali provenienti dal legale della parte non hanno valore confessorio, ma hanno carattere indiziario, e come tali possono essere legittimamente utilizzate e liberamente valutate dal giudice ai fini della formazione del proprio convincimento; di esse non può essere aprioristicamente omesso l’esame in quanto il giudice ha comunque l’obbligo di valutare in concreto la rilevanza degli elementi indiziari acquisiti al giudizio ed è tenuto a darne conto in motivazione sia quando li ritenga sufficienti per fondarvi la propria decisione, sia, all’opposto, quando non li ritenga determinanti. Cass. 8 agosto 2002, n. 11946.

 

Le dichiarazioni rese in giudizio dal difensore, contenenti affermazioni relative a fatti sfavorevoli al proprio rappresentato e favorevoli all’altra parte non hanno efficacia di confessione, ma costituiscono elementi di libero apprezzamento da parte del giudice di merito. Cass. lav., 16 ottobre 2003, n. 15515.

 

Pur essendo vero che le ammissioni contenute nella comparsa di risposta - così come in uno degli atti processuali di parte indicati dall’art. 125 c.p.c - siccome facenti parte del processo, possono assumere anche il carattere proprio della confessione giudiziale spontanea, alla stregua degli artt. 228 e 229 c.p.c., è tuttavia necessario che la comparsa, affinché possa produrre tale efficacia probatoria, sia stata sottoscritta dalla parte personalmente con modalità tali che rivelino inequivocabilmente la consapevolezza delle specifiche dichiarazioni di fatti sfavorevoli contenute nell’atto. Conseguentemente, è inidonea a tale scopo la mera sottoscrizione della procura scritta a margine o in calce che, anche quando riportata nel medesimo foglio in cui è inserita la dichiarazione ammissiva, costituisce atto giuridicamente distinto, benché collegato. Cass. 6 dicembre 2005, n. 26686.

 

 

  1. In particolare: la chiamata del terzo.

Il terzo che, pur essendo stato chiamato in causa da un difensore sfornito della procura a proporre istanze eccedenti l’ambito originario della lite, si costituisca in giudizio e, invece di eccepire la nullità dell’atto di chiamata, accetti il contraddittorio sul merito, non può più dedurre tale nullità (né la stessa può essere rilevata d’ufficio dal giudice) nell’ulteriore corso del procedimento. Cass. 5 ottobre 2001, n. 12293; conforme Cass. 21 maggio 1998, n. 5083; Cass. 26 aprile 1995, n. 4623; Cass. 7 agosto 1990, n. 7984; Cass. 7 maggio 1984, n. 2763; Cass. lav., 16 marzo 2006, n. 5817.

 

 

  1. In particolare: il disconoscimento della scrittura privata.

Il disconoscimento della scrittura privata, ai sensi ed agli effetti di cui all’art. 214 c.p.c., può essere effettuato dal procuratore ad litem, anche se non munito di procura speciale, non rientrando il disconoscimento fra gli atti che implicano disposizione del diritto in contesa quale atto di natura processuale e non sostanziale, perché concernente l’utilizzabilità del documento come mezzo di prova. Cass. 8 novembre 1984, n. 5648; conforme Cass. 27 luglio 2000, n. 9869; Cass. 5 ottobre 1990, n. 9829; Cass. 6 dicembre 2000 n. 15502.

 

 

  1. In particolare: la rinuncia ad un capo di domanda, ad un’eccezione, ecc.

La procura alle liti abilita il procuratore, per la discrezionalità tecnica che gli spetta nell’impostazione della lite, a scegliere, in relazione anche agli sviluppi della causa, la condotta processuale da lui ritenuta più rispondente agli interessi del proprio rappresentato, ma non gli conferisce il potere di compiere atti che importino disposizione del diritto in contesa, quale è la rinuncia, per cui occorre un mandato speciale. Cass. 23 gennaio 1995, n. 722; conforme Cass. 17 marzo 2006, n. 5905.

 

La rinuncia a far valere la prescrizione dell’azione proposta ex adverso può essere desunta dalle difese svolte dal procuratore della parte, senza che possa rilevare in contrario la mancanza di potere dispositivo nel procuratore alle liti, poiché ciò vale per la rinuncia espressa, ma non per le conseguenze che possono derivare per implicito dalla linea difensiva adottata dal difensore, il quale, nell’adempimento del mandato conferitogli, sceglie in piena autonomia la condotta tecnico-giuridica ritenuta più confacente alla tutela del proprio cliente. Cass. 28 gennaio 1987, n. 782; conforme Cass. 12 marzo 2012, n. 3883.



 
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