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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 88 cod. proc. civile: Dovere di lealtà e di probità

Le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi in giudizio con lealtà e probità (1) (2).

In caso di mancanza dei difensori a tale dovere, il giudice deve riferirne alle autorità che esercitano il potere disciplinare su di essi.


Commento

(1) In linea generale si considerano comportamenti sleali e disonesti le attività rivolte non solo ad alterare la normale applicazione del principio del contraddittorio [v. 101] (impedendo alla controparte di venire a conoscenza di informazioni rilevanti per la causa), ma anche quelle consistenti in manovre scorrette al fine di intralciare o soltanto ritardare il regolare svolgimento del processo. Alcuni esempi: sottrazione dal proprio fascicolo di un atto o documento, già acquisito al processo, che possa avvantaggiare la controparte; affermazione di fatti contrari al vero (come la falsa indicazione della propria residenza per impedire alla controparte di eccepire l’incompetenza per territorio); tardiva produzione di documenti, anche se autorizzata dal giudice; sleale richiesta al giudice, da parte del difensore, di un rinvio affermando di essere già d’accordo con il difensore avversario, assente all’udienza.

 

(2) Il comportamento processuale contrario ai doveri delle parti e dei difensori, ma non artificioso (ad es.: la sostituzione di un documento ad opera della parte, ma in un periodo in cui la controparte aveva il potere-dovere di controllare la documentazione avversaria), non vale ad integrare l’ipotesi del dolo revocatorio [v. 395 n. 1]. (4) Se il difensore viola tale dovere, il giudice è tenuto ad informare le organizzazioni competenti (cioè i Consigli degli Ordini professionali che esercitano il potere disciplinare sugli avvocati) le quali, dopo aver verificato la sussistenza della trasgressione alle regole della deontologia professionale, devono applicare le relative sanzioni disciplinari. Non è necessaria l’istanza della parte, poiché il giudice agisce ex officio. Inoltre, trattandosi di un accertamento di fatto, il giudice non è tenuto a verificare la slealtà del comportamento: se, però, decide di farlo, avrà l’obbligo di informare ufficialmente il Consiglio dell’Ordine. Se, invece, le autorità professionali competenti ricevono notizie di tali trasgressioni da altre fonti, possono autonomamente dare impulso al procedimento disciplinare. La norma in esame impone l’obbligo di comportarsi con lealtà e probità ma non obbliga la parte ad affermare i fatti secondo verità o a produrre in giudizio spontaneamente i documenti che potrebbero confermare la pretesa avversaria.


Giurisprudenza annotata

In generale

Nel processo tributario, alla cessazione della materia del contendere per annullamento dell’atto in sede di autotutela non si correla necessariamente la condanna alle spese secondo la regola della soccombenza virtuale, qualora tale annullamento non consegua ad una manifesta illegittimità del provvedimento impugnato sussistente sin dal momento della sua emanazione, stante, invece, l’obiettiva complessità della materia chiarita da apposita norma interpretativa, costituendo in tal caso detto annullamento un comportamento processuale conforme al principio di lealtà, ai sensi dell’art. 88 c.p.c., che può essere premiato con la compensazione delle spese Cass. 26 ottobre 2010, n. 22231.

 

 

Estensione del dovere di lealtà e di probità.

Il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo (derivante dell’art. 111, secondo comma Cost. e dagli artt. 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali) impone al giudice (ai sensi degli artt. 175 e 127 c.p.c.) di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano certamente quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perché non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, espresso dall’art. 101 c.p.c., da effettive garanzie di difesa (art. 24 Cost.) e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità (art. 111, secondo comma, Cost) dei soggetti nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato ad esplicare i suoi effetti (In applicazione del suddetto principio, la S.C. – avendo valutato inammissibile il ricorso in mancanza dell’esposizione sommaria dei fatti, della specificità dei motivi e del rispetto del principio dell’autosufficienza – ha ritenuto superflua la concessione di un termine per la notifica, omessa, del ricorso per cassazione alla parte totalmente vittoriosa in appello, aggiungendo che la concessione del termine richiesto avrebbe significato avallare un comportamento contrario al principio di lealtà di probità processuale (art. 88 c.p.c.), atteso che gli istanti erano già in precedenza consapevoli della necessità della stessa). Cass., Sez. Un., 3 novembre 2008, n. 26373; conforme Cass. lav., 1 marzo 2012, n. 3189; Cass. 18 dicembre 2009, n. 26773.

 

Nel caso in cui, nel corso di un giudizio civile, venga formulata istanza di esibizione documentale ex art. 210 cod. proc. civ., la parte nei cui confronti tale istanza è formulata è tenuta - in ossequio al dovere di lealtà e probità processuale ex art. 88 cod. proc. civ. e alla stregua del principio di acquisizione della prova, in forza del quale, un elemento probatorio, una volta introdotto nel processo, è definitivamente acquisito alla causa - a conservare la relativa documentazione fino a quando il giudice non abbia definitivamente e negativamente provveduto sulla stessa, sicché, ove la documentazione venga distrutta dopo la presentazione dell'istanza e durante il tempo di attesa per la formazione della decisione definitiva sulla stessa, la mancata conservazione è suscettibile di essere valutata come argomento di prova ex art. 116 cod. proc. civ. (Nella specie, relativa alla domanda di attribuzione della indennità di diaria per i turni di servizio, l'avvenuta distruzione di una parte dei tabulati dei detti turni era stata apprezzata dalla corte territoriale per l'accoglimento della domanda, tenuto conto del principio di prova costituito dalla documentazione ancora reperibile). Rigetta, App. Roma, 05/03/2007.Cassazione civile sez. lav.  22 dicembre 2014 n. 27231

 

Viola il principio di buona fede e correttezza di cui all'art. 1175 c.c. nonché il dovere di lealtà processuale di cui agli art. 88 e 92 comma 1 c.p.c., il creditore che, nonostante specifiche circostanze – quali la solvibilità del debitore – consiglino di attendere l'adempimento, proceda al compimento di attività funzionali all'esercizio della pretesa esecutiva (Nella specie, atteso che non vi era ragione alcuna per il creditore, a fronte della intimazione del pagamento della somma di euro 236,40, di temere che Telecom Italia s.p.a., società notoriamente dotata di una notevole liquidità, e che aveva inviato una nota con la quale specificava di aver dato corso alle procedure per il pagamento, non avrebbe soddisfatto la sua pretesa, ossia ricorrendo una ipotesi di mala fede, posto che la procedura esecutiva senza attendere il preannunciato pagamento aveva l'evidente scopo di lucrare sulle relative spese; il Trib. ha ritenuto che il comportamento del creditore integrasse un abuso del diritto e che le spese della procedura espropriativa non fossero dovute, nonché ha liquidato equitativamente la somma dovuta per la lite temeraria ex art. 96 comma 3 c.p.c. in complessivi euro 200, pari alle spese di soccombenza già determinate ai sensi dell'art. 91 comma 1 c.p.c., precisando che tale liquidazione si rendeva necessaria affinché la misura avesse un effetto deterrente e persuasivo rispetto al contenzioso instaurato temerariamente ed un contenuto afflittivo non meramente simbolico, assolvendo così alla sua funzione di danno punitivo, vale a dire di sanzione che non si limita a ristorare la parte vittoriosa dal pregiudizio subito per essere stata coinvolta in un processo ingiusto, perché per tale ultimo scopo sarebbe sufficiente la previsione di cui all'art. 96 comma 1 c.p.c.). Tribunale Napoli  07 gennaio 2014

 

La proposizione di successive domande di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata di un medesimo processo, in conseguenza del protrarsi della violazione anche nel periodo successivo a quello accertato con una prima decisione, costituisce esercizio di una specifica facoltà prevista dalla legge ed è funzionale al perseguimento delle sue finalità, postulando essa il riconoscimento dell’equo indennizzo in relazione alla durata dell’intero giudizio, dall’introduzione sino alla pronuncia definitiva. Pertanto, tale condotta non integra gli estremi di un abuso del processo o di un esercizio del diritto in forme eccedenti o devianti rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale, in violazione del principio di lealtà processuale previsto dall’art. 88 c.p.c. e del giusto e sollecito processo, stabilito dall’art. 111 Cost., anche tenuto conto che nulla impedisce alla P.A., al fine di evitare gli oneri di ulteriori spese di giudizio, di predisporre i mezzi necessari per offrire spontaneamente soddisfazione a chi abbia sofferto un danno a cagione dell’eccessiva durata del processo. Cass. 1 marzo 2012, n. 3207.

 

Il dovere di lealtà e probità processuale, che grava sulle parti e sui loro difensori, a norma dell’art. 88, primo comma, c.p.c., impone all’avvocato, cui sia stata sollecitata una presa di posizione su di un’istanza chiara e ben definita, non solo di rispondere, ma anche di esprimersi in maniera altrettanto comprensibile e, soprattutto, di non attenersi ad una logica di tipo binario, che ammette formule di dubbia lettura, né ipotesi terze fra l’affermazione e la negazione. Cass. 2 marzo 2012, n. 3338.

 

In materia di contenzioso tributario, costituisce comportamento rilevante ai sensi dell’art. 116 c.p.c. - idoneo non solo ad integrare le risultanze acquisite, ma anche a rappresentare l’unica e sufficiente fonte di prova su cui il giudice di merito fondi la propria decisione - la condotta del socio che, nel corso del processo tributario a carico della società, distrugga i materiali informatici originali dai quali emergano le violazioni contestate e ciò, anche allorché gli organi verificatori ne abbiano già estratto copia, poiché detto comportamento si pone in contrasto con i doveri di lealtà e probità di cui all’art. 88 c.p.c. Cass. 16 dicembre 2011, n. 27149.

 

 

Sanzione: condanna alle spese

L’art. 94 c.p.c., il quale contempla la condanna alle spese, eventualmente in solido con la parte, del soggetto che la rappresenti (e quindi, in mancanza di distinzione fra rappresentanza in senso stretto e rappresentanza organica, anche dell’ amministratore di una società), postula la ricorrenza di «gravi motivi», da identificarsi nella trasgressione del dovere di lealtà e probità di cui all’art. 88 c.p.c., ovvero nella mancanza della normale prudenza che caratterizza la responsabilità processuale aggravata di cui all’art. 96, secondo comma, c.p.c. Cass., Sez. Un., 6 ottobre 1988, n. 5398.

 

La questione di giurisdizione può essere sempre posta, anche nel giudizio di cassazione, purché almeno una delle parti l’abbia sollevata tempestivamente nel giudizio di appello, con ciò impedendo la formazione del giudicato sul punto. In presenza di tale condizione, la questione di giurisdizione può essere posta anche dalla stessa parte che ha adito un giudice e ne ha successivamente contestato la giurisdizione in base all’interesse che deriva dalla soccombenza nel merito; in questo caso, però, il giudice può condannare tale parte alla rifusione delle spese del giudizio di impugnazione anche se la stessa sia risultata vincitrice in punto di giurisdizione, potendo ravvisarsi in simile comportamento la violazione del dovere di lealtà e probità di cui all’art. 88 del codice di procedura civile. Cass., Sez. Un., 29 marzo 2011, n. 7097.

Costituisce violazione del dovere di lealtà e probità delle parti così come disciplinato dall’art. 88 c.p.c. la condotta processuale di una parte caratterizzata dalla ripetuta contestazione della giurisdizione del giudice adito in simmetrica opposizione alle scelte di controparte, unita alla richiesta, accolta, di sospensione del giudizio ai sensi dell’art. 295 c.p.c., trattandosi di un comportamento processuale idoneo a pregiudicare il diritto fondamentale della parte ad una ragionevole durata del processo ai sensi dell’art. 111 Cost. Pertanto tale condotta può determinare l’applicazione dell’art. 92, primo comma, ultima parte c.p.c., secondo il quale, il giudice, a prescindere dalla soccombenza può condannare una parte al rimborso delle spese che, in violazione dell’art. 88 c.p.c., ha causato all’altra parte. Cass., Sez. Un., 20 agosto 2010, n. 18810.

 

 

Relazione all’autorità che esercita il potere disciplinare.

Il potere disciplinare del giudice sugli avvocati e sui procuratori è valutativo discrezionale il suo esercizio d’ufficio, e presenta carattere ordinatorio e non decisorio. Esso si sottrae all’obbligo di motivazione e non è sindacabile in sede di legittimità. Cass. 12 febbraio 2009, n. 3487.



 
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