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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 89 cod. proc. civile: Espressioni sconvenienti od offensive

Negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice, le parti e i loro difensori non debbono usare espressioni sconvenienti od offensive (1).

Il giudice, in ogni stato dell’istruzione, può disporre con ordinanza che si cancellino le espressioni sconvenienti od offensive (2), e, con la sentenza che decide la causa, può inoltre assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno anche non patrimoniale sofferto (3), quando le espressioni offensive non riguardano l’oggetto della causa.


Commento

(1) Per espressioni sconvenienti od offensive si intendono tutte quelle frasi, attinenti o meno all’oggetto della controversia, che abbiano superato il limite della correttezza e della convenienza processuale, espresse nei riguardi dei soggetti presenti nel giudizio, violando tutti i principi posti a tutela del rispetto e della dignità della persona umana e del decoro del procedimento.

 

(2) La cancellazione che naturalmente si effettua sugli scritti prodotti in giudizio e dunque esaminabili dal giudice può essere o meno disposta da quest’ultimo, sulla base di una valutazione discrezionale.

 

(3) Obbligati al risarcimento del danno saranno le parti e non i relativi difensori (anche se autori materiali delle scorrettezze), salvo poi poter esperire l’eventuale azione di rivalsa nei confronti del proprio difensore.


Giurisprudenza annotata

  1. Ambito di applicazione.

La Corte di cassazione è competente ad ordinare, ai sensi dell’art. 89 c.p.c., la cancellazione delle espressioni sconvenienti ed offensivi contenute nei soli scritti ad essa diretti, con la conseguenza che è inammissibile il motivo del ricorso per cassazione con cui si chiede la cancellazione delle frasi del suddetto tenore contenute nelle fasi processuali anteriori, essendo riservato la relativa statuizione al potere discrezionale del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità. Per la stessa ragione non è proponibile per la prima volta in cassazione la richiesta di risarcimento danni per responsabilità aggravata, prevista dall’art. 96 c.p.c., quando venga riferita al comportamento delle parti tenuto nelle fasi precedenti del giudizio. Cass. 17 marzo 2009, n. 6439.

 

L’uso di espressioni sconvenienti od offensive negli atti difensivi obbliga la parte al risarcimento del danno solo quando esse siano del tutto avulse dall’oggetto della lite, ma non anche quando, pur non essendo strettamente necessarie rispetto alle esigenze difensive, presentino tuttavia una qualche attinenza con l’oggetto della controversia, e costituiscano perciò uno strumento per indirizzare la decisione del giudice Cass. 22 giugno 2009, n. 14552.

 

La “ratio” della norma di cui all’art. 89 c.p.c. è quella di evitare, nel linguaggio processuale, locuzioni non aventi apporto utile all’oggetto della causa le quali, lungi dall’articolare una risposta ai fatti narrati - coessenziale ad una costituzione in giudizio - finiscono, in modo gratuito ed assolutamente ultroneo, per dar voce al vicendevole malanimo dei litiganti; pertanto deve configurarsi la violazione di tale disposizione tutte le volte in cui le locuzioni adoperate non riguardino o travalichino le esigenze difensive di un determinato processo, avuto riguardo all’oggetto di esso, sì da additare un intento dello scrivente meramente offensivo. (Nella specie, il Trib. non ha ritenuto sussistenti valide ragioni per ordinare la cancellazione, non emergendo che la locuzione concretamente utilizzata fosse ingiustificatamente offensiva nei confronti della convenuta, fungendo invece da elemento esplicativo del comportamento illecito, in quanto la difesa dell’attore non faceva riferimento all’effettiva consumazione in concreto del reato di truffa bensì ad un “comportamento al limite della truffa”, intendendo in tal modo alludere alla plateale violazione di qualsivoglia elementare principio di correttezza e buona fede).

Tribunale Monza sez. I  12 marzo 2014 n. 873  

 

 

  1. Ordine di cancellazione.

La cancellazione delle espressioni sconvenienti ed offensive contenute negli scritti difensivi può essere disposta, ai sensi dell’art. 89, comma secondo, c.p.c., anche nel giudizio di legittimità con riferimento alle frasi - che risultino, contrastanti con le esigenze dell’ambiente processuale e della funzione difensiva nel cui ambito vengono formulate, oltre che offensive della persona per la controparte e del suo difensore -contenute negli scritti depositati davanti alla S.C. Cass. 4 giugno 2007, n. 12952.

 

IIl potere del giudice di merito di riferire alle autorità che esercitano il potere disciplinare sui difensori in caso di violazione del dovere di comportarsi in giudizio con lealtà e probità, ovvero di ordinare la cancellazione di espressioni sconvenienti ed offensive utilizzate negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati davanti al giudice, costituisce un potere valutativo discrezionale volto alla tutela di interessi diversi da quelli oggetti di contesa fra le parti, ed il suo esercizio d’ufficio, presentando carattere ordinatorio e non decisorio, si sottrae all’obbligo di motivazione e non è sindacabile in sede di legittimità. Cass. 12 febbraio, 2009, n. 3487.

 

 

Le condizioni per la cancellazione di espressioni sconvenienti e offensive contenute negli scritti difensivi, prevista dall'art. 89 c.p.c., sussistono allorquando le stesse siano dettate da un incomposto intento dispregiativo e rilevino, pertanto, un'esclusiva volontà offensiva nei confronti della controparte o dell'ufficio, non bilanciata da alcun profilo di attinenza, anche indiretta, con la materia controversa.

T.A.R. Torino (Piemonte) sez. I  15 gennaio 2014 n. 66  

 

 

  1. Assegnazione di somma di denaro a titolo di risarcimento danni.

L’art. 89, secondo comma, c.p.c., che prevede la possibilità di assegnare alla persona offesa dalle espressioni sconvenienti od offensive contenute negli atti difensivi di un giudizio, una somma a titolo di risarcimento del danno anche non patrimoniale, non trova applicazione quando l’offeso non sia una delle parti ma il giudice che ha deciso la controversia. Cass. 20 ottobre 2011, n. 21696.

 

In tema di risarcimento del danno per le espressioni offensive contenute negli atti del processo, l’art. 89 c.p.c. devolve al giudice del processo, cui gli atti si riferiscono, il giudizio circa l’applicazione in concreto delle sanzioni previste; tuttavia - poiché la responsabilità processuale ha natura analoga a quella aquiliana, e, quindi, l’antigiuridicità dei comportamenti non si esaurisce nell’ambito del processo - quando il procedimento, per qualsiasi motivo, non si concluda con sentenza (come nel caso di estinzione del processo) ovvero quando i danni si manifestino in uno stadio processuale in cui non sia più possibile farli valere tempestivamente davanti al giudice di merito (come nel caso in cui le frasi offensive siano contenute nella comparsa conclusionale del giudizio di primo grado) ovvero quando la domanda sia avanzata nei confronti non della parte ma del suo difensore, l’azione di danni per responsabilità processuale può essere proposta davanti al giudice competente secondo le norme ordinarie. Cass. 7 agosto 2001, n. 10916; conforme Cass. 26 ottobre 1992, n. 11617; Cass. 9 luglio 2009, n. 16121.

  1. anche Giurisprudenza sub § 2.



 
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