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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 91 cod. proc. civile: Condanna alle spese

Il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte (1) e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa (2) (3) (4). Se accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo quanto disposto dal secondo comma dell’articolo 92.

Le spese della sentenza sono liquidate dal cancelliere con nota in margine alla stessa; quelle della notificazione della sentenza, del titolo esecutivo e del precetto sono liquidate dall’ufficiale giudiziario con nota in margine all’originale e alla copia notificata.

I reclami contro le liquidazioni di cui al comma precedente sono decisi con le forme previste negli articoli 287 e 288 dal capo dell’ufficio a cui appartiene il cancelliere o l’ufficiale giudiziario.

Nelle cause previste dall’articolo 82, primo comma, le spese, competenze ed onorari liquidati dal giudice non possono superare il valore della domanda.


Commento

Onorari di difesa: erano dovuti per la difesa (ossia l’assistenza di difensore) e variavano tra un minimo, che non poteva essere derogato, a meno di accordi con la parte e previo parere del Consiglio dell’ordine ed un massimo. Accanto a questi erano dovuti i diritti per l’attività procuratoria (ossia la rappresentanza tecnica in udienza). I diritti riguardavano ogni singola attività svolta dal procuratore ed avevano un’entità diversa a seconda del valore della causa.

 

Spese: sono le spese vive che l’attività forense comporta e spesso previste dal tariffario (diritti di cancelleria, lettere, fascicolazione, bolli). Devono essere provate con ricevute o timbri. Dal 1° luglio 2002 è entrato in vigore il contributo unificato, che sostituisce imposte di bollo, diritti di cancelleria e di chiamata in causa, nonché la tassa di iscrizione a ruolo. Per la normativa in materia. Parte soccombente: è la parte la cui domanda sia stata rigettata o quella che, non avendo proposta domanda alcuna, vede accolte le domande della controparte. La soccombenza va determinata con riguardo all’esito finale di ogni grado del processo e non già in relazione a una sua fase singola.

 

 

(1) La condanna alle spese in seguito alla soccombenza deve essere pronunciata anche se la parte vittoriosa non ne abbia fatto esplicita richiesta, salva un’esplicita rinuncia. Presupposto per la condanna alle spese è che dette spese siano state effettivamente sostenute, per cui non potrà mai essere pronunciata una condanna alle spese in favore del contumace vittorioso che — non avendo preso parte al giudizio — non ha sostenuto le relative spese.

 

(2) È fatto obbligo al difensore di unire al fascicolo di parte la nota delle spese (indicando in modo specifico e distinto compensi e spese) al momento del passaggio in decisione della causa. In presenza di una nota specifica, depositata dal difensore, il giudice ha l’onere di fornire una adeguata motivazione dell’eventuale riduzione o eliminazioni di voci ivi indicate. Se manca la nota spese, provvede il giudice utilizzando i parametri di liquidazione.

 

(3) Nel caso in cui cessi la materia del contendere (per es. perché la parte adempie durante la pendenza del giudizio), si applica, ai fini della liquidazione delle spese in favore dell’una o dell’altra parte, il principio della cd. soccombenza virtuale, secondo il quale il giudice deve valutare se la domanda sia fondata o meno, cioè se sarebbe stata accolta o rigettata.

 

(4) Nel caso di inesatta liquidazione delle spese si potrà utilizzare il rimedio della correzione, che viene operata, su ricorso di parte, dallo stesso giudice che ha pronunciato la sentenza secondo il procedimento di cui all’art. 288.

 

 

 

 


Giurisprudenza annotata

  1. Statuizione sulle spese di lite.

Tuttavia non è ammissibile, per carenza di interesse, censurare tale liquidazione ove non sia stato specificamente comprovato che la liquidazione globale arreca un pregiudizio alla parte vittoriosa, in quanto attributiva di una somma inferiore ai minimi inderogabili, essendo quindi irrilevante la mera allegazione della violazione dei criteri per la liquidazione delle spese. Cass. 8 marzo 2007, n. 5318.

Le spese dell’accertamento tecnico preventivo “ante causam” vanno poste, a conclusione della procedura, a carico della parte richiedente. Cass. 15 marzo 2012, n. 4156.

 

La parte che, all'esito finale della lite risulti vittoriosa per effetto dell'accoglimento anche non integrale della sua domanda, non può subire la condanna al pagamento delle spese processuali sostenute dalla parte soccombente, salva l'ipotesi della trasgressione al dovere di lealtà e probità di cui all'art. 88 c.p.c.. Cassazione civile sez. I  03 aprile 2015 n. 6860  

 

Ai fini dell’adozione del provvedimento sulle spese di lite, il giudice può tener conto anche del comportamento preprocessuale delle parti, ossia della condotta che ognuna di esse, alla stregua dei canoni previsti dall’art. 1175 c.c., deve tenere in presenza di elementi certi ed idonei nella fase in cui è ancora possibile evitare la controversia. Cass. 16 novembre 2011, n. 23997.

 

Il regolamento delle spese di lite è consequenziale ed accessorio rispetto alla definizione del giudizio, potendo la condanna essere emessa, a carico del soccombente, ai sensi dell’art. 91 c.p.c., anche d’ufficio e pure se non sia stata prodotta la nota spese, prevista dall’art. 75 disp. att. c.p.c., ma il giudice non è onerato, in tal caso, dell’indicazione specifica delle singole voci prese in considerazione. Cass. 28 febbraio 2012, n. 3023.

 

Ai sensi dell'art. 92 comma 2 c.p.c., la decisione di compensazione delle spese processuali deve essere contenuta nell'ambito dei criteri e principi predeterminati che il giudice ha l'obbligo di esplicitare nella motivazione al ricorrere di seri motivi. La motivazione relativa alla decisione delle spese processuali può ricavarsi anche dal contesto della decisione complessiva.Tribunale Roma sez. XIII  07 gennaio 2015 n. 273  

 

Non costituisce motivo che legittima la pronuncia di compensazione delle spese di lite la circostanza che il credito fatto valere sia di entità “irrisoria”. Cass. 12 dicembre 2011, n. 26580.

Ai fini dell’adozione del provvedimento sulle spese di lite, il giudice può tener conto anche del comportamento preprocessuale delle parti, ossia della condotta che ognuna di esse, alla stregua dei canoni previsti dall’art. 1175 c.c., deve tenere in presenza di elementi certi ed idonei nella fase in cui è ancora possibile evitare la controversia. Cass. 16 novembre 2011, n. 23997.

 

 

1.1. Spese e diritti del cassazionista.

In sede di liquidazione delle spese del giudizio di cassazione non possono essere attribuiti all’avvocato cassazionista i diritti per l’attività eventualmente svolta come procuratore (dovendo il relativo compenso ritenersi conglobato negli onorari) nè le spese inerenti alla trasferta del predetto difensore dal suo luogo di residenza, in quanto, unico essendo su tutto il territorio nazionale l’albo speciale per gli avvocati che possono assumere il patrocinio davanti ai giudici superiori, non opera la previsione della tariffa civile applicabile soltanto in caso di difesa esplicata dal professionista fuori della propria residenza davanti ai giudici di merito. Cass. 15 luglio 2008, n. 19370.

 

 

1.2. Liquidazione nel giudizio di appello.

Il rigetto tanto dell’appello principale quanto di quello incidentale non obbliga il giudice a disporre la compensazione totale o parziale delle spese processuali, il cui regolamento, fuori della ipotesi di violazione del principio di soccombenza per essere stata condannata la parte totalmente vittoriosa, è rimesso, anche per quanto riguarda la loro compensazione, al potere discrezionale del giudice di merito. Cass. 2 luglio 2008, n. 18173.

 

 

1.3. Liquidazione delle spese in sede di rinvio.

Il giudice del rinvio, al quale la causa sia rimessa dalla Corte di cassazione anche perché provveda sulle spese del giudizio di legittimità, è tenuto a provvedere sulle spese delle fasi di impugnazione, se rigetta l’appello, e sulle spese dell’intero giudizio, se riforma la sentenza di primo grado, secondo il principio della soccombenza applicato all’esito globale del giudizio, piuttosto che ai diversi gradi del giudizio ed al loro risultato. Cass. 29 marzo 2006, n. 7243.

 

 

  1. Ambito applicativo.

 

 

2.1. Processo cautelare.

Per i provvedimenti emessi ex art. 700 e per tutti i provvedimenti cautelari idonei ad anticipare gli effetti della sentenza di merito, nonché per i provvedimenti emessi a seguito di denunzia di nuova opera o di danno temuto ai sensi dell’art. 688, il carattere anticipatorio dei provvedimenti su richiamati (sebbene tale carattere sembra essere estraneo alle azioni di nunciazione) e la relativa stabilità degli stessi, comportano, inevitabilmente, la necessità che il giudice statuisca sulle spese. Ciò si ricava dai generali principi processuali e specificamente dall’art. 91 del codice di rito che prevede l’obbligo per il giudice della decisione sulle spese ogni qual volta il processo si chiuda dinanzi a lui. Trib. Trani, 30 agosto 2006; conforme Trib. Larino 13 marzo 2006.

 

Le spese dell’accertamento tecnico preventivo “ante causam” vanno poste, a conclusione della procedura, a carico della parte richiedente. Cass. 15 marzo 2012, n. 4156.

 

 

2.2. Opposizione a decreto ingiuntivo.

L’opposizione a decreto ingiuntivo, anche quando è proposta allo scopo di sostenere la illegittimità del ricorso alla procedura sommaria, instaura comunque un giudizio di merito sul credito vantato e fatto valere dal ricorrente con la richiesta - che assume veste di domanda - del decreto di ingiunzione, ed il relativo giudizio, anche quando il decreto sia revocato sul presupposto che non poteva essere concesso, si conclude con una pronuncia di merito sulla dedotta pretesa, pronuncia alla quale accede quella sulle spese, che è regolata dai principi di cui agli artt. 91 ss. c.p.c. Ne deriva che nel caso in cui l’opponente, tanto più quando la sua opposizione si sia estesa anche al merito della pretesa, risulti vittorioso in ordine alla dedotta illegittimità del ricorso alla procedura monitoria, ma resti soccombente nel merito, potrà essere condannato alle spese del giudizio, fatte salve quelle della fase sommaria. Cass. 17 febbraio 2004, n. 2997.

 

 

2.3. Procedimento di correzione di errore materiale.

Il provvedimento conclusivo del procedimento di correzione di errore materiale non dà luogo a condanna nelle spese giudiziali. Cass. lav., 1° agosto 2002, n. 11483; conforme Cass., Sez. Un., 27 giugno 2002, n. 9438.

 

 

2.4. Procedimenti camerali c.d. su diritti.

Il giudice, definendo un procedimento di carattere contenzioso, ha il potere-dovere, ai sensi degli artt. 91 ss. c.p.c., di statuire sulle spese, anche senza espressa istanza dell’interessato, salvo che lo stesso abbia manifestato la volontà di rinunciarvi; né rileva la circostanza che la parte, a norma dell’art. 86 c.p.c., abbia esercitato la facoltà di difesa personale, atteso che ciò non tocca la natura professionale dell’attività processuale svolta dall’avvocato in proprio favore, né quindi incide sulla qualificabilità come spese del giudizio dei diritti e degli onorari previsti per tale attività. Cass. 27 agosto 2003, n. 12542.

 

Anche nel procedimento camerale previsto dall’art. 2192 c.c., nel quale il tribunale provvede su reclamo avverso il decreto emesso dal giudice del registro, è legittima - benché esso sia destinato a concludersi con un decreto non direttamente incidente su posizioni di diritto soggettivo, bensì volto alla gestione di un pubblico registro a tutela di interessi generali - la condanna al pagamento delle spese processuali, pronunciata in favore di colui il quale, partecipando al procedimento in forza di interessi giuridicamente qualificati, le abbia anticipate e tale condanna ben può fondarsi sulla soccombenza processuale dei controinteressati, o del ricorrente nei confronti di questi ultimi, nel contrasto delle rispettive posizioni soggettive. Cass. 23 febbraio 2012, n. 2757.

 

 

2.4.1. Reclamo ex art. 739.

È legittima la statuizione sulle spese giudiziali nel procedimento promosso in sede di reclamo, ex art. 739 c.p.c., avverso provvedimento reso in camera di consiglio, atteso che si profila comunque un conflitto tra parte impugnante e parte destinataria del reclamo, la cui soluzione implica una soccombenza che resta sottoposta alle regole dettate dagli artt. 91 e ss. c.p.c. e che, inoltre, se lo sviluppo del procedimento (in camera di consiglio) nella fase di impugnazione non può ovviamente conferire al procedimento stesso carattere contenzioso in senso proprio, si deve tuttavia riconoscere che in tale fase le posizioni delle parti con riguardo al provvedimento emesso assumono un rilievo formale autonomo, che dà fondamento alla applicazione estensiva dell’art. 91 cit. Cass. 13 aprile 2005, n. 7644.

 

 

2.4.2. Denuncia al tribunale ai sensi dell’art. 2409 c.c.

Nel procedimento per il riassetto contabile o amministrativo della società per azioni previsto dall’art. 2409, c.c., la condanna al pagamento delle spese processuali, pronunciata a favore di colui che - partecipando al procedimento in forza di interessi giuridicamente qualificati dalla sua posizione rispetto alla corretta amministrazione della società - le abbia anticipate, pur non essendo accessoria ad una decisione su diritti soggettivi, né collegabile a comportamenti anteriori al processo, è legittima nella parte in cui si fondi sulla soccombenza processuale dei controinteressati nel contrasto delle posizioni soggettive, ma non può avere ad oggetto le spese di ispezione giudiziale della società, che restano a carico dei soci denuncianti. Cass. 10 gennaio 2005, n. 293; conforme Trib. Roma, 6 luglio 2004; Trib. Foggia, 5 novembre 2003; contra Trib. Modena, 6 dicembre 2002; Trib. Nocera Inferiore, 22 ottobre 2002.

 

 

2.4.3. Procedimento di revoca dell’amministratore di condominio.

L’art. 91 c.p.c., secondo cui il giudice con la sentenza che chiude il processo dispone la condanna alle spese giudiziali, intende riferirsi a qualsiasi provvedimento che, nel risolvere contrapposte pretese, definisce il procedimento, e ciò indipendentemente dalla natura e dal rito del procedimento medesimo: pertanto, la norma trova applicazione anche ai provvedimenti di natura camerale e non contenziosa, come quelli in materia di revoca dell’amministratore di condominio, tant’è vero che mentre la decisione nel merito del ricorso di cui all’art. 1129 c.c. - avendo sostanzialmente natura cautelare e tale da non pregiudicare il diritto dell’amministratore - non è ricorribile in cassazione, la consequenziale statuizione relativa alle spese, in quanto dotata dei caratteri della definitività e della decisorietà, è impugnabile ai sensi dell’art. 111 Cost. Cass. 26 giugno 2006, n. 14742.

 

È inammissibile il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., avverso il decreto con il quale la corte di appello provvede sul reclamo avverso il decreto del tribunale in tema di revoca dell’amministratore di condominio, previsto dagli art. 1129 c.c. e 64 disp. att. c.c., trattandosi di provvedimento di volontaria giurisdizione; tale ricorso è, invece, ammissibile avverso la statuizione relativa alla condanna al pagamento delle spese del procedimento, concernendo posizioni giuridiche soggettive di debito e credito discendenti da un rapporto obbligatorio autonomo. Né tali principi contrastano con l’art. 13 CEDU, il quale, nello stabilire che ogni persona i cui diritti e libertà riconosciuti nella Convenzione siano violati ha diritto di presentare un ricorso avanti ad una magistratura nazionale, non implica affatto che gli Stati debbano sempre ed in ogni caso accordare la tutela giurisdizionale fino al livello del rimedio di legittimità, la cui funzione ordinamentale non consiste nel tutelare l’”ius litigatoris”, attribuendo al singolo ulteriori opportunità di verifica delle condizioni di fondatezza della sua pretesa, ma di garantire l’”ius constitutionis”, cioè la nomofilachia e con essa l’uniformità dell’interpretazione giurisprudenziale. Cass. 27 febbraio 2012, n. 2986.

 

 

2.4.4. Procedimento per l’equa riparazione dei danni da irragionevole durata del processo.

In tema di spese processuali e con riferimento al processo camerale per l’equa riparazione del diritto alla ragionevole durata del processo, non ricorre un generale esonero dall’onere delle spese a carico del soccombente, in quanto, in virtù del richiamo operato dall’art. 3, comma 4, L. 24 marzo 2001, n. 89, si applicano le norme del codice di rito. Dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali non discende infatti un obbligo a carico del legislatore nazionale di conformare il processo per equa riparazione da irragionevole durata negli stessi termini previsti, quanto alle spese, per il procedimento dinanzi agli organi istituiti in attuazione della convenzione medesima, e si deve altresì escludere che l’assoggettamento del procedimento alle regole generali nazionali, e quindi al principio della soccombenza, possa integrare un’attività dello Stato che «miri alla distruzione dei diritti o delle libertà» riconosciuti dalla Convenzione o ad «imporre a tali diritti e libertà limitazioni più ampie di quelle previste dalla stessa Convenzione». Cass. 18 giugno 2007, n. 14053.

 

Nel giudizio di equa riparazione del danno conseguente alla irragionevole durata del processo, la Corte di appello non può liquidare, ai sensi degli artt. 91 ss. c.p.c., in favore del ricorrente vittorioso le spese che questi abbia precedentemente sostenuto per la sua difesa in giudizio davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Cass., Sez. Un., 23 dicembre 2005, n. 28508.

 

 

2.4.5. Fase camerale del giudizio ex art. 5, L. n. 117 del 1988.

La disciplina sulla responsabilità delle parti per le spese e per i danni processuali, dettata dagli artt. 90 ss. c.p.c., opera anche con riferimento alla fase di delibazione in camera di consiglio circa l’ammissibilità della domanda di risarcimento del danno contro lo Stato prevista dall’art. 5 della legge, n. 117 del 1988, quando si sia conclusa con la pronuncia di inammissibilità, cioè con un provvedimento definitivo, che chiude il processo dinanzi al giudice adito, e decisorio, in quanto idoneo ad incidere sul diritto al risarcimento, escludendone l’operatività. Cass. maggio 2005, n. 9288.

 

 

2.4.6. Procedimento di opposizione ad ordinanza-ingiunzione.

La disciplina delle spese processuali, quale desumibile in via generale dagli artt. 91 e 92 c.p.c., trova applicazione anche nel procedimento disciplinato dalla L. 24 novembre 1981, n. 689, sia nel caso - espressamente menzionato dall’art. 23 della legge medesima - di soccombenza dell’opponente, sia nel caso inverso di soccombenza della parte nei cui confronti l’opposizione sia stata proposta. Cass. 27 agosto 2003, n. 12543.

 

 

2.4.7. Procedimento di interdizione.

Il procedimento di interdizione, pur presentando numerose peculiarità, essendo caratterizzato dalla coesistenza di diritti soggettivi privati e di profili pubblicistici, dalla natura e non disponibilità degli interessi coinvolti, dalla posizione dei soggetti legittimati a presentare il ricorso, che esercitano un potere di azione, ma non agiscono a tutela di un proprio diritto soggettivo, dagli ampi poteri inquisitori del giudice, dalla particolare pubblicità della sentenza e dalla sua revocabilità, si configura pur sempre come un procedimento contenzioso speciale, il che comporta l’applicazione ad esso di tutte le regole del processo di cognizione, salvo le deroghe previste dalla legge. In particolare, essendo anche in questo caso il regolamento delle spese consequenziale ed accessorio rispetto alla definizione del giudizio, la condanna al pagamento delle spese di lite legittimamente può essere emessa, a carico della parte soccombente, anche d’ufficio, in mancanza di un’esplicita richiesta della parte vittoriosa, a meno che risulti che esista una esplicita volontà di quest’ultima di rinunziarvi. Cass. 9 novembre 2005, n. 21718.

 

 

2.5. Divisione giudiziale ereditaria.

In tema di divisione giudiziale ereditaria, vanno poste a carico della massa le spese che sono servite a condurre nel comune interesse il giudizio alla sua conclusione, mentre valgono i principi generali sulla soccombenza per quelle spese che, secondo il prudente apprezzamento del giudice di merito, sono state necessitate da eccessive pretese o da inutili resistenze, cioè dall’ingiustificato comportamento processuale adottato dalla parte resistente. Trib. Bari, 12 aprile 2007, n. 933.

 

 

2.6. Fallimento.

L’art. 91 c.p.c. trova applicazione nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, che vede la contrapposizione degli opposti interessi dei creditori istanti e del debitore, sicché, in caso di rigetto dell’istanza di fallimento, la condanna alle spese può seguire anche in assenza di esplicite domande, essendo una conseguenza legale della decisione della lite; non rileva a tal fine che le ragioni dei creditori fossero sussistenti e gli stessi abbiano di fatto conseguito il risultato di riscuotere i crediti vantati, non essendo il procedimento di fallimento diretto ad accertare inadempienze bensì lo stato di insolvenza. Cass. 28 febbraio 2007, n. 4774.

Conf.: L’art. 91 c.p.c., secondo cui il giudice con la sentenza che chiude il processo dispone la condanna alle spese giudiziali, intende riferirsi a qualsiasi provvedimento che, nel risolvere contrapposte pretese, definisce il procedimento e ciò indipendentemente dalla natura e dal rito del procedimento medesimo, con la conseguenza che la norma trova applicazione anche ai provvedimenti resi in esito al reclamo ex art. 26 legge fall., avverso il provvedimento del G.D. al fallimento, benchè la disposizione richiamata manchi di una espressa indicazione circa il governo delle spese. Cass. 18 luglio 2008, n. 19979.

 

 

2.7. Giudizio di divorzio.

La disciplina del procedimento divorzile, configurata dalla L. n. 898 del 1970 e successive modifiche, è strutturata con le caratteristiche del procedimento contenzioso destinato a concludersi con sentenza; ne discende l’applicabilità della normativa sulle spese processuali di cui agli artt. 91 e ss. c.p.c. Cass. 23 ottobre 2007, n. 22251.

 

 

  1. Principio della soccombenza.

In tema di condanna alle spese processuali, il principio della soccombenza va inteso nel senso che soltanto la parte interamente vittoriosa (ancorché sia stata accolta la domanda formulata solo in via subordinata) non può essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese stesse; e il suddetto criterio della soccombenza non può essere frazionato secondo l’esito delle varie fasi del giudizio, ma va riferito unitariamente all’esito finale della lite, senza che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte poi soccombente abbia conseguito un esito a lei favorevole. Cass. 11 gennaio 2008, n. 406; conforme Cass. 25 marzo 2002, n. 4201; Cass. 5 ottobre 2001, n. 12295.

 

In tema di liquidazione delle spese di giudizio, le spese sostenute dal terzo chiamato in garanzia, nella specie impropria, una volta che sia stata rigettata la domanda principale, vanno poste a carico della parte che, rimasta soccombente, abbia provocato e giustificato la chiamata in garanzia, trovando tale statuizione adeguata giustificazione nel principio di causalità, che governa la regolamentazione delle spese di lite. Cass. 10 novembre 2011, n. 23552.

 

In tema di spese processuali, solo la compensazione dev’essere sorretta da motivazione, e non già l’applicazione della regola della soccombenza cui il giudice si sia uniformato, atteso che il vizio motivazionale ex art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., ove ipotizzato, sarebbe relativo a circostanze discrezionalmente valutabili e, perciò, non costituenti punti decisivi idonei a determinare una decisione diversa da quella assunta. Cass. 23 febbraio 2012, n. 2730.

 

In tema di liquidazione delle spese giudiziali, il criterio della soccombenza non si fraziona secondo l’esito delle varie fasi, ma va considerato unitariamente all’esito finale della lite, senza che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte poi soccombente abbia conseguito un esito per sé favorevole. Cass. 29 settembre 2011, n. 19880.

 

 

3.1. Riparto delle spese di lite nell’ipotesi di cessazione della materia del contendere.

In tema di contenzioso tributario, l’annullamento nel corso del processo da parte dell’ufficio erariale, dell’atto impugnato, in via di autotutela, non costituisce rinuncia al processo stesso, bensì integra la specifica - ed ontologicamente diversa - fattispecie della cessazione della materia del contendere, caratterizzata dal venir meno del contrasto tra le parti e, quindi, dell’interesse delle stesse alla pronuncia del giudice. Ne consegue, ai sensi dell’art. 46, D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, l’estinzione del giudizio e l’applicazione, in ordine al regime delle spese del giudizio estinto, della regola (comma 3 del medesimo art. 46) secondo cui le stesse «restano a carico della parte che le ha anticipate» - nel senso che le spese anticipate da ciascuna parte non sono ripetibili dalla controparte - senza che tale disciplina possa dar luogo a dubbi di legittimità costituzionale. Cass. 12 novembre 2003, n. 16987.

 

Qualora un giudizio sia stato definito con sentenza dichiarativa della cessazione della materia del contendere comprensiva di condanna alle spese a carico di una delle parti, è ammissibile il ricorso per cassazione proposto dalla parte soccombente rispetto al capo della decisione concernente le spese del giudizio; in questo caso, oggetto del giudizio di cassazione sarà la verifica della correttezza della attribuzione della qualità di soccombente, attraverso il riscontro dell’astratta fondatezza delle ragioni dell’opposizione proposta dal ricorrente per cassazione. Cass. 14 luglio 2003, n. 10998.

 

 

3.2. Casistica.

Le spese sostenute dal terzo chiamato in giudizio a titolo di garanzia impropria sono legittimamente poste a carico della parte che, rimasta soccombente, abbia provocato e giustificato la chiamata in garanzia. Cass. 2 marzo 2007, n. 4958.

 

Allorché il convenuto chiami in causa un terzo ai fini di garanzia impropria - e tale iniziativa non si riveli palesemente arbitraria - legittimamente il giudice di appello, in caso di soccombenza dell’attore, pone a carico di quest’ultimo anche le spese giudiziali sostenute dal terzo, ancorché nella seconda fase del giudizio la domanda di garanzia non sia stata riproposta, in quanto, da un lato, la partecipazione del terzo al giudizio di appello si giustifica sotto il profilo del litisconsorzio processuale, e, dall’altro, l’onere della rivalsa delle spese discende non dalla soccombenza - mancando un diretto rapporto sostanziale e processuale tra l’attore ed il terzo - bensì dalla responsabilità del primo di avere dato luogo, con una infondata pretesa, al giudizio nel quale legittimamente è rimasto coinvolto il terzo. Cass. 26 febbraio 2008, n. 5027.

 

Il riconoscimento del concorso del fatto colposo del creditore (attore) ai fini della diminuzione del risarcimento ex art. 1227, comma 1, c.c., in tanto assume necessariamente rilievo ai fini della distribuzione delle spese processuali in relazione all’apprezzamento della soccombenza, in quanto il thema decidendum sia stato specificamente costituito dalla determinazione dell’apporto causale del fatto del creditore che in ipotesi lo abbia totalmente negato, e non anche quando, avendo il convenuto negato la propria responsabilità, il giudice si limiti a liquidare il danno in misura inferiore a quella domandata dall’attore, peraltro con intenti solo indicativi. Cass. 14 giugno 2005, n. 12750.

 

 

  1. Parte destinataria della pronuncia di condanna alle spese.

È soccombente rispetto alla parte vincitrice, e può perciò essere condannata al rimborso delle spese del processo, non solo la parte che propone domande, ma anche quella che interviene nel processo per sostenere le ragioni di una parte o che, chiamata nel processo da una delle parti, ne sostiene le ragioni contro l’altra. Cass. 23 febbraio 2007, n. 4213.

 

Qualora i giudici di secondo grado abbiano «modificato» la motivazione della sentenza resa al termine del giudizio di primo grado, senza - peraltro - incidere sul dispositivo della stessa, la parte appellante deve ritenersi - in esito al giudizio di appello - quanto all’onere delle spese, «soccombente» e non «vincitrice». Cass. 31 gennaio 2008, n. 2397.

 

 

4.1. Possibilità di condannare alle spese il difensore.

In caso di azione od impugnazione proposta dal difensore in mancanza di procura da parte del soggetto nel cui nome egli dichiari di agire, la sua attività processuale non è in alcun modo riferibile alla parte ed egli solo ne assume la responsabilità anche ai fini delle spese di lite; per contro, nella diversa ipotesi in cui il difensore abbia agito sulla base di procura ad litem invalida o divenuta inefficace, l’attività processuale è provvisoriamente efficace ai fini della instaurazione del rapporto processuale nei confronti della parte, che quella procura aveva conferito e che, perciò, è essa sola responsabile per le spese ai sensi dell’art. 91 c.p.c. Cass., Sez. Un., 10 maggio 2006, n. 10706.

 

Qualora il giudice di primo grado abbia distratto le spese processuali riconosciute alla parte vittoriosa in favore del suo avvocato, questi non è contraddittore necessario nel giudizio d’appello, quand’anche sia stato impugnato il capo relativo alle spese, con riferimento all’entità delle stesse, e, conseguentemente, non è affetta da nullità la sentenza pronunciata senza che il suddetto contraddittorio sia stato instaurato. Cass. 31 gennaio 2012, n. 1371.

 

 

4.2. Creditore che ha proposto istanza di fallimento.

In caso di revoca del fallimento per violazione dell’art. 15, L. fall. il creditore istante deve essere condannato alle spese del giudizio ed al pagamento, a titolo di risarcimento dei danni, del compenso del curatore e delle spese di procedura anticipate dall’erario. Trib. Roma, 20 settembre 2002.

 

 

4.3. Ufficio del p.m.

L’ufficio del p.m. così come non può sostenere l’onere delle spese del giudizio nell’ipotesi di soccombenza non può neppure essere destinatario di una pronuncia attributiva della rifusione delle spese quando risulti soccombente uno dei suoi contraddittori. Cass., Sez. Un., 12 marzo 2004, n. 5165; conforme Cass., Sez. Un., 17 luglio 2003, n. 11191.

 

L’ufficio del P.M. non può essere destinatario di condanna alle spese del giudizio in caso di soccombenza. Cass. 7 ottobre 2011, n. 20652.

 

 

  1. Liquidazione degli onorari di difesa.

L’attività di difesa svolta nel processo da soggetto abilitato all’esercizio della professione legale ed avente la qualità necessaria per esercitare l’ufficio di difensore con procura presso il giudice adito, anche se compiuta nel proprio interesse, come è consentito dall’art. 86 c. p. c., dà diritto alla liquidazione dei relativi onorari. Cass. 18 settembre 2008, n. 23847.

 

In tema di liquidazione degli onorari spettanti all’avvocato, l’art. 6 della tariffa degli onorari, diritti ed indennità spettanti agli avvocati e ai procuratori, approvata con D.M. 5 ottobre 1994, n. 585, laddove dispone che, nella determinazione degli onorari a carico della parte soccombente, il valore della causa si determina a norma del c.p.c., avendo riguardo, nei giudizi per pagamento di somme o di liquidazione danni, alla somma attribuita alla parte vincitrice piuttosto che a quella domandata, va interpretato nel senso che, in caso di accoglimento totale della domanda in un grado di giudizio e di impugnazione del convenuto limitatamente ad una parte della somma attribuita, con conseguente passaggio in giudicato della condanna in relazione alla somma non contestata (o anche in caso di accoglimento parziale con acquiescenza del soccombente ed appello dell’attore per la parte di somma negata in primo grado), il valore dei successivi gradi di giudizio va rapportato alla sola somma ancora in contestazione. Cass. lav., 7 marzo 2005, n. 4843.

 

Qualora il difensore abbia assistito in giudizio una pluralità di parti deve procedersi a una sola liquidazione delle spese processuali, a meno che l’opera defensionale, pur se formalmente unica, non abbia comportato la trattazione di differenti questioni in relazione alla tutela di posizioni giuridiche non identiche; in tal caso soltanto è consentita una distinta liquidazione per ciascuna delle parti. Cass. 24 novembre 2005, n. 24757.

 

Ai fini della liquidazione di diritti ed onorari di avvocato, le istanze, i ricorsi e i reclami, per i quali il n. 13 della tabella B della tariffa professionale forense prevede la corresponsione di un apposito diritto, non includono le sollecitazioni al giudice per il compimento di una attività a lui imposta da norme di legge. Cass. lav., 8 marzo 2005, n. 4966.

 

In tema di determinazione del compenso spettante al difensore che abbia assistito una pluralità di parti, costituisce questione di merito, la cui risoluzione è incensurabile in sede di legittimità, lo stabilire se l’opera defensionale sia stata unica, nel senso di trattazione di identiche questioni in un medesimo disegno difensionale a vantaggio di più parti, o se la stessa abbia, invece, comportato la trattazione di questioni differenti, in relazione alla tutela di non identiche posizioni giuridiche. Cass. 30 agosto 2004, n. 17363; conforme Cass. 6 dicembre 2002, n. 17354.

 

Ove la parte ricorra a difensore residente in luogo diverso dalla sede del giudice adito, sono liquidabili, a carico del soccombente, l’indennità di trasferta e le relative spese, salvi gli opportuni correttivi in caso di eccessività o superfluità. Cass. 15 maggio 2002, n. 7061; conforme Cass., Sez. Un., 9 ottobre 1990, n. 9913.

 

In tema di onorari e diritti del procuratore, il contributo integrativo corrispondente ad una maggiorazione del 2%, spettante al professionista e da lui ripetibile ex art. 11 della legge n. 576 del 1980, deve essere calcolato su tutti i corrispettivi dovuti al procuratore. Cass. 20 agosto 2002, n. 12270.

 

In tema di liquidazione dell’onorario spettante all’avvocato, lo scaglione tariffario relativo alle cause di valore indeterminabile è applicabile anche nel caso in cui questo valore, da accertarsi in corso di causa, sia rimasto non determinato in conseguenza dell’accoglimento di un’eccezione preliminare di merito, quale l’eccezione di prescrizione. (Cassa e decide nel merito, App. Milano, 26 marzo 2010). Cass. 30 novembre 2011, n. 25553.

 

A norma dell’art. 6, D.M. 8 aprile 2004, n. 127, in caso di rigetto della domanda per accoglimento dell’eccezione di prescrizione, nei giudizi per pagamento di somme o risarcimento di danni, il valore della controversia, ai fini della liquidazione degli onorari di avvocato a carico dell’attore soccombente, è quello corrispondente alla somma da quest’ultimo domandata, dovendosi seguire soltanto il criterio del “disputatum”, senza che trovi applicazione il correttivo del “decisum”. Cass. 30 novembre 2011, n. 25553.

 

Ai fini del rimborso delle spese di lite a carico della parte soccombente, in caso di accoglimento dell’eccezione di prescrizione, e quindi di rigetto totale della domanda proposta per l’intero credito nei confronti di uno dei debitori in solido, la cui entità sia stata ridotta dall’attore in corso di causa, a seguito della transazione parziale stipulata con gli altri coobbligati, ovvero dell’intervenuto pagamento parziale ad opera di costoro, nella liquidazione degli onorari difensivi in favore del convenuto si deve tener conto del valore della domanda, quale risultante da detta riduzione ed a far tempo da quest’ultima. Cass. 30 novembre 2011, n. 25553.

 

In tema di spese giudiziali, il giudice deve liquidare in modo distinto spese ed onorari in relazione a ciascun grado del giudizio, poiché solo tale specificazione consente alle parti di controllare i criteri di calcolo adottati e, di conseguenza, le ragioni per le quali sono state eventualmente ridotte le richieste presentate nelle note spese. Cass. lav., 25 novembre 2011, n. 24890.

 

 

5.1. Cause di valore indeterminabile.

Ai fini della determinazione dello scaglione per la liquidazione delle spese legali, appare corretto ritenere la causa di valore indeterminabile allorché siano state proposte una domanda di annullamento di un provvedimento di trasferimento asseritamente illegittimo ed una domanda di risarcimento dei danni, in quanto la domanda di annullamento del trasferimento è di valore indeterminabile e conserva la propria autonomia rispetto alla domanda di risarcimento dei danni provocati dall’illegittimo trasferimento, alla quale va cumulata ai fini della individuazione dello scaglione di appartenenza. Cass. lav., 1° aprile 2003, n. 4937.

 

 

5.2. Difesa nel processo del lavoro.

L’avvocato che abbia prestato la sua attività di patrocinio In un processo al quale si applichi il rito del lavoro ha diritto alla liquidazione degli onorari previsti alla voce n. 15 della tabella A (onorari di avvocato) per l’assistenza all’udienza di trattazione, in quanto - se è vero che di regola vi è un’unica udienza di discussione - all’interno di essa si compiono tutte le attività che, nel processo ordinario di cognizione, si svolgono nella prima udienza di trattazione e in quelle successive. Cass. 17 giugno 2004, n. 11370.

 

È pienamente compatibile con il rito del lavoro, in relazione alla liquidazione dei diritti ed onorari di avvocato, la liquidazione della voce «precisazione delle conclusioni» prevista dalla tabella dei diritti, in quanto la precisazione delle conclusioni è un atto richiesto al procuratore, secondo le norme ordinarie del c.p.c., e ribadite nel nuovo rito, che prevede, dopo l’esaurimento della discussione, la precisazione delle conclusioni. Cass. lav., 3 settembre 2003, n. 12840.

 

Con riguardo alle controversie in materia di lavoro, previdenza e assistenza, vanno riconosciuti al difensore i diritti di procuratore per le attività di consultazione col cliente, formazione del fascicolo, redazione della nota spese e collazione della stessa, deposito della nota spese, notifica del ricorso al convenuto e deposito dell’atto notificato, attività tutte non incompatibili con le particolarità del rito del lavoro. Cass. lav., 17 giugno 2004, n. 11370.

 

 

5.3. Difesa nei procedimenti speciali.

In tema di onorari professionali di avvocato, il punto 49 del capo X della tabella A allegata al D.M. 5 ottobre 1994, n. 585, secondo il quale spetta all’avvocato un onorario unico ed onnicomprensivo per tutta l’opera prestata in relazione, fra l’altro, ai «procedimenti speciali», si riferisce unicamente - come si evince anche dall’art. 13 dell’anzidetto D.M. n. 585 del 1994 - alla fase non contenziosa dei procedimenti previsti nel libro IV c.p.c. (escluso il procedimento davanti agli arbitri), e cioè quella che si sviluppa fino a quando non sorgano contestazioni il cui esame poi si rende devoluto al giudice in sede di cognizione (nel qual caso sono dovuti gli onorari di cui ai capi II, III e V della menzionata tabella: v. punto 56, comma 3, del capo X). Pertanto, in relazione al procedimento possessorio, l’onorario non va liquidato in base a tale disciplina, atteso che detto procedimento, articolandosi in due fasi contenziose entrambe rette dal ricorso introduttivo - una a cognizione sommaria e l’altra a cognizione piena - configura un ordinario processo civile di cognizione, alla cui disciplina generale è soggetto, ivi comprese le norme che regolano la liquidazione delle spese processuali. Cass. 7 gennaio 2003, n. 51.

 

Nella liquidazione degli onorari per procedimenti speciali, il giudice è tenuto, “ex lege” a formulare una determinazione omnicomprensiva nel rispetto dei minimi e dei massimi relativi allo scaglione di valore applicabile. Ne consegue l’inammissibilità di censure rivolte alle singole voci riconoscibili, se non siano travalicati i limiti predetti. Cass. 12 giugno 2008, n. 15814.

 

 

5.4. Violazione da parte del giudice dei limiti posti dalle tariffe forensi.

L’art. 60, comma 5, del R.D. n. 1578 del 1933 consente al giudice di scendere sotto i limiti minimi fissati dalle tariffe professionali quando la causa risulti di facile trattazione, sebbene limitatamente alla sola voce dell’onorario e non anche a quelle dei diritti e delle spese, cui non fa riferimento detta norma, e sempre che sia adottata espressa ed adeguata motivazione con riferimento alle circostanze di fatto del processo, non limitata, pertanto, ad una pedissequa enunciazione del criterio legale ovvero all’aggiunta dell’elemento estrinseco, meramente indicativo, quale l’identità delle questioni. Né potrebbe sostenersi che il menzionato obbligo di motivazione sia venuto meno per effetto della disposizione di cui all’art. 4 della legge n. 794 del 1942 che, nel prevedere la riduzione dei minimi tariffari per le controversie di particolare semplicità, dispone che la riduzione degli onorari non possa superare il limite della metà; tale disposizione, invero, integra la previsione contenuta nell’art. 60, quinto comma, del R.D.L. n. 1758 del 1933, indicando il limite massimo della riduzione degli onorari e, dunque, presuppone che questa sia motivata Cass. lav., 21 novembre 2008, n. 27804.

 

La parte, la quale intenda impugnare per cassazione la liquidazione delle spese, dei diritti di procuratore e degli onorari di avvocato, per pretesa violazione dei minimi tariffari, non ha l’onere dell’analitica specificazione delle voci e degli importi considerati allorquando detti minimi siano stati largamente violati senza alcuna giustificazione. Cass. 21 gennaio 2005, n. 1312.

 

 

  1. Liquidazione delle spese nella sentenza che regola la competenza.

Allorquando il giudice dichiara la propria incompetenza, chiudendo il processo davanti a sé, è tenuto a provvedere sulle spese giudiziali, non potendo rimettere la relativa pronuncia al giudice dichiarato competente. Cass. 21 gennaio 2003, n. 833.

 

La sentenza che ha pronunciato soltanto sulla competenza e sulle spese processuali deve essere impugnata con il mezzo ordinario di impugnazione previsto avverso le sentenze del giudice dichiaratosi incompetente, sia nel caso in cui la parte soccombente sulla questione di competenza intenda censurare esclusivamente il capo concernente le spese processuali - essendo l’impugnazione proponibile in quanto, benché l’art. 42 c.p.c. sembri escludere un’impugnazione diversa dal regolamento di competenza, in siffatta ipotesi manca il presupposto per la esperibilità di questo mezzo - sia nel caso in cui la parte vittoriosa su detta questione lamenti l’erroneità della statuizione sulle spese. Peraltro, qualora la parte soccombente sulla questione di competenza abbia proposto regolamento (necessario) di competenza - che, nel caso di suo accoglimento, implica la caducazione del capo sulle spese, indipendentemente dalla proposizione di specifiche censure in ordine a detta statuizione, se la parte vittoriosa su tale questione intenda censurare il capo concernente le spese, poiché nel procedimento del regolamento di competenza non è consentito il ricorso incidentale, ciò deve fare proponendo un’impugnazione distinta, nei modi ordinari, ed il relativo giudizio va sospeso, ex art. 295 c.p.c., sino alla pronunzia della S.C. sul regolamento di competenza. Cass., Sez. Un., 6 luglio 2005, n. 14205.

Contra: La sentenza che ha pronunciato soltanto sulla competenza e sulle spese di lite deve essere impugnata con istanza di regolamento (necessario) di competenza relativamente al primo capo della statuizione, mentre, per il capo attinente alle spese, occorre un’impugnazione distinta da proporre nei modi ordinari e la decisione di quest’ultimo gravame dipende dalla soluzione della questione di competenza dedotta con il regolamento, secondo il principio della soccombenza, stante il carattere accessorio della pronuncia sulle spese. Cass. 29 marzo 2002, n. 4623.

 

In tema di regolamento di competenza sollevato d’ufficio non vi è luogo a provvedere in ordine alle spese processuali. Cass. lav., 17 novembre 2004, n. 21737.

 

Allorquando il giudice declina la propria competenza per valore, a favore di quella del giudice di competenza per valore superiore, chiudendo il processo davanti a sé, è tenuto a provvedere sulle spese giudiziali, non potendo rimettere la relativa pronuncia al giudice dichiarato competente e, nella conseguente liquidazione, deve essere attribuito alla controversia, a questi soli fini esaminata, il valore massimo della competenza del giudice che declina la competenza, ai sensi del D.M. 8 aprile 2004, n. 127. Cass. 27 gennaio 2012, n. 1191.

 

Nel giudizio amministrativo, l’art. 26, comma 2, CPA (D.Lgs. n. 104/2010) dispone che “il giudice, nel pronunciare sulle spese, può altresì condannare, anche d’ufficio, la parte soccombente al pagamento in favore dell’altra parte di una somma di denaro equitativamente determinata, quando la decisione è fondata su ragioni manifeste o orientamenti giurisprudenziali consolidati”. Tale norma non riguarda le spese di lite, quantificate con la condanna alle spese secondo la logica propria delle disposizioni sancite dagli art. 91 e 92 c.p.c.; non riguarda la responsabilità da lite temeraria, tipizzata dai commi 1 e 2 dell’art. 96 c.p.c.; non riguarda la pretesa sostanziale (sulla quale statuisce il contenuto dispositivo della sentenza); non è configurabile, infine, quale sanzione pubblica. La liquidazione della somma è affidata all’equità, intesa nel tradizionale significato di criterio di valutazione giudiziario correttivo o integrativo, teso al contemperamento, nella logica del caso concreto, dei contrapposti interessi rilevanti secondo la coscienza sociale. Cons. St., 23 gennaio 2012, n. 265.

 

 

  1. Impugnazione del capo della decisione relativo alle spese di lite.

In tema di spese giudiziali il procuratore è legittimato ad impugnare i provvedimenti sulle spese giudiziali ove la controversia riguardi la distrazione delle medesime, mentre resta preclusa la sua impugnazione ove si contesti la mancata condanna della controparte al pagamento delle spese, configurandosi, in tal caso, la legittimazione esclusiva della parte Cass. lav., 28 luglio 2008, n. 20531.

 

In un giudizio svoltosi con pluralità di parti in cause scindibili ai sensi dell’art. 332 c.p.c., cioè cause cumulate nello stesso processo per un mero rapporto di connessione, la notificazione dell’impugnazione e la sua conoscenza assolvono alla funzione di “litis denuntiatio”, così da permettere l’attuazione della concentrazione nel tempo di tutti i gravami contro la stessa sentenza. In tal caso, pertanto, il destinatario della notificazione non diviene per ciò solo parte nella fase di impugnazione e, quindi, non sussistono i presupposti per la pronuncia a suo favore della condanna alle spese a norma dell’art. 91 c.p.c., che esige la qualità di parte, e perciò una “vocatio in ius”, e la soccombenza. Cass. 16 febbraio 2012, n. 2208.

 

 

7.1. Ricorso straordinario ex art. 111 Cost.

È inammissibile, anche quando vengano denunziati vizi in procedendo, il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. avverso il provvedimento con cui la corte d’appello decide sul reclamo contro il decreto di nomina di un amministratore giudiziario del condominio ai sensi dell’art. 1129, comma 1, c.c., attesa la carenza di attitudine al giudicato di quest’ultimo, che non viene meno in ragione della dedotta violazione di norme strumentali preordinate alla sua emissione. Tale ricorso è invece ammissibile avverso la statuizione relativa alla condanna al pagamento delle spese del procedimento, concernendo posizioni giuridiche soggettive di debito e credito discendenti da un rapporto obbligatorio autonomo rispetto a quello in esito al cui esame è stata adottata, e pertanto dotata dei connotati della decisione giurisdizionale con attitudine al giudicato, indipendentemente dalle caratteristiche del provvedimento cui accede. In tal caso il sindacato della S.C. rimane peraltro limitato alla verifica del vizio di violazione di legge, senza alcuna possibilità di estendersi alla disamina della sufficienza e logicità della motivazione. Cass. 6 maggio 2005, n. 9516.

 

È inammissibile il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., contro l’ordinanza del presidente del tribunale che rigetta l’opposizione avverso il provvedimento con cui, nel corso del giudizio civile di merito, il giudice ponga a carico di una sola parte l’onere di anticipare le spese della consulenza tecnica d’ufficio, costituendo tale decisione un provvedimento ordinatorio discrezionale e provvisorio, che non pregiudica il diritto di azione ed è conforme ai principi regolatori del processo civile, per i quali le spese dei mezzi istruttori vanno anticipate, salvo il loro recupero ex art. 91 c.p.c., dalle parti istanti, anche se delle relative risultanze possono avvalersi pure le altre. Cass. 11 gennaio 2012, n. 179.

 

 

  1. Esecuzione del capo contenente la statuizione sulle spese di lite.

La sentenza contenente la condanna della parte soccombente al pagamento delle spese di lite direttamente in favore degli avvocati della parte vittoriosa, quali anticipatari, per poter essere validamente posta in esecuzione direttamente da parte degli avvocati beneficiari deve contenere la apposizione della formula esecutiva in loro favore, in quanto, se la formula è apposta esclusivamente in favore della parte vincitrice, questa è l’unica legittimata a porla in esecuzione. Cass. 12 aprile 2005, n. 7520.

 

 

  1. Questioni di legittimità costituzionale.

Non è fondata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111, comma 2, Cost. e all’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 282 e 474 c.p.c., nella parte in cui non prevede che sia titolo provvisoriamente esecutivo anche il capo della sentenza di primo grado, di condanna al pagamento delle spese di lite, quando è accessorio a declaratoria di rigetto della domanda o di incompetenza. Premesso che l’art. 282 c.p.c. mira - per finalità certamente non irragionevoli perseguite dal legislatore - ad anticipare, rispetto a quello della irretrattabilità, il momento della efficacia della sentenza di merito di primo grado e che il concetto di accessorietà adottato dal remittente è del tutto improprio, posto che l’art. 31 c.p.c. designa con tale locuzione domande ulteriori rispetto a quella principale, in relazione alla quale si radica la competenza territoriale del giudice, rispetto alle quali l’art. 282 c.p.c. non impedisce che siano muniti di efficacia esecutiva immediata capi condannatori «accessori» rispetto a capo non condannatorio relativo alla domanda principale, non potendosi invece definirsi «accessorio» il capo della condanna alle spese in quanto non solo la pronuncia sulle spese non presuppone affatto, affinché il giudice possa (ed anzi, debba) adottarla, una domanda di parte, ma ha il suo «titolo» esclusivamente nel contenuto della decisione sul merito della controversia, in applicazione del principio della soccombenza, ex art. 91 c.p.c., la questione risulta sollevata in base ad erroneo presupposto interpretativo, giacché il capo sulle spese, quando costituisce corollario (più che «accessorio») di una pronuncia di merito non suscettibile per il suo contenuto di vedere anticipata la sua efficacia rispetto alla definitività, non chiama in gioco, nonostante sia un capo di condanna, l’art. 282 c.p.c., il quale riguarda di per sé esclusivamente la decisione di merito. Corte cost. 16 luglio 2004, n. 232.



 
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