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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 92 cod. proc. civile: Condanna alle spese per singoli atti. Compensazione delle spese

Il Giudice, nel pronunciare la condanna di cui all’articolo precedente, può escludere la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice, se le ritiene eccessive o superflue (1) (2); e può, indipendentemente dalla soccombenza, condannare una parte al rimborso delle spese, anche non ripetibili, che, per trasgressione al dovere di cui all’art. 88, essa ha causato all’altra parte.

Se vi è soccombenza reciproca (3) ovvero nel caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti, il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero.

Se le parti si sono conciliate, le spese si intendono compensate, salvo che le parti stesse abbiano diversamente convenuto nel processo verbale di conciliazione.

 

 


Commento

(1) Vengono considerate eccessive quelle spese che risultano sproporzionate (anche se necessarie) nei costi e nei tempi rispetto all’obiettivo che si intende raggiungere. Si pensi, ad es., all’uso della carta bollata per un atto per il quale non era richiesta o alle spese derivanti dalla nomina di più consulenti tecnici di parte. Sono invece definite superflue quelle spese del tutto inopportune ed inutili ai fini del raggiungimento dello scopo prefissato (ad es.: la produzione di un documento in carta da bollo, chiaramente inutile). In entrambe le ipotesi è sempre il giudice a valutare discrezionalmente (con giudizio insindacabile) se le spese sostenute per il compimento dei singoli atti risultino superflue o eccessive.

 

(2) Nell’ipotesi di riunione di procedimenti relativi alla stessa causa, così come in materia di lavoro, previdenza e assistenza, gli onorari saranno ridotti in considerazione dell’unitaria trattazione delle controversie.

 

(3) Si ha soccombenza reciproca nel momento in cui vengono rigettate sia la domanda principale che quella riconvenzionale (e in tal caso si avrà compensazione totale delle spese attraverso un provvedimento del giudice con cui rifiuta il diritto al rimborso delle spese anticipate) oppure nell’ipotesi in cui vengono accolte solo alcune delle domande (proposte da un’unica parte) o alcuni capi dell’unica domanda proposta (cd. soccombenza parziale). In tale ultimo caso il giudice di merito decide, in virtù di una valutazione che si sottrae al sindacato della Cassazione, quale delle parti deve essere condannata alle spese e se ed in quale misura debba farsi luogo a compensazione parziale.


Giurisprudenza annotata

  1. Spese eccessive e superflue sostenute dalla parte vincitrice.

In caso di accoglimento parziale della domanda il giudice può, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., e in applicazione del c.d. «principio di causalità», escludere la ripetizione di spese sostenute dalla parte vittoriosa ove le ritenga eccessive o superflue, ma non anche condannare la parte stessa ad un rimborso di spese sostenute dalla controparte, indipendentemente dalla soccombenza: una tale condanna è infatti consentita dall’ordinamento solo nell’ipotesi eccezionale in cui le spese siano state causate all’altra parte trasgredendo al dovere di cui all’art. 88 c.p.c. Cass. 3 settembre 2007, n. 18508; conforme Cass. 1° giugno 2004, n. 10478.

 

  1. Condanna alle spese per violazione dei doveri di lealtà e probità ex art. 88.

Ai sensi dell’art. 92, comma 1, c.p.c., la violazione del dovere di lealtà e probità stabilito dall’art. 88 dello stesso codice giustifica, indipendentemente dalla soccombenza, la condanna della parte, che è venuta meno a tale dovere, al rimborso delle spese processuali che l’altra parte ha dovuto sostenere a causa del comportamento illecito. Pertanto non viola il principio della soccombenza il giudice che pone a carico della parte vittoriosa le spese del giudizio, ove accerti - con apprezzamento discrezionale non sindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivato in relazione alla logica e alla realtà processuale - che questo è stato reso necessario dal comportamento tenuto dalla parte vittoriosa in violazione del predetto dovere. Cass. 12 settembre 2003, n. 13427.

 

Al criterio della soccombenza può derogarsi solo quando la parte risultata vincitrice sia venuta meno ai doveri di lealtà e probità, imposti dall’art. 88 c.p.c. Tale violazione è rilevante unicamente nel contesto processuale, restando estranee circostanze che, sia pur riconducibili ad un comportamento commendevole della parte, si siano esaurite esclusivamente in un contesto extraprocessuale, le quali circostanze possono, al più, giustificare una compensazione delle spese. Cass. 1° dicembre 2000, n. 15353; conforme Cass. lav., 20 marzo 2007, n. 6635.

 

 

  1. Compensazione delle spese del giudizio.

 

 

3.1. Poteri del giudice di merito.

L’art. 92, secondo comma, c.p.c., nella parte in cui permette la compensazione delle spese di lite allorché concorrano “gravi ed eccezionali ragioni”, costituisce una norma elastica, quale clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico-sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili “a priori”, ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche. In particolare, anche la novità delle questioni affrontate integra la suddetta nozione, se ed in quanto sia sintomo di un atteggiamento soggettivo del soccombente, ricollegabile alla considerazione delle ragioni che lo hanno indotto ad agire o resistere in giudizio e, quindi, da valutare con riferimento al momento in cui la lite è stata introdotta o è stata posta in essere l’attività che ha dato origine alle spese, sempre che si tratti di questioni sulle quali si sia determinata effettivamente la soccombenza, ossia di questioni decise. Cass., Sez. Un., 22 febbraio 2012, n. 2572.

 

In tema di spese processuali, la facoltà di disporne la compensazione tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in Cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione. Cass. 17 novembre 2006, n. 24495; conforme Cass., Sez. Un., 15 luglio 2005, n. 14989; Cass. lav., 2 agosto 2003, n. 11774; Cass. 7 marzo 2001, n. 3272.

Contra: Il giudice che provveda a compensare le spese di lite in deroga al criterio generale della soccombenza deve indicare, seppur in modo non «specifico» le ragioni che stanno alla base di una simile decisione. Cass. 5 maggio 1999, n. 4455.

 

 

3.2. Soccombenza reciproca.

La decisione del giudice di merito di compensare in tutto o in parte le spese di lite è espressione di un potere discrezionale conferitogli dalla legge, incensurabile in sede di legittimità a meno che non sia sorretta da ragioni palesemente illogiche, ossia tali da inficiare per la loro inconsistenza lo stesso processo formativo della volontà decisionale espressa sul punto. In particolare, la compensazione delle spese di lite non presuppone necessariamente la reciprocità della soccombenza, potendo essere disposta anche nei confronti della parte totalmente vittoriosa e costituendo idonea motivazione alla compensazione la rilevanza attribuita dal giudice di merito al ridimensionamento delle pretese dell’attore avvenuto in secondo grado, rispetto all’integrale accoglimento di esse operato in primo grado. Cass. lav., 18 agosto 2004, n. 16162; conforme Cass. lav., 19 novembre 1999, n. 12879.

 

In tema di compensazione delle spese processuali per soccombenza reciproca, l’art. 92, comma 2, c.p.c. non deve necessariamente interpretarsi come facente riferimento al concetto tecnico di soccombenza. Quando l’attore ottiene l’accoglimento della domanda e il bene della vita richiesto sulla base di una delle argomentazioni svolte, dopo, però, che il giudice ne ha rigettate altre non si versa in un’ipotesi di soccombenza in senso tecnico, ma lo svolgimento dell’attività processuale conseguente alle argomentazioni disattese è causalmente attribuibile a chi ha proposto la domanda, determinandosi così una situazione che non rende illegittima la compensazione delle spese con riferimento alla «soccombenza reciproca». Cass. 22 settembre 2000, n. 12541.

 

In tema di liquidazione delle spese giudiziali, non è giustificata la compensazione delle spese qualora le questioni dedotte in causa non possano essere ritenute così complesse, nuove o soggette a contrasti giurisprudenziali (maggiori di quanti ve ne siano in ogni ambito del diritto).Tribunale Roma sez. XIII  29 gennaio 2015 n. 2221  

 

In tema di liquidazione delle spese giudiziali, l'art. 92 c.p.c. comma 2, come novellato, ha stabilito che la compensazione delle spese, oltre che nel caso della soccombenza reciproca, può essere dichiarata unicamente se concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, ponendo così la compensazione come ipotesi del tutto eccezionale.

Tribunale Roma sez. XII  30 gennaio 2015 n. 2201

 

 

3.3. Compensazione delle spese per giusti motivi: la pronuncia delle Sezioni Unite sulla disciplina ante L. n. 263 del 2005.

Nel regime anteriore a quello introdotto dall’art. 2, comma 1, lett. a) della legge 28 dicembre 2005 n. 263, il provvedimento di compensazione parziale o totale delle spese “per giusti motivi” deve trovare un adeguato supporto motivazionale, anche se, a tal fine, non è necessaria l’adozione di motivazioni specificamente riferite a detto provvedimento purché, tuttavia, le ragioni giustificatrici dello stesso siano chiaramente e inequivocamente desumibili dal complesso della motivazione adottata a sostegno della statuizione di merito (o di rito). Ne consegue che deve ritenersi assolto l’obbligo del giudice anche allorché le argomentazioni svolte per la statuizione di merito (o di rito) contengano in sé considerazioni giuridiche o di fatto idonee a giustificare la regolazione delle spese adottata, come - a titolo meramente esemplificativo - nel caso in cui si dà atto, nella motivazione del provvedimento, di oscillazioni giurisprudenziali sulla questione decisiva, ovvero di oggettive difficoltà di accertamenti in fatto, idonee a incidere sulla esatta conoscibilità a priori delle rispettive ragioni delle parti, o di una palese sproporzione tra l’interesse concreto realizzato dalla parte vittoriosa e il costo delle attività processuali richieste, ovvero, ancora, di un comportamento processuale ingiustificatamente restio a proposte conciliative plausibili in relazione alle concrete risultanze processuali. Cass., Sez. Un., 30 luglio 2008, n. 20598; conforme Cass. 1 marzo 2007, n. 4854; Cass. 13 febbraio 2002, n. 2066.

Contra: In tema di regolamento delle spese processuali, il giudice può compensare le stesse per giusti motivi senza obbligo di precisarli, atteso che l’esistenza di ragioni che giustifichino la compensazione va posta in relazione e deve essere integrata con la motivazione della sentenza e con tutte le vicende processuali, stante l’inscindibile connessione tra lo svolgimento della causa e la pronuncia sulle spese medesime, non trovando perciò applicazione, in relazione alla compensazione per giusti motivi, il principio sancito dall’art. 111, comma sesto, Cost., secondo cui ogni provvedimento giurisdizionale deve essere motivato. Inoltre, il potere del giudice di compensare le spese processuali per giusti motivi non è in contrasto con il principio dettato dall’art. 24, primo comma, Cost., giacché il provvedimento di compensazione non costituisce, per la parte, ostacolo alla difesa dei propri diritti, non potendosi estendere la garanzia costituzionale dell’effettività della tutela giurisdizionale sino a comprendervi anche la condanna del soccombente al rimborso delle spese. Tale interpretazione dell’art. 92 c.p.c. ha avuto l’avallo della Corte costituzionale (v. sentenza della Corte Cost. 21 dicembre 2004 n. 395) e trova conferma nella circostanza che solo per effetto del nuovo art. 92, secondo comma, c.p.c. (come sostituito dall’art. 2, della legge n. 263 del 2005) il giudice può compensare le spese tra le parti se vi è soccombenza reciproca o se concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicati in motivazione. Cass. 31 gennaio 2008, n. 2397.

 

 

3.3.1. Compensazione delle spese processuali basata sulla “peculiarità della fattispecie”.

L’art. 92, secondo comma, c. p. c., nel testo introdotto dall’art. 2, comma 1, lett. a), della legge 28 dicembre 2005, n. 263, dispone che il giudice può compensare le spese, in tutto o in parte, se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione. Tale esigenza non è soddisfatta quando la compensazione si basi sulla “peculiarità della fattispecie”, in quanto una simile formula è del tutto criptica e non consente il controllo sulla motivazione e sulla congruità delle ragioni poste dal giudice a fondamento della sua decisione. Cass. 30 maggio 2008, n. 14563.

 

 

3.3.2. Casistica.

In caso di accoglimento parziale della domanda, possono sussistere i giusti motivi atti a legittimare la compensazione, totale o parziale, delle spese legali qualora la parte convenuta abbia adottato posizioni difensive concilianti o di parziale contestazione degli assunti avversari, ma non sussiste un’ipotesi di soccombenza reciproca; ne consegue che la parte parzialmente vittoriosa non può essere condannata a pagare per l’intero le spese legali sostenute dall’altra parte, in quanto questa possibilità è consentita dall’ordinamento solo per l’ipotesi eccezionale - espressamente motivata - di trasgressione del dovere di lealtà e probità di cui all’art. 88 c.p.c. Cass. 9 marzo 2004, n. 4755.

La decisione del giudice di merito di compensare, in tutto o in parte, le spese di lite è incensurabile in sede di legittimità qualora sia motivata espressamente con riferimento a giusti motivi ravvisati della peculiarità e della complessità delle questioni trattate. Cass. 1° dicembre 2003, n. 18352.

 

Quando il giudice abbia giustificato la compensazione delle spese richiamando le difficoltà presentate dalla questione, la brevità della motivazione della sentenza non basta a rivelare l’illogicità del giudizio sulla compensazione, in quanto la concisione di un provvedimento non costituisce parametro per negarne la difficoltà. Cass. 26 maggio 1999, n. 5122.

 

Il giudice di merito, ai sensi dell’art. 92, comma 2, c.p.c., può compensare le spese di lite per «giusti motivi» anche se con la sentenza abbia pronunziato soltanto su una questione pregiudiziale e non abbia affrontato il merito, atteso che l’art. 91 dello stesso codice, nell’imporre la pronunzia sulle spese quando il giudice pronunzia sentenza che chiude il giudizio dinanzi a sé, prescinde dal contenuto della sentenza medesima. Cass. 9 maggio 2005, n. 9537.

 

Disposta la compensazione, per giusti motivi, delle spese giudiziali, ove il giudice, con pregresso provvisorio decreto di liquidazione, abbia posto le spese di consulenza tecnica d’ufficio a carico della parte poi risultata soccombente, la statuizione di compensazione comporta che quest’ultima parte non possa ripetere dalla parte vittoriosa, neppure per la metà, le somme anticipate per il pagamento del compenso al consulente, le quali restano pertanto a totale carico della parte che le ha anticipate. Cass. 23 aprile 2001, n. 5976.

 

Ai fini della compensazione totale delle spese processuali non è sufficiente né la mancata opposizione alla domanda da parte del convenuto né la mera riduzione della domanda operata dal giudice in sede decisoria, permanendo comunque la sostanziale soccombenza della controparte che dev’essere adeguatamente riconosciuta sotto il profilo della suddivisione del carico delle spese. Cass. 23 gennaio 2012, n. 901.

 

Ai sensi dell’art. 92, secondo comma, c.p.c., nel testo applicabile “ratione temporis” prima dell’entrata in vigore della legge 18 giugno 2009, n. 69, costituisce giusto motivo di compensazione delle spese processuali l’esistenza di una giurisprudenza basata su di un principio di diritto astrattamente non controverso, ma variamente enunciato nella concretezza delle sue applicazioni, atteso che le decisioni altalenanti ben possono dipendere dalla difficoltà pratica d’identificare la fattispecie corrispondente. Cass. 12 gennaio 2012, n. 316.

 

In tema di spese giudiziali, le “gravi ed eccezionali ragioni”, da indicarsi esplicitamente nella motivazione, in presenza delle quali, ai sensi dell’art. 92, secondo comma, c.p.c. (nel testo introdotto dall’art. 2 della legge 28 dicembre 2005, n. 263), il giudice può compensare, in tutto o in parte, le spese del giudizio non possono essere tratte dalla struttura del tipo di procedimento contenzioso applicato né dalle particolari disposizioni processuali che lo regolano, ma devono trovare riferimento in specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa. Cass. 15 dicembre 2011, n. 26987.

 

Non costituisce motivo che legittima la pronuncia di compensazione delle spese di lite la circostanza che il credito fatto valere sia di entità “irrisoria”. Cass. 12 dicembre 2011, n. 26580.

 

 

3.4. Regime del provvedimento di compensazione delle spese.

In tema di spese processuali, integra gli estremi della violazione di legge (art. 922 c.p.c.), denunciabile e sindacabile anche in sede di legittimità, la decisione di compensazione delle spese del giudizio giustificata da generici «motivi di opportunità e di equità» quando le ragioni in base alle quali il giudice abbia accertato e valutato la sussistenza dei presupposti di legge per esercitare il potere di compensazione delle spese non emergono né da una motivazione esplicitamente specifica né, quanto meno, da quella complessivamente adottata a fondamento dell’intera pronuncia, cui la decisione di compensazione delle spese accede. Cass. 23 luglio 2007, n. 16205.

 

 

  1. Questioni di legittimità costituzionale.

È manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 92, comma 2, c.p.c., censurato, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui consente al giudice la facoltà di compensare, in tutto o in parte e ai danni della parte rimasta vittoriosa, le spese processuali, senza esporre espressa e giustificata motivazione dei «giusti motivi» di tale decisione. La questione è irrilevante, in quanto il remittente - dopo aver interpretato alla luce dei principi costituzionali (e, in particolare, dell’art. 111, comma 6, Cost.), la norma che disciplina la compensazione delle spese di lite, nel senso che essa attribuisce al giudice un potere discrezionale (e non già arbitrario) di derogare alla regola legale imperniata sul principio della soccombenza (art. 91 c.p.c.) - doveva fare applicazione della norma come da lui interpretata, dando conto, con adeguata motivazione, dei «giusti motivi» che lo inducevano a non porre, in tutto o in parte, le spese di lite a carico della parte soccombente, mentre la dedotta esistenza di un «diritto vivente», secondo il quale il giudice potrebbe, a suo arbitrio, motivare o non motivare la compensazione delle spese si risolve in una regola - insindacabilità della compensazione delle spese non motivata - della quale è diretto destinatario il giudice dell’impugnazione, il quale soltanto potrebbe quindi sollevare la questione, mentre il giudice munito del potere discrezionale di compensare le spese solo indirettamente destinatario di quel diritto vivente, e pertanto, avendo, alla stregua di tale c.d. «diritto vivente», la facoltà, ma non l’obbligo, di non motivare il suo provvedimento, è conseguentemente tenuto a dare dell’art. 92 c.p.c. una lettura conforme a Costituzione. Corte cost. 21 dicembre 2004, n. 395.



 
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