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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 96 cod. proc. civile: Responsabilità aggravata

Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave (1), il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni (2), che liquida, anche di ufficio, nella sentenza (3).

Il giudice che accerta l’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare, o trascritta domanda giudiziale, o iscritta ipoteca giudiziale, oppure iniziata o compiuta l’esecuzione forzata, su istanza della parte danneggiata condanna al risarcimento dei danni l’attore o il creditore procedente, che ha agito senza la normale prudenza. La liquidazione dei danni è fatta a norma del comma precedente (4).

In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata.


Commento

(1) La mala fede e la colpa grave consistono nell’agire o resistere in giudizio con la consapevolezza del proprio torto, cioè abusando del diritto d’azione o per spirito di emulazione o per fini dilatori ovvero con la mancanza di quel minimo di diligenza o prudenza necessarie per rendersi conto dell’infondatezza della propria pretesa e per valutare le conseguenze dei propri atti.

 

(2) Il codice richiede come presupposti per ottenere il risarcimento dal danno non solo la prova del comportamento illecito del soccombente, ma anche un’effettiva perdita patrimoniale e la relativa prova. È, infatti, un onere della parte istante fornire la prova del danno subìto non potendo il magistrato, secondo la giurisprudenza, fare ricorso, in sede di liquidazione, a mere nozioni di comune esperienza o al criterio equitativo ove dagli atti non risultino elementi idonei all’identificazione di tale danno.

 

(3) La responsabilità aggravata può essere riconosciuta solo se espressamente richiesta, riferendosi l’inciso «d’ufficio» alla sola liquidazione dei danni.

 

(4) Comma aggiunto dall’art. 45, c. 12, l. 18-6-2009, n. 69, in vigore dal 4-7-2009 ed applicabile ai procedimenti instaurati successivamente a tale data. La norma costituisce un disincentivo a proporre domande giudiziali o a resistere in giudizio con superficialità, ad esempio allo scopo di attuare mere tattiche dilatorie. Si tratta di un ulteriore strumento di deflazione del contenzioso, che si differenzia dalle fattispecie di responsabilità processuale aggravata di cui ai primi due commi della norma in esame, non solo perché può essere attivato a prescindere da una specifica istanza di parte, ma anche in quanto non è richiesta per la sua applicazione la ricorrenza degli elementi oggettivi e soggettivi che invece caratterizzano la liquidazione dei danni per lite temeraria.


Giurisprudenza annotata

  1. Ratio e presupposti.

Con riguardo alla condanna al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 96 c.p.c., è onere della parte che richiede il risarcimento dedurre e dimostrare la concreta ed effettiva esistenza di un danno che sia conseguenza del comportamento processuale della controparte, sicché il giudice non può liquidare il danno, neppure equitativamente, se dagli atti non risultino elementi atti ad identificarne concretamente l’esistenza, desumibili anche da nozioni di comune esperienza e dal pregiudizio che la parte resistente abbia subito per essere stata costretta a contrastare un’iniziativa del tutto ingiustificata dell’avversario. Cass. 4 novembre 2005, n. 21393.

 

La condanna per responsabilità processuale aggravata, per lite temeraria, quale sanzione dell'inosservanza del dovere di lealtà e probità cui ciascuna parte è tenuta, non può derivare dal solo fatto della prospettazione di tesi giuridiche riconosciute errate dal giudice, occorrendo che l'altra parte deduca e dimostri nell'indicato comportamento dell'avversario la ricorrenza del dolo o della colpa grave, nel senso della consapevolezza, o dell'ignoranza, derivante dal mancato uso di un minimo di diligenza, dell'infondatezza delle suddette tesi . Cassazione civile sez. I  02 aprile 2015 n. 6675

 

Il giudice nel liquidare la domanda di responsabilità per lite temeraria può ricorrere a massime di comune esperienza in relazione al riconoscimento di un pregiudizio immanente la mera circostanza di dover resistere ovvero di coltivare un contenzioso evitale per le altrui resistenze. Cass. 12 ottobre 2011, n. 20995.

 

La domanda di condanna al risarcimento dei danni per responsabilità processuale aggravata, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., può essere proposta anche in sede di legittimità, per i danni che si assumono derivanti dal giudizio di cassazione e, in particolare, quando si riferisca a danni conseguenti alla proposizione del ricorso, deve essere formulata, a pena di inammissibilità, con il controricorso, non quindi con la memoria di cui all’art. 378 c.p.c. o nel corso della discussione orale. Cass. 11 ottobre 2011, n. 20914.

 

 

  1. Rapporti con l’art. 2043 c.c.

L’art. 96 c.p.c. contiene la disciplina integrale e completa della responsabilità processuale aggravata e si pone con carattere di specialità rispetto all’art. 2043 c.c., di modo che la responsabilità processuale aggravata, pur rientrando concettualmente nel genere della responsabilità per fatti illeciti, ricade interamente, in tutte le sue ipotesi, sotto la disciplina dell’art. 96 cit., né è configurabile un concorso, anche alternativo, tra i due tipi di responsabilità. Ne consegue che va dichiarata inammissibile - prima che infondata - l’azione di risarcimento del danno proposta dall’esecutato per il ristoro del pregiudizio derivante da attività processuale ingiusta, restando indifferente che detta attività sia tale perché non sorretta da titolo legittimo o perché svolta in forma non rituale. Cass. 24 luglio 2007, n. 16308; conforme Cass. 20 luglio 2004, n. 13455; Cass. 17 ottobre 2003, n. 15551.

 

La domanda di responsabilità aggravata ex art. 96, comma 2, c.p.c. rientra nel più ampio genere della domanda risarcitoria ex art. 2043 c.c., sicché, secondo le regole generali in materia di illecito extracontrattuale, legittimamente sono attribuiti dal giudice interessi e rivalutazione sulla somma riconosciuta per detto titolo. Cass. 13 marzo 1998, n. 2742.

 

 

2.1. Fallimento.

Non sussiste potestas iudicandi sulla domanda ex art. 96 c.p.c. in capo al giudice del fallimento se non come domanda fondata sui canoni di cui all’art. 2043 c.c.; pertanto è imprescindibile la dimostrazione delle lesioni patrimonialmente valutabili subite. App. Salerno, 20 giugno 2000.

La fattispecie della responsabilità processuale aggravata, prevista dall’art. 96 c.p.c. con carattere di specialità rispetto a quella generale della responsabilità ex art. 2043 c.c., trova, in sede di fallimento, il suo analogo nella figura della responsabilità prevista dall’art. 21, L. fall., il quale contempla che, nel caso di revoca del fallimento, le spese di procedura ed il compenso al curatore siano a carico del creditore istante che sia stato condannato ai danni per avere chiesto la dichiarazione di fallimento, per colpa. Sotto un tal punto di vista, ferma la specialità della disciplina di cui all’art. 21 cit., va distinta l’ipotesi in cui la revoca della dichiarazione consegua alla inesistenza del credito fatto valere dall’istante, da quelle dipendenti dalla mancanza di alcuno dei presupposti (processuali o sostanziali) necessari per la dichiarazione stessa. Nella prima ipotesi, infatti, si rende sufficiente l’aver agito senza la normale prudenza nel richiedere la dichiarazione di fallimento; nelle seconde invece si richiede invece una condotta dolosa o gravemente colposa. Cass. 15 giugno 1999, n. 5934; conforme Cass. 26 novembre 2008, n. 28226.

 

 

  1. Termine per la proposizione della domanda.

La domanda diretta al risarcimento dei danni per responsabilità aggravata a norma dell’art. 96 c.p.c. può essere proposta per la prima volta nella fase di gravame solo con riferimento a comportamenti della controparte posti in atto in tale grado del giudizio. Cass. 25 luglio 2006, n. 16975.

 

La domanda di danni per responsabilità aggravata, prevista dall’art. 96 c.p.c., è proponibile per la prima volta in sede di legittimità soltanto se abbia ad oggetto danni che si riconnettono al giudizio di Cassazione. Cass. 5 maggio 2003, n. 6763.

 

La domanda di condanna al risarcimento dei danni per responsabilità processuale aggravata, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., può essere proposta anche in sede di legittimità, per i danni che si assumono derivanti dal giudizio di Cassazione - a causa della proposizione del ricorso o del controricorso - ma quando si riferisca a danni conseguenti alla proposizione del ricorso, deve essere formulata, a pena di inammissibilità, nel controricorso e non anche nella memoria presentata ex art. 378 c.p.c. o nel corso della discussione orale della causa. Cass., Sez. Un., 17 agosto 1990, n. 8363.

 

La mancata riproposizione con l’atto di riassunzione del giudizio di rinvio della domanda di risarcimento dei danni da responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., non impedisce che una siffatta domanda, avente ad oggetto i danni che si riconnettono al comportamento tenuto nel giudizio di rinvio, possa essere proposta, per la prima volta, durante il suo corso. Cass., Sez. Un., 15 gennaio 2003, n. 473.

 

 

  1. Lite temeraria.

Ai fini della condanna alle spese per lite temeraria, ex art. 96 c.p.c., il carattere temerario della lite - che costituisce presupposto necessario per la condanna al risarcimento dei danni, accanto alla totale soccombenza e all’esistenza del danno stesso - va ravvisato nella coscienza della infondatezza della domanda e delle tesi sostenute, ovvero nel difetto della normale diligenza per l’acquisizione di detta consapevolezza, non già nella mera opinabilità del diritto fatto valere. Cass. 6 giugno 2003, n. 9060; conforme Cass. 21 luglio 2000, n. 9579; Cass., Sez. Un., 30 settembre 1989, n. 3948.

 

Il presupposto per l’applicazione della condanna per lite temeraria di cui al terzo comma dell’articolo 96 c.p.c., è il medesimo previsto dal primo comma del citato articolo, ossia che la parte soccombente abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave. Trib. Verona, 12 gennaio 2012.

 

La pronuncia ex art. 96, comma 3, c.p.c., che può essere effettuata d’ufficio e non ha limite nella determinazione dell’importo della condanna, non richiede la preventiva instaurazione del contraddittorio ex art. 101 c.p.c., essendo posterius e non prius logico della decisione di merito. Trib. Piacenza, 15 novembre 2011.

 

 

4.1. Casistica.

Ai fini della responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., il ricorso per cassazione può considerarsi temerario solo allorquando, oltre ad essere erroneo in diritto, appalesi consapevolezza della non spettanza della prestazione richiesta o evidenzi un grado di imprudenza, imperizia o negligenza accentuatamente anormali. Cass. 26 giugno 2007, n. 14789.

 

Ricorre un’ipotesi di responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c. nel caso in cui il ricorso per cassazione sia stato proposto avverso un provvedimento avente contenuto ordinatorio e non decisorio, senza alcuna possibilità di conversione dello stesso in regolamento di giurisdizione o di competenza; ai fini della quantificazione del danno la Corte può fare riferimento a nozioni di comune esperienza, tra cui il pregiudizio che la controparte subisce per il solo fatto di essere stata costretta a contrastare un’ingiustificata iniziativa dell’avversario, non compensata, sul piano strettamente economico, dal rimborso delle spese e degli onorari del procedimento stesso, liquidabili secondo tariffe che non concernono il rapporto tra parte e cliente. Cass., Sez. Un., 24 febbraio 2000, n. 16; conforme Cass., Sez. Un., 1° luglio 1992, n. 8085.

 

Ai sensi dell’art. 96 c.p.c. una della parti in causa può essere condannata al risarcimento del danno in favore della controparte solo se abbia agito o resistito con mala fede o colpa grave, e tali presupposti non sono ravvisabili relativamente al giudizio di Cassazione promosso avverso una sentenza la cui sinteticità di motivazione possa giustificare la richiesta di un ulteriore approfondimento processuale in ordine alla ritualità della motivazione stessa. Cass. 27 ottobre 1999,n. 12070.

La condanna al risarcimento dei danni per responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96, comma 1, c.p.c. può essere emessa anche dalle Sezioni unite della Corte di Cassazione in sede di regolamento preventivo di giurisdizione, a carico di chi abbia proposto la relativa istanza con la consapevolezza o con l’ignoranza, gravemente colpevole, della sua inammissibilità; né è necessario che la controparte deduca e dimostri uno specifico danno per il ritardo provocato dal ricorso sulla decisione della causa, atteso che la Corte di Cassazione, avendo facoltà di desumere siffatto danno da nozioni di comune esperienza, può fare riferimento anche al pregiudizio che detta controparte abbia subito di per sé per essere stata costretta a contrastare una ingiustificata iniziativa dell’avversario neppure compensata, sul piano strettamente economico, dal rimborso delle spese e degli onorari del procedimento stesso. Cass., Sez. Un., 19 febbraio 2002, n. 2420; conforme Cass., Sez. Un., 13 giugno 1995, n. 448.

 

La condanna per lite temeraria di cui al terzo comma dell’articolo 96 c.p. è applicabile anche nell’ambito del procedimento di cui all’articolo 2409 c.c. che venga utilizzato per finalità. L’onere rispetto a quella sua propria consistente nel ripristino della legalità dell’amministrazione della società allo scopo di tutelare esclusivamente gli interessi dei soci di minoranza. Trib. Verona, 12 gennaio 2012.

 

 

  1. Danno.

 

 

5.1. Onere della prova.

La domanda di risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c. non può trovare accoglimento tutte le volte in cui la parte istante non abbia assolto all’onere di allegare (almeno) gli elementi di fatto necessari alla liquidazione, pur equitativa, del danno lamentato. Cass., Sez. Un., 20 aprile 2004, n. 7583; conforme Cass. 30 maggio 2007, n. 12686; Cass., Sez. Un., 19 gennaio 2007, n. 1140.

 

La liquidazione del danno da responsabilità processuale aggravata, ex art. 96 c.p.c., ancorché possa effettuarsi anche d’ufficio, postula pur sempre la prova gravante sulla parte che chiede il risarcimento sia dell’an che del quantum debeatur, o almeno la concreta desumibilità di detti elementi dagli atti di causa. Cass. 8 giugno 2007, n. 13395; conforme Cass. 15 febbraio 2007, n. 3388; Cass. 9 settembre 2004, n. 18169.

 

Con riguardo alla condanna al risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c., è onere della parte che richiede il risarcimento dedurre e dimostrare la concreta ed effettiva esistenza di un danno in conseguenza del comportamento processuale della controparte, sicché il giudice non può liquidare il danno, neppure equitativamente, se dagli atti non risultino elementi atti ad identificarne concretamente l’esistenza, non ostando - d’altronde - all’affermazione di tali principi il fatto che il giudice possa desumere detto danno da nozioni di comune esperienza e fare riferimento anche al pregiudizio che la parte resistente abbia subito per essere stata costretta a contrastare un’iniziativa del tutto ingiustificata dell’avversario. Cass. 19 luglio 2004, n. 13355.

 

Il soggetto che intenda far valere la responsabilità aggravata del creditore procedente non deve limitarsi ad allegare i fatti relativi alla condotta ma deve altresì illustrare il nocumento patrimoniale e non patrimoniale effettivamente subito in virtù di detta condotta. Cass. 18 gennaio 2012, n. 691.

 

Una volta riconosciuta la temerarietà della lite, pur in mancanza di dimostrazione di concreti e specifici danni patrimoniali e non patrimoniali conseguiti allo svolgimento del processo, è giustificabile che il giudice, avuto riguardo a tutti gli elementi della controversia, provveda comunque al risarcimento del danno. Non si tratta di riconoscere un danno in re ipsa - il che sarebbe contrario alla logica della necessaria individuazione del danno come danno-conseguenza - bensì di prendere atto, secondo nozioni di comune esperienza, che il subire iniziative giudiziarie pretestuose o resistenze temerarie a fondate pretese giudiziali, comporta la sicura verificazione, a carico della parte vittoriosa, di una perdita economica e di danni di natura psicologica. Cass. 12 ottobre 2011, n. 20995.

 

All’accoglimento della domanda di risarcimento dei danni da lite temeraria non osta l’omessa deduzione e dimostrazione dello specifico danno subito dalla parte vittoriosa, che non è costituito dalla lesione della propria posizione materiale, ma dagli oneri di ogni genere che questa abbia dovuto affrontare per essere stata costretta a contrastare l’ingiustificata iniziativa dell’avversario e dai disagi affrontati per effetto di tale iniziativa, danni la cui esistenza può essere desunta dalla comune esperienza. Cass. 23 agosto 2011, n. 17485.

 

 

5.2. Natura.

Il danno da lite temeraria di cui all’art. 96 c.p.c. può consistere non soltanto in un pregiudizio patrimoniale, ma anche in un pregiudizio non patrimoniale, come tale liquidabile dal giudice sulla base di nozioni di fatto rientranti nella comune esperienza, e anche in assenza di una specifica prova. Trib. Roma, 18 ottobre 2006.

 

In tema di responsabilità aggravata per lite temeraria, l’art. 96 c.p.c. prevede, nel caso di accoglimento della domanda, il risarcimento dei danni, da intendersi, quindi, come ampia formulazione letterale comprensiva sia del danno patrimoniale, che del danno non patrimoniale, quest’ultimo trovando giustificazione anche in ragione della qualificazione del diritto di azione e difesa in giudizio in termini di diritto fondamentale. Ne consegue che, sotto il profilo del danno patrimoniale, in assenza di dimostrazione di specifici e concreti pregiudizi derivati dallo svolgimento della lite, è legittima una liquidazione equitativa che abbia riguardo allo scarto tra le spese determinate dal giudice secondo le tariffe e quanto dovuto dal cliente in base al rapporto di mandato professionale; mentre, sotto il profilo del danno non patrimoniale, la liquidazione equitativa deve avere riguardo alla lesione dell’equilibrio psico-fisico che, secondo nozioni di comune esperienza (anche in forza del principio della ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 Cost. ed alla legge 24 marzo 2001, n. 89), si verifichi a causa di ingiustificate condotte processuali. Cass. 12 ottobre 2011, n. 20995.

 

 

  1. Competenza.

La cognizione della domanda di risarcimento del danno da responsabilità processuale aggravata ex art. 96 c.p.c. rientra per ogni aspetto ed in tutta la sua estensione nella competenza esclusiva ed inderogabile del giudice investito della causa di merito, che è il solo in grado di valutare la rilevanza e la consistenza patrimoniale di un illecito realizzato nell’ambito del processo svoltosi davanti a lui, per cui non è consentito alla parte di chiedere una mera condanna generica, né al giudice di frazionare in due distinti giudizi la cognizione dell’istanza. Cass. 4 giugno 2007, n. 12952; conforme Cass. 14 aprile 2000, n. 4816.

 

La domanda di danni ex art. 96 c.p.c., deve essere fatta valere nel giudizio in cui sono stati causati e non in sede di ricorso per cassazione, rientrando il relativo potere nella competenza funzionale e inderogabile di quel giudice. Cass. 17 luglio 2007, n. 15882.

 

In tema di procedimento civile, il valore della domanda di risarcimento danni per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. non può essere cumulato, ai sensi e per gli effetti dell’art. 10 c.p.c., con il valore della domanda principale, trattandosi di domanda che rientra nella competenza funzionale - sia per l’an che per il quantum - del giudice che è competente a conoscere della domanda principale. Cass. 26 gennaio 2004, n. 1322; conforme Cass. 22 maggio 2001, n. 6967; Cass., Sez. Un., 15 novembre 2007, n. 23726.

 

Colui che chiede il risarcimento del danno a causa di un’azione possessoria ritenuta ingiustamente attivata può agire soltanto, ai sensi dell’art. 96, comma 2, c.p.c. - norma speciale rispetto all’art. 2043 c.c. - dinanzi al giudice del procedimento possessorio, in quanto soltanto quel giudice è competente a valutare la temerarietà dell’azione proposta, oltre che a provvedere sulle spese. Cass. 23 aprile 2001, n. 5972.

 

 

  1. Responsabilità per aver agito senza la normale prudenza.

Ai fini della configurabilità della responsabilità processuale aggravata ex art. 96, comma 2, c.p.c. non è necessaria la sussistenza della mala fede o della colpa grave, ma è sufficiente l’aver agito senza la normale prudenza. Cass. 13 maggio 2002, n. 6808.

 

Diversamente dall’ipotesi di responsabilità aggravata del litigante temerario di cui al comma 1 dell’art. 96 c.p.c., la responsabilità per danni derivanti da procedimento esecutivo o cautelare, prevista dal comma 2 dello stesso articolo, è disciplinata in base ad una più attenuata valutazione dell’elemento soggettivo, individuato nell’avere il procedente agito senza la normale prudenza e quindi con colpa anche lieve: integra, pertanto, violazione delle regole di normale prudenza la trascrizione di pignoramento immobiliare ad istanza della banca esecutante contro i terzi datori di ipoteca non più proprietari del beni ipotecati, senza acquisizione delle necessarie informazioni sulla proprietà dei beni, attraverso una corretta ed agevole ispezione dei registri immobiliari. Trib. Napoli, 27 marzo 2002.

 

 

7.1. Esecuzione di provvedimenti cautelari.

La pronuncia di condanna al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 96, comma 2, c.p.c. non può essere emessa, secondo il chiaro disposto della norma, se non all’esito del medesimo processo nel quale si controverta la fondatezza nel merito della pretesa in relazione alla quale è stato chiesto, ottenuto ed eseguito un provvedimento cautelare. Trib. Roma, 14 gennaio 2004.

 

In materia di brevetti per invenzioni industriali, la responsabilità prevista dall’art. 82, comma 2, R.D. 29 giugno 1939, n. 1127 (nel testo anteriore alle modifiche apportate con l’art. 25 D.Lgs. 19 marzo 1996, n. 198), a carico di chi, agendo con colpa, ha ottenuto un sequestro divenuto inefficace o revocato perché senza causa, è riconducibile nell’ambito dell’art. 96, comma 2, c.p.c., e altro non esige che l’assenza di normale prudenza nel richiedere la misura cautelare a tutela del diritto poi riconosciuto inesistente. La prova della colpa dell’agente, versandosi in tema di responsabilità aquiliana, incombe su colui che chiede il risarcimento dei danni, e la valutazione dell’assolvimento di tale onere è rimessa al giudice del merito. Cass. 8 luglio 2004, n. 12545.

 

La domanda di responsabilità aggravata in relazione a provvedimenti cautelari adottati nel corso del giudizio di primo grado deve essere proposta nel corso di questo, atteso che al fine della valutazione della tempestività della domanda avere riguardo al momento del fatto generativo del danno (e cioè al momento in cui il comportamento asseritamente dannoso è stato posto in essere) e non anche a quello, successivo, dell’accertamento della inesistenza del diritto a tutela del quale quel provvedimento è stato chiesto, adottato e posto in esecuzione. Cass. 14 maggio 2007, n. 10993.

 

 

7.2. Trascrizione della domanda giudiziale.

È irrilevante indagare sulla legittimità o meno della trascrizione della domanda giudiziale nelle ipotesi in cui la parte, nel procedere alla trascrizione della domanda stessa, abbia agito sia in mala fede che senza la normale prudenza, poiché in queste ipotesi il fatto comporterà il diritto al risarcimento del danno a prescindere dalla legittimità o meno della trascrizione. Cass. 7 maggio 1998, n. 4624.

 

 

7.3. Iscrizione di ipoteca.

Non incorre in responsabilità aquiliana, ex art. 2043 c.c., il creditore il quale iscriva ipoteca su beni il cui valore complessivo ecceda di gran lunga l’importo del credito garantito. In questi casi, una responsabilità del creditore è ipotizzabile, ex art. 96 c.p.c., soltanto nel caso in cui egli resista con mala fede o colpa grave nel giudizio per la riduzione delle ipoteche proposto dal debitore. Cass. 7 maggio 2007, n. 10299; conforme Cass. 4 aprile 2001, n. 4968; Cass. 29 settembre 1999, n. 10771.

 

 

7.4. Esecuzione forzata illegittima.

Chi intende chiedere il risarcimento del danno per l’eseguita esecuzione forzata illegittima, può agire soltanto, ai sensi dell’art. 96, comma 2, c.p.c. - norma speciale rispetto all’art. 2043 c.c. - dinanzi al giudice dell’opposizione all’esecuzione, funzionalmente competente sia sull’an che sul quantum; pertanto è inammissibile una domanda di condanna generica, con riserva di agire in un separato giudizio per il quantum che, per espressa previsione normativa, può essere liquidato anche d’ufficio. Cass. 24 maggio 2003, n. 8239.

 

Costituisce fonte di responsabilità aggravata, ex art. 96 c.p.c., la condotta del creditore il quale, dopo avere ricevuto dal debitore un assegno circolare a soddisfazione del proprio credito, ometta di incassare l’assegno ed inizi comunque l’esecuzione forzata. Trib. Roma, 9 gennaio 2004.

 

Non sussiste litispendenza comportante la necessità di riunione dei giudizi pendenti davanti a giudici diversi a norma dell’art. 39 c.p.c. tra il giudizio di opposizione a pignoramento e quello di opposizione a precetto pendente in fase di appello, proposto nei confronti dello stesso creditore ed in relazione allo stesso credito, per contestare l’esistenza del titolo esecutivo, qualora nella prima causa sia stata proposta dal debitore domanda di responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. in relazione all’esecuzione intrapresa, presentando detta controversia un quid pluris ulteriore sufficiente a rendere detta causa obiettivamente diversa dall’altra. Cass. lav., 16 giugno 2000, n. 8214.

 

 



 
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