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Codice proc. civile agg.  al  28 Gen 2015
 
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Art. 99 cod. proc. civile: Principio della domanda

Chi vuole far valere un diritto in giudizio deve proporre domanda al giudice competente (1) (2).


Commento

(1) Il principio de quo sta a significare che il processo viene attivato dal titolare del diritto minacciato o leso attraverso la proposizione della domanda. Questa, che si pone come indispensabile atto d’impulso del meccanismo processuale e come onere per la parte che vuole tutela, è espressione del diritto costituzionale di difesa (art. 24 Cost.). La legittimazione ad agire è una condizione dell’azione e va intesa come diritto ad ottenere una pronuncia di merito.La rinuncia all’azione è sempre ammissibile, ma poiché è relativa ad una disposizione del diritto di contesa (appartenente esclusivamente al rappresentato) deve provenire dalla parte stessa o dal procuratore munito, però, di apposita procura speciale avente ad oggetto la rinuncia al diritto.

 

(2) Il carattere fondamentale del principio della domanda implica che le eccezioni siano estremamente limitate: le più importanti sono previste dalla legge fallimentare (v. r.d. 267/1942, artt. 6 e 7, in Fallimento) ed in materia di volontaria giurisdizione (c.c. 336) e consistono nel riconoscimento di poteri di iniziativa d’ufficio al giudice.


Giurisprudenza annotata

  1. Interpretazione e qualificazione della domanda da parte del giudice.

Il giudice del merito, nell’indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, non è tenuto ad uniformarsi al tenore meramente letterale degli atti nei quali esse sono contenute, ma deve, per converso, avere riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, come desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante, mentre incorre nel vizio di omesso esame ove limiti la sua pronuncia alla sola prospettazione letterale della pretesa, trascurando la ricerca dell’effettivo suo contenuto sostanziale Cass. 14 novembre 2011, n. 23794; conforme Cass. 10 febbraio 2010, n. 3012; Cass. 6 aprile 2006, n. 8107; Cass. 27 febbraio 2001, n. 2908.

 

La mancata riproposizione, in sede di precisazione delle conclusioni, di una domanda in precedenza formulata non autorizza alcuna presunzione di rinuncia tacita in capo a colui che ebbe originariamente a proporla, essendo necessario che, dalla valutazione complessiva della condotta processuale della parte, possa desumersi inequivocabilmente il venir meno del relativo interesse. Cass. 16 febbraio 2010, n. 3593.

 

L’interpretazione della domanda giudiziale costituisce operazione riservata al giudice del merito, il cui giudizio, risolvendosi in un accertamento di fatto, non è censurabile in sede di legittimità quando sia motivato in maniera congrua ed adeguata, avendo riguardo all’intero contesto dell’atto, senza che ne risulti alterato il senso letterale e tenendo conto della sua formulazione letterale nonché del contenuto sostanziale, in relazione alle finalità che la parte intende perseguire, senza essere condizionato al riguardo dalla formula adottata dalla parte stessa. Cass. 11 marzo 2011, n. 5876; conforme Cass., sez. lav., 9 settembre 2008, n. 22893; Cass. 26 giugno 2007, n. 14751.

 

 

  1. Domande proposte in primo grado.

 

 

2.1. Rinuncia alla domanda.

Nell’ipotesi in cui il procuratore della parte non si presenti all’udienza di precisazione delle conclusioni o, presentandosi, non le precisi o le precisi in modo generico, vale la presunzione che la parte abbia voluto tenere ferme le conclusioni precedentemente formulate, e a nulla rileva che, nella comparsa conclusionale, non siano tutte riproposte, non potendosi desumere dalla suddetta comparsa - per la sua funzione meramente illustrativa - alcuna volontà di rinuncia o abbandono delle conclusioni non riproposte. Cass. 12 gennaio 2006, n. 409.

 

La mancata riproposizione, in sede di precisazione delle conclusioni definitive, soprattutto allorché queste siano prospettate in modo specifico, di domande o eccezioni precedentemente formulate, implica normalmente una presunzione di abbandono o di rinuncia alle stesse; tuttavia detta presunzione, fondandosi sull’interpretazione della volontà della parte, deve essere esclusa qualora il giudice del merito, cui spetta il compito di interpretare nella loro esatta portata le conclusioni, le richieste e le deduzioni delle parti, ravvisi elementi sufficienti, o dalla complessiva condotta processuale della parte, o dalla stretta connessione della domanda non riproposta con quelle specificamente formulate, per ritenere che, nonostante la materiale omissione, la parte abbia inteso insistere nelle istanze già avanzate. Cass. 6 marzo 2006, n. 4794; conforme Cass. 2 agosto 2004, n. 14783.

 

L’accertamento compiuto al riguardo dal giudice del merito, comunque, è insindacabile in sede di legittimità, se sorretto da congrua e logica motivazione. Cass. 16 maggio 2007, n. 11315.

 

 

2.2. Giudizio di opposizione all’esecuzione.

Nel giudizio di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., l’opponente ha veste sostanziale e processuale di attore; pertanto, le eventuali “eccezioni” da lui sollevate per contrastare il diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata costituiscono “causa petendi” della domanda proposta con il ricorso in opposizione e sono soggette al regime sostanziale e processuale della domanda. Ne consegue che l’opponente non può mutare la domanda modificando le eccezioni che ne costituiscono il fondamento, né il giudice può accogliere l’opposizione per motivi che costituiscono un mutamento di quelli espressi nel ricorso introduttivo, ancorché si tratti di eccezioni rilevabili d’ufficio. Cass. 20 gennaio 2011, n. 1328.

 

 

  1. Domande proposte in appello.

L’interpretazione operata dal giudice di appello riguardo al contenuto e all’ampiezza della domanda giudiziale è assoggettabile al controllo di legittimità limitatamente alla valutazione della logicità e congruità della motivazione e, a tal riguardo, il sindacato della Corte di cassazione comporta l’identificazione della volontà della parte in relazione alle finalità dalla medesima perseguite, in un ambito in cui, in vista del predetto controllo, tale volontà si ricostruisce in base a criteri ermeneutici assimilabili a quelli propri del negozio, diversamente dall’interpretazione riferibile ad atti processuali provenienti dal giudice, ove la volontà dell’autore è irrilevante e l’unico criterio esegetico applicabile è quello della funzione obiettivamente assunta dall’atto giudiziale. Cass. lav., 18 ottobre 2006, n. 17947.

 

La decisione del giudice di secondo grado che non esamini e non decida un motivo di censura della sentenza del giudice di primo grado è impugnabile per cassazione non già per omessa o insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia e neppure per motivazione per relationem resa in modo difforme da quello consentito bensì per omessa pronuncia su un motivo di gravame. Ne consegue, quindi, che, se il vizio è denunciato ai sensi dell’art. 360, n. 3 o n. 5, c.p.c. anziché dell’art. 360, n. 4, c.p.c. in relazione all’art. 112 dello stesso codice di rito, il ricorso si rivela inammissibile. Cass. 4 giugno 2007, n. 12952.

 

 

3.1. Condanna alla restituzione delle somme versate.

Il giudice d’appello, in caso di accoglimento dell’impugnazione, può disporre la condanna dell’appellato alla restituzione delle somme versategli in conseguenza od in esecuzione della sentenza di primo grado solo se l’appellante abbia avanzato la relativa istanza, in mancanza della quale la statuizione restitutoria deve essere, a seguito di ricorso per cassazione, cassata dalla S.C. senza rinvio, a norma dell’art. 382, comma 3, seconda parte, c.p.c. Cass. 11 gennaio 2005, n. 379.

 

 

  1. Giudizio di cassazione.

Nel giudizio di cassazione non trova applicazione il disposto dell’art. 346 c.p.c., relativo alla rinuncia alle domande ed eccezioni non accolte in primo grado; pertanto, sulle questioni esplicitamente o implicitamente dichiarate assorbite dal giudice di merito, e non riproposte in sede di legittimità all’esito di tale declaratoria, non si forma il giudicato implicito, ben potendo le suddette questioni, in caso di accoglimento del ricorso, essere riproposte e decise nell’eventuale giudizio di rinvio Cass. 24 gennaio 2011, n. 1566.

 

Il difetto di legittimazione attiva o passiva, da valutarsi in base allo schema normativo astratto al quale si riconduce il diritto fatto valere in giudizio, è questione che, pur risultando decisiva per l’esistenza della titolarità di tale diritto (e, dunque, afferendo in senso lato al “merito”), è rilevabile anche in sede di legittimità alla duplice condizione che non si sia formata sulla sua esistenza cosa giudicata interna (per essere stato il punto ad essa relativo oggetto di discussione e poi di decisione rimasta priva di impugnazione) e che la questione emerga sulla base dei fatti legittimamente prospettati davanti alla Corte di cassazione e, dunque, nel rispetto dei limiti entro i quali deve svolgersi l’attività deduttiva della parti negli atti introduttivi del giudizio di cassazione. Cass. 11 novembre 2011, n. 23568.

 

 

  1. Casistica.

La contemporanea proposizione, con la comparsa di risposta, sia della exceptio compromissi, sia di domanda riconvenzionale, non implica la necessità di subordinare espressamente quest’ultima al rigetto della exceptio compromissi, al fine di evitare che sia ritenuta rinunciata, in conseguenza della proposizione della domanda riconvenzionale, l’eccezione di compromesso. Ciò sia in relazione all’indirizzo giurisprudenziale sulla natura dell’eccezione in questione antecedente alla sentenza n. 527 del 2000 delle Sezioni Unite (esistente all’epoca in cui il presente giudizio è stato promosso) sia in relazione all’indirizzo attuale. La domanda riconvenzionale, pertanto, deve ritenersi sempre proposta in via subordinata al mancato accoglimento dell’eccezione di compromesso che, se accolta, preclude la cognizione sia della domanda dell’attore, sia quella riconvenzionale. Cass. 30 maggio 2007, n. 12684.

 

In tema di responsabilità aggravata, la norma dell’art. 96, c.p.c., nell’affidare al giudice avanti al quale si è «agito o resistito» (comma 1) ed a quello che ha compiuto l’accertamento «l’inesistenza del diritto» (comma 2) il compito di essere investito della relativa istanza, non pone una regola di competenza, cioè non indica avanti a quale giudice si può esercitare un’azione di cui l’istanza è espressione, ma disciplina un fenomeno che si colloca all’interno di un processo già pendente e che si esprime nell’esercizio da parte del litigante di un potere all’interno di esso - quello di formulazione di un’istanza (e non della proposizione di un’azione) - il cui esercizio impone al giudice di provvedere sull’oggetto della richiesta, la quale, dunque, è strettamente collegata e connessa all’agire od al resistere in giudizio. Ne discende che il potere di rivolgere l’istanza, essendo previsto come potere endoprocessuale collegato e connesso all’azione od alla resistenza in giudizio, non può essere considerato (salvo il caso eccezionale che il suo esercizio sia rimasto precluso in quel processo da ragioni attinenti alla sua struttura e non dipendenti dall’inerzia della parte) come potere esercitabile al di fuori del processo e, quindi, suscettibile di essere esercitato avanti ad altro giudice, cioè in via di azione autonoma. Pertanto, quando tale esercizio avvenisse non ricorrerebbe una situazione di esercizio di un’azione davanti ad un giudice diverso da quello che sarebbe stato competente, bensì, l’esercizio di un’azione per un diritto non previsto dall’ordinamento, il quale appunto prevede il diritto di vedersi liquidare il danno da responsabilità aggravata (nelle due ipotesi previste dai due commi dell’art. 96) soltanto come diritto espressione del diritto di azione esercitato in un processo a tutela della situazione giuridica soggettiva principale che vi sia dedotta e, quindi, come diritto che di tale situazione è conseguenza e che, perciò lo è anche dell’azione con cui essa è fatta valere (in via attiva o passiva). Cass. 18 aprile 2007, n. 9297.

In tema di clausola penale, il potere di riduzione ad equità, attribuito al giudice dall’art. 1384 c.c. a tutela dell’interesse generale dell’ordinamento, può essere esercitato d’ufficio, ma l’esercizio di tale potere è subordinato all’assolvimento degli oneri di allegazione e prova, incombenti sulla parte, circa le circostanze rilevanti per la valutazione dell’eccessività della penale, che deve risultare ex actis, ossia dal materiale probatorio legittimamente acquisito al processo, senza che il giudice possa ricercarlo d’ufficio. Cass. 28 marzo 2008, n. 8071.

 

Il legittimario totalmente pretermesso dall’eredità, che impugna per simulazione un atto compiuto dal de cuius a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima, agisce in qualità di terzo e non in veste di erede, condizione che acquista solo in conseguenza del positivo esercizio dell’azione di riduzione, ai cui fini non è tenuto alla preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario. Cass. 29 maggio 2007, n. 12496.

 

In tema di esecuzione forzata, il principio per cui spetta al giudice dell’esecuzione verificare la sussistenza originaria e la permanenza del titolo esecutivo per tutto il corso del processo esecutivo deve essere coordinato, in sede di opposizione all’esecuzione, con i principi della domanda e della corrispondenza tra chiesto e pronunciato, di cui agli artt. 99 e 112 c.p.c. Ne consegue che, allorquando nel giudizio di opposizione si controverta della illegittimità del titolo esecutivo, costituisce domanda nuova - come tale inammissibile, secondo il regime preclusivo di cui alla legge 26 novembre 1990, n. 353, applicabile nella specie “ratione temporis” - la proposizione, nel corso del giudizio di primo grado o per la prima volta in appello, della richiesta di accertamento della carenza originaria del titolo per un motivo diverso da quello dedotto con l’atto introduttivo del giudizio di opposizione. Cass. 28 luglio 2011, n. 16541.

 

Il rimborso forfettario delle spese generali ai sensi dell’art. 14 delle disposizioni generali della tariffa professionale forense, approvata con D.M. 8 aprile 2004, n. 127, non può essere liquidato d’ufficio nel procedimento speciale disciplinato dalla legge 13 giugno 1942, n. 794, occorrendo, in tale procedimento, apposita domanda con cui il professionista chieda, in applicazione dei principi previsti dagli artt. 99 e 112 c.p.c., la corresponsione in proprio favore del suddetto compenso. Cass. 26 novembre 2010, n. 24081.

 

 

5.1. Declaratoria di nullità in materia di contratti.

Va rimessa al primo presidente della Corte di cassazione affinché valuti l’opportunità di assegnare alle sezioni unite la questione, consapevolmente risolta in modo contrastante dalle sezioni semplici, se la nullità del contratto possa rilevarsi d’ufficio non soltanto nel caso di proposizione di domanda di esatto adempimento ma anche ove siano stati chiesti in giudizio la risoluzione, l’annullamento o la rescissione del medesimo contratto Cass. 28 novembre 2011, n. 25151.

 

Il giudice può rilevare d’ufficio la nullità di un contratto, a norma dell’art. 1421 c.c., anche se sia stata proposta la domanda di annullamento (o di risoluzione o di rescissione del contratto) senza incorrere nel vizio di ultrapetizione, atteso che in ognuna di tali domande è implicitamente postulata l’assenza di ragioni che determinino la nullità del contratto medesimo; ne consegue che il rilievo di quest’ultima da parte del giudice dà luogo a pronunzia non eccedente i limiti della causa, la cui efficacia resta commisurata nei limiti della domanda proposta, potendo quindi estendersi all’intero rapporto contrattuale se questa lo investa interamente. Cass. 7 febbraio 2011, n. 2956.

 

Il potere officioso del giudice di rilevare la nullità in materia di contratti sussiste tutte le volte in cui l’esame della loro validità costituisca una, sia pure implicita, questione pregiudiziale rispetto alla domanda, come nella ipotesi in cui sia chiesto l’adempimento del contratto, non potendosi prescindere dall’accertamento, appunto, della validità ed efficacia del negozio posto a fondamento della pretesa. Cass. 28 maggio 2007, n. 12398.

 

Il potere del giudice di rilevare d’ufficio la nullità di un atto giuridico va coordinato con il principio della domanda, fissato negli art. 99 e 112 c.p.c. Pertanto, soltanto quando la nullità si ponga come ragione di rigetto della pretesa attorea, per essere l’atto elemento costitutivo della domanda, essa può essere rilevata dal giudice in qualsiasi stato e grado del giudizio, indipendentemente dall’iniziativa delle parti; qualora, invece, sia la parte a chiedere la dichiarazione di invalidità di un atto ad essa pregiudizievole, la pronuncia del giudice deve essere circoscritta alle ragioni di legittimità enunciate dall’interessato e non può fondarsi su elementi rilevati d’ufficio o tardivamente indicati, in quanto, in tale ipotesi, la nullità si configura come elemento costitutivo della domanda, il quale opera come limite alla pronuncia del giudice. Cass. 28 novembre 2008, n. 28424; conforme Cass. 19 giugno 2008, n. 16621.

 

Il rilievo "ex officio" di una nullità negoziale - sotto qualsiasi profilo ed anche ove sia configurabile una nullità speciale o "di protezione" - deve ritenersi consentito, sempreché la pretesa azionata non venga rigettata in base ad una individuata "ragione più liquida", in tutte le ipotesi di impugnativa negoziale (adempimento, risoluzione per qualsiasi motivo, annullamento, rescissione), senza, per ciò solo, negarsi la diversità strutturale di queste ultime sul piano sostanziale, poichè tali azioni sono disciplinate da un complesso normativo autonomo ed omogeneo, affatto incompatibile, strutturalmente e funzionalmente, con la diversa dimensione della nullità contrattuale. Cassa e decide nel merito, App. Brescia, 13/01/2011

Cassazione civile sez. un.  12 dicembre 2014 n. 26242  

 

La "rilevazione" "ex officio" delle nullità negoziali (sotto qualsiasi profilo, anche diverso da quello allegato dalla parte, ed altresì per le ipotesi di nullità speciali o "di protezione") è sempre obbligatoria, purchè la pretesa azionata non venga rigettata in base ad una individuata "ragione più liquida", e va intesa come indicazione alle parti di tale vizio; la loro "dichiarazione", invece, ove sia mancata un'espressa domanda della parte pure all'esito della suddetta indicazione officiosa, costituisce statuizione facoltativa (salvo per le nullità speciali, che presuppongono una manifestazione di interesse della parte) del medesimo vizio, previo suo accertamento, nella motivazione e/o nel dispositivo della pronuncia, con efficacia, peraltro, di giudicato in assenza di sua impugnazione. Cassa e decide nel merito, App. Brescia, 13/01/2011

Cassazione civile sez. un.  12 dicembre 2014 n. 26242  

 

La rilevabilità officiosa delle nullità negoziali deve estendersi anche a quelle cosiddette di protezione, da configurarsi, alla stregua delle indicazioni provenienti dalla Corte di giustizia, come una "species" del più ampio "genus" rappresentato dalle prime, tutelando le stesse interessi e valori fondamentali - quali il corretto funzionamento del mercato (art. 41 cost.) e l'uguaglianza almeno formale tra contraenti forti e deboli (art. 3 cost.) - che trascendono quelli del singolo. Cassa e decide nel merito, App. Brescia, 13/01/2011

Cassazione civile sez. un.  12 dicembre 2014 n. 26242  

 

 

5.2. Azione di risoluzione del contratto.

L’azione di risoluzione del contratto in applicazione dell’art. 1456 c.c. tende ad una pronuncia dichiarativa dell’avvenuta risoluzione di diritto a seguito dell’inadempimento di una delle parti previsto come determinante per la sorte del rapporto, in conseguenza dell’esplicita dichiarazione dell’altra parte di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa. Tale azione, per presupposti, carattere, natura, differisce sostanzialmente dall’azione ordinaria di risoluzione per inadempimento per colpa ex art. 1453 c.c., la quale tende invece ad una pronuncia costitutiva diretta a sciogliere il vincolo contrattuale, previo accertamento ad opera del giudice della gravità dell’inadempimento. Ne consegue che, proposta in primo grado domanda di risoluzione ex art. 1453, la domanda di risoluzione ai sensi dell’art. 1456 cit. è inammissibile se, introdotta nel corso del giudizio di primo grado, su di essa non vi sia accettazione del contraddittorio; e ove proposta per la prima volta in appello deve considerarsi nuova, e pertanto preclusa a norma dell’art. 345 c.p.c. Cass. 5 gennaio 2005, n. 167.

 

Qualora venga acclarata la mancanza di una “causa adquirendi” - tanto nel caso di nullità, annullamento, risoluzione o rescissione di un contratto, quanto in quello di qualsiasi altra causa che faccia venir meno il vincolo originariamente esistente - l’azione accordata dalla legge per ottenere la restituzione di quanto prestato in esecuzione del contratto stesso è quella di ripetizione di indebito oggettivo; ne consegue che, ove sia proposta una domanda di risoluzione del contratto per inadempimento e il giudice rilevi, d’ufficio, la nullità del medesimo, l’accoglimento della richiesta restitutoria conseguente alla declaratoria di nullità non viola il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Cass. 7 febbraio 2011, n. 2956.

 

 

5.3. Domanda di risarcimento del danno.

Il carattere strutturalmente unitario del diritto al risarcimento del danno si riflette, sul piano processuale, nel principio della ordinaria infrazionabilità del procedimento di liquidazione, con la conseguenza che la domanda risarcitoria, fondata sul presunto illecito del convenuto, deve - di regola - contenere tutte le possibili voci di danno da esso originate (e non solo alcune di esse). Tuttavia, nel procedimento nel quale si debba accertare la responsabilità del danneggiante, ben può il danneggiato fare riserva di agire separatamente per il ristoro di quanto a lui spettante. Cass. 30 ottobre 2006, n. 23342.

 

In tema di risarcimento del danno, ove la domanda rimanga «ambigua», non risultando in base al petitum e alla causa petendi possibile evincersi la precisa scelta del danneggiato in favore di quella contrattuale (in tal caso la domanda dovendo essere espressamente fondata sull’inadempimento del debitore di una determinata e specifica obbligazione contrattuale, non essendo sufficiente la semplice prospettazione generica dell’inosservanza di precetti o di disposizioni legislative), deve ritenersi che sia stata proposta una azione di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. Cass. 10 marzo 2006, n. 5244.

 

In caso di domanda di risarcimento “di tutti i danni”, la quale è indicativa della volontà di conseguire l’integrale risarcimento di tutte le voci di danno legittimamente ricollegabili all’evento lesivo, la successiva specificazione dei singoli danni di cui si invochi la liquidazione ha valore meramente esemplificativo e non può essere interpretata come volontà di delimitare il “petitum”. Cass. 17 dicembre 2009, n. 26505.

 

 

5.4. Domanda di interessi.

In tema di obbligazioni pecuniarie, gli interessi - contrariamente a quanto avviene nell’ipotesi di somma di denaro dovuta a titolo di risarcimento del danno di cui essi integrano una componente necessaria - hanno fondamento autonomo rispetto al debito al quale accedono, sicché gli stessi - siano corrispettivi, compensativi o moratori - possono essere attribuiti soltanto su espressa domanda della parte Cass., Sez. Un., 18 marzo 2010, n. 6538.

 

 

5.5. Rapporto di lavoro.

La domanda intesa al riconoscimento di una qualifica professionale superiore include implicitamente quella di riconoscimento delle qualifiche che, ancorché inferiori a quella richiesta, siano, nell’ambito del medesimo genere di mansioni, pur sempre superiori a quella attribuita al lavoratore dal datore di lavoro. Cass. lav., 22 luglio 2004, n. 13740.

 

Nel rito del lavoro la domanda per il conseguimento di una qualifica superiore e per il pagamento delle differenze retributive conseguenti include anche le somme dovute per il periodo successivo al ricorso, per le quali non occorre una espressa e specifica domanda. Cass. lav., 10 febbraio 2011, n. 3249.

 

Nel caso di scioglimento del rapporto di lavoro per iniziativa del datore, fondata sull’esistenza di una clausola risolutiva nulla (perché contraria a norme imperative), la domanda di risarcimento del danno erroneamente basata sull’art. 18, comma 5, della legge n. 300 del 1970 (diretta all’ottenimento dell’indennità sostitutiva della reintegrazione), può essere considerata come azione di risarcimento da illecito contrattuale di diritto comune, poiché restano immutati i fatti dedotti dall’attore nella domanda (causa petendi) e il giudice muta soltanto la qualificazione giuridica. Cass. lav., 18 ottobre 2006, n. 22342.

 



 
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