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Codice proc. penale agg.  al  29 Apr 2015
 
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Art. 173 cod. proc. penale: Termini a pena di decadenza. Abbreviazione

1. I termini si considerano stabiliti a pena di decadenza soltanto nei casi previsti dalla legge.

2. I termini stabiliti dalla legge a pena di decadenza non possono essere prorogati, salvo che la legge disponga altrimenti.

3. La parte a favore della quale è stabilito un termine può chiederne o consentirne l’abbreviazione con dichiarazione ricevuta nella cancelleria o nella segreteria dell’autorità procedente.


Giurisprudenza annotata

Termini a pena di decadenza

L'inosservanza dei termini di cui all'art. 35, comma 1, d.lg. n. 274 del 2000 - per il quale l'adempimento riparatorio deve avvenire prima dell'udienza di comparizione - non determina alcuna nullità o decadenza non essendo tali sanzioni previste espressamente dall'art. 173 c.p.p., né potendo il giudice qualificare perentorio un termine che la legge non definisce espressamente tale. (Annulla con rinvio, Giud.pace Ravenna, 18/04/2013 )

Cassazione penale sez. V  10 luglio 2014 n. 40027  

 

Il principio di tassatività trova applicazione per le cause di nullità e per le ipotesi d'inammissibilità ricollegate alla scadenza di un termine (quelle, cioè, la cui sanzione è la decadenza), in forza di esplicita indicazione normativa (si vedano, rispettivamente, gli art. 177 e 173 c.p.p.). Il medesimo principio, peraltro, opera anche per le altre cause di inammissibilità, diverse da quelle importanti per decadenza, in quanto consente di conferire certezza alle parti circa le conseguenze dell'inosservanza delle norme processuali, che è esigenza tanto più sentita quando l'inammissibilità non è correlata al rispetto di un termine, ma all'osservanza di adempimenti formali.

Cassazione penale sez. IV  06 ottobre 2011 n. 2103  

 

L'inosservanza dei termini di cui all'art. 35, comma 1, d.lg. n. 274 del 2000 - per il quale l'adempimento riparatorio deve avvenire prima dell'udienza di comparizione - non determina alcuna nullità o decadenza non essendo tali sanzioni previste espressamente dall'art. 173 c.p.p., né potendo il giudice qualificare perentorio un termine che la legge non definisce espressamente tale. (La Corte ha rilevato che si tratta di interpretazione costituzionalmente orientata alla luce dei principi posti in materia dalla Corte costituzionale, la quale nel dichiarare inammissibile la questione di legittimità del predetto art. 35, nella parte in cui non prevede che nel decreto di citazione a giudizio sia dato avviso all'imputato della possibilità di porre in essere una condotta riparatoria ai fini dell'estinzione del reato, ha affermato che "l'udienza di comparizione, ove avviene il primo contatto tra le parti e il giudice, risulta sede idonea per sollecitare e verificare la praticabilità di possibili soluzioni alternative". Annulla senza rinvio, Trib. Pisa sez.dist.Pontedera, 24 Febbraio 2006

Cassazione penale sez. V  06 giugno 2008 n. 27392  

 

È illegittimo il provvedimento con cui il giudice dichiari l'inammissibilità dell'opposizione non depositata nella cancelleria del g.i.p. nel termine di dieci giorni - previsto dall'art. 408 comma 3 c.p.p. e decorrente dall'avviso della richiesta di archiviazione alla persona offesa -, in quanto, essendo i termini stabiliti a pena di decadenza, ex art. 173 comma 1 c.p.p., solo quelli stabiliti dalla legge, in mancanza di una espressa previsione in tal senso, il suddetto termine non ha carattere perentorio ma meramente acceleratorio per la persona offesa, altrimenti esposta al rischio di pervenire alla cognizione del giudice a procedimento già definito. Né tale perentorietà è desumibile dalla normativa della disciplina delle impugnazioni, posto che l'atto di opposizione non rientra nel novero dei mezzi di impugnazione, diretto non già contro un provvedimento del giudice bensì contro una richiesta del p.m. Ne consegue che il mancato rispetto del termine di cui all'art. 408 comma 3 c.p.p., non incide sull'ammissibilità dell'atto di opposizione.

Cassazione penale sez. II  16 marzo 2006 n. 15888  

 

L'istituto della decadenza nel processo penale, così come disciplinato dall'art. 173 comma 1 c.p.p., può trovare applicazione solo nei casi tassativamente previsti dalla legge. La mancata citazione del teste ad opera della parte per l'udienza fissata non trova in alcuna disposizione del codice di rito la sanzione della decadenza. In particolare, per quanto attiene le prove, l'art. 468 c.p.p. prevede quale decadenza solo il mancato deposito nei termini delle liste testimoniali, di tal ché se ne deve dedurre che ogni ulteriore estensione dell'istituto ad altre situazioni che riguardano successive scansioni processuali, appare del tutto illegittima, non potendosi estendere, per effetto della riserva di legge, una sanzione a casi diversi da quelli per i quali è comminata.

Tribunale Milano  09 febbraio 2004

 

In tema di restituzione in termini, qualora la sentenza contumaciale sia stata ritualmente notificata, il richiedente ha l'onere di provare le ragioni che gli hanno impedito di conoscere il provvedimento da impugnare e la diversa epoca in cui ne è venuto a conoscenza, onde consentire il riscontro del rispetto del termine di dieci giorni previsto dall'art. 175 comma 3 c.p.p., dovendosi, in difetto, ritenere verificata la decadenza dal termine.

Cassazione penale sez. II  29 gennaio 2003 n. 18652  

 

È inammissibile la richiesta di referendum popolare per l'abrogazione, nelle parti indicate in epigrafe, degli art. 152, 153 e 154 c.p.c., e degli art. 173 e 175 c.p.p., richiesta dichiarata legittima, con ordinanza in data 7-13 dicembre 1999, dall'ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di cassazione. In primo luogo, perché la formulazione del quesito non rispetta il carattere meramente abrogativo del referendum, ma mira piuttosto, attraverso la tecnica del ritaglio di singole parole o gruppi di parole privi di autonomo significato normativo, a creare, sia nel processo civile che in quello penale, discipline dei termini processuali nuove e assolutamente diverse, sostituendole a quelle esistenti: infatti, per quanto riguarda il processo civile, in caso di esito positivo del referendum, verrebbe introdotta nell'ordinamento l'inedita categoria dei termini processuali perentori, ma nello stesso tempo abbreviabili o prorogabili dal giudice anche d'ufficio, oltretutto in contrasto con le esigenze di certezza e di uniformità che ineriscono alla natura stessa dei termini perentori, per quanto concerne i termini processuali penali, la richiesta referendaria, attraverso interventi ablativi di mere locuzioni verbali, tende a sostituire a quella esistente una disciplina radicalmente diversa, che fa perno su un'unica categoria di termini indiscriminatamente stabilita a pena di decadenza, quale che sia l'atto o l'attività cui ineriscono, e non prorogabili, salvo che la legge stessa disponga diversamente, in secondo luogo, sia perché il quesito è disomogeneo, tenuto conto che la pretesa di sottoporre a referendum discipline accomunate solo dal mero riferimento nominalistico all'istituto dei termini processuali, ma operanti nei diversi sistemi del processo civile e del processo penale, pone la libertà di scelta dell'elettore di fronte a prospettive tra loro non conferenti, sia perché l'esito positivo del referendum, anziché realizzare lo scopo, dichiarato dai promotori, di conseguire l'accelerazione dei procedimenti, imponendo anche al giudice il rigoroso rispetto dei nuovi termini processuali perentori, al contrario, determinerebbe, nel processo civile, la abbreviabilità o prorogabilità di tutti i termini sulla base di scelte discrezionali dello stesso giudice, e, nel processo penale, la paralisi dell'esercizio della giurisdizione in ragione della sanzione della decadenza, che sarebbe prevista in caso di inosservanza per tutti i termini.

Corte Costituzionale  07 febbraio 2000 n. 40

 

 

 



 
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