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Codice proc. penale agg.  al  30 Apr 2015
 
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Art. 196 cod. proc. penale: Capacità di testimoniare

1. Ogni persona ha la capacità di testimoniare.

2. Qualora, al fine di valutare le dichiarazioni del testimone, sia necessario verificarne l’idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza, il giudice anche di ufficio può ordinare gli accertamenti opportuni con i mezzi consentiti dalla legge.

3. I risultati degli accertamenti che, a norma del comma 2, siano stati disposti prima dell’esame testimoniale non precludono l’assunzione della testimonianza.


Giurisprudenza annotata

Capacità a testimoniare

La testimonianza del minore, da assumere secondo le linee guida delineate dalla Carta di Noto, richiede un duplice vaglio. Il giudice, in primis, dovrà valutare la capacità a testimoniare del teste minorenne, anche mediante l'ausilio del parere tecnico di un perito. In secondo luogo, il decidente dovrà accertare - da solo - l'attendibilità del soggetto minore, anche alla luce di riscontri esterni alle dichiarazioni del medesimo (fattispecie relativa all'accusa rivolta nei confronti di due coniugi per aver maltrattato i due figli minori, cagionando loro lesioni gravi, nonché di averli costretti a subire e compiere atti sessuali, materialmente posti in essere dal marito e non impediti - pur essendone a conoscenza - dalla moglie).

Cassazione penale sez. III  08 gennaio 2015 n. 5169  

 

Le dichiarazioni rese dalla vittima di abuso sessuale affetta da ritardo mentale non sono di per sé inattendibili, ma obbligano il giudice non soltanto a verificarne analiticamente la coerenza, costanza e precisione ma anche a ricercare eventuali elementi esterni di supporto (cassata, nella specie la sentenza di condanna nei confronti di un bidello accusato di palpeggiamenti delle parti intime di una minorenne con gravi deficit mentali, atteso che, a fronte delle sole dichiarazioni della minore, non vi erano elementi esterni a supportare l'impianto accusatorio;

Cassazione penale sez. III  30 settembre 2014 n. 45920  

 

L'escussione del minore in qualità di teste non è legata all'assenso del genitore, applicandosi, anche nel caso del minore, il disposto dell'art. 196 c.p.p., pure nella parte in cui demanda al giudice la verifica dell'idoneità fisica o mentale del teste a rendere testimonianza, con la possibilità di ordinare accertamenti opportuni. Del resto, nessuna delle incompatibilità elencate tassativamente nell'art. 197 c.p.p. ha riguardo al minore.

Cassazione penale sez. V  25 giugno 2014 n. 461  

 

L'art. 196 c.p.p., nel prevedere che il giudice possa ordinare gli accertamenti opportuni al fine di riscontrare l'idoneità fisica o mentale del teste a rendere testimonianza, non limita le modalità di verifica ai soli accertamenti di natura tecnica (quali perizie o esperimenti giudiziali), ma consente il ricorso anche all'esame di un teste "qualificato". (Fattispecie in cui è stata ritenuta legittima l'escussione dei medici che avevano avuto in cura o si erano occupati per ragioni professionali delle capacità mentali della persona offesa vittima di abusi sessuali). (Annulla con rinvio, App. Trento sez. dist. Bolzano, 01/10/2012)

Cassazione penale sez. III  10 dicembre 2013 n. 11096  

 

In seno ad un procedimento per reati sessuali, una volta accertata la capacità del minore, figlio dell'imputata, di comprendere e riferire i fatti; tenuto conto della natura dei fatti contestati, delle perizie effettuate e dei chiarimenti dati, in udienza, dai periti, sebbene il minore sia stato giudicato incapace di testimoniare, ma tenuto altresì conto della diversità tra il profilo della capacità a testimoniare ed il profilo dell'attendibilità; ritenuta la necessità di non esporre ulteriormente il minore alla rievocazione, nel dibattimento, dei fatti per lui amari e dolorosi; ma, sebbene il minore sia stato giudicato incapace di testimoniare, tenuto altresì conto della diversità tra il profilo della capacità a testimoniare ed il profilo dell'attendibilità; ritenuta la necessità di non esporre ulteriormente il minore alla rievocazione, nel dibattimento, dei fatti, per lui amari e dolorosi; e ritenuta, infine, auspicabile la sua estromissione dalle indagini: la reiterata richiesta del p.m. di sottoporre il minore ad incidente probatorio a mente dell'art. 196 comma 3 c.p.p., va accolta, senza che, in senso contrario, possa darsi un rilievo dirimente alla circostanza, ormai certa, dei recenti miglioramenti dello stato psicologico della parte offesa (il minore de quo) proprio in ragione della loro natura transitoria e non stabile, e la cui sedimentazione avverrà in una direzione ancora del tutto incerta ed in tempi non compatibili con le esigenze del processo penale; è necessario, peraltro, che il giudice si avvalga dell'ausilio di un esperto, da individuare nel medesimo ctu che ha periziato il minore, così da conservare al medesimo una continuità emotiva e relazionale.

Tribunale Milano  15 luglio 2013

 

In tema di chiamata in correità, il fatto che il chiamante sia affetto da una qualche patologia psichiatrica non può, di per sé solo, comportare un giudizio negativo circa la sua attendibilità, occorrendo invece, in linea con l'orientamento già espresso dalla giurisprudenza di legittimità con riguardo al disposto di cui all'art. 196, comma 2, c.p.p., dettato per la testimonianza, ma riferibile anche alla parallela norma di cui all'art. 70 c.p.p., dettata per la partecipazione dell'imputato al processo, occorrendo invece che il giudice abbia acquisito concreti elementi per stabilire che il teste o l'imputato, a cagione delle sue accertate condizioni fisio-psichiche che non gli consentono di partecipare liberamente e coscientemente al processo, siano assolutamente incapaci di rendere qualsivoglia dichiarazione, ferma restando, comunque, in diversa ipotesi, l'esigenza che le dichiarazioni rese siano valutate e vagliate in modo particolarmente rigoroso.

Cassazione penale sez. II  14 marzo 2012 n. 12195  

 

Il minore degli anni quattordici può essere sentito, a norma dell'art. 196 cod.proc.pen., in qualità di testimone in ordine ai fatti del procedimento penale, dovendosi applicare il divieto previsto dall'art. 120 cod.proc.pen. solo alla testimonianza ad atti del procedimento. Dichiara inammissibile, App. Messina, 5 Luglio 2005

Cassazione penale sez. VI  11 marzo 2008 n. 23979  

 

La valutazione del contenuto delle dichiarazioni del minore-parte offesa in materia di reati sessuali, in considerazione delle complesse implicazioni che la materia stessa comporta, deve contenere un esame sia dell'attitudine psicofisica del teste a esporre le vicende in modo utile ed esatto sia della sua posizione psicologica rispetto al contesto delle situazioni interne ed esterne. Proficuo, in proposito, è l'uso dell'indagine psicologica, che concerne due aspetti fondamentali: l'attitudine del bambino a testimoniare, sotto il profilo intellettivo e affettivo, e la sua credibilità. Il primo consiste nell'accertamento della sua capacità di recepire le informazioni, di raccordarle con altre, di ricordarle e di esprimerle in una visione complessa, da considerare in relazione all'età, alle condizioni emozionali, che regolano le sue relazioni con il mondo esterno, alla qualità e natura dei rapporti familiari. Il secondo - da tenere distinto dall'attendibilità della prova, che rientra nei compiti esclusivi del giudice - è diretto a esaminare il modo in cui la giovane vittima ha vissuto e ha rielaborato la vicenda in maniera da selezionare sincerità, travisamento dei fatti e menzogna.

Cassazione penale sez. III  07 novembre 2006 n. 5002  

 

Nell'apprezzamento dell'attendibilità delle dichiarazioni delle parti offese minori di età al giudice sono richiesti molta attenzione e un esame penetrante, anche perché è lo stesso legislatore che prescrive certe cautele nelle cosiddette audizioni protette e impone al giudice una particolare attenzione nel valutare l'eventuale necessità della verifica dell'idoneità fisica e mentale della persona chiamata a testimoniare (cfr. art. 196 comma 2 c.p.p.). Ciò in quanto, mentre l'adulto può mentire affermando qualcosa che sa non essere conforme alla verità, con lo scopo di indurre gli altri in errore per trarne un vantaggio, il bambino e l'adolescente (quest'ultimo in misura minore) hanno, assai spesso, la singolare attitudine alla "fabulazione magica", che è una sorta di "credenza assertiva", alla quale si abbandonano (per varie ragioni), creando quasi una sorta di "pseudorealtà", riuscendo molto spesso a rappresentarsi la realtà solo immaginandola e costruendosi un'immagine del mondo ordinata secondo i loro desideri, le loro emozioni, le loro prime esperienze. In ogni caso, peraltro, l'attendibilità del testimone minore (in particolare, del bambino) è pur sempre una questione di fatto, che ha la sua chiave di lettura nell'insieme della motivazione fornita dal giudice, che non può essere rivalutata in sede di legittimità, salvo che il giudice non sia incorso in manifeste contraddizioni.

Cassazione penale sez. III  05 ottobre 2006 n. 41282  



 
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