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Codice proc. penale agg.  al  30 Apr 2015
 
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Art. 200 cod. proc. penale: Segreto professionale

1. Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria:

a) i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano;

b) gli avvocati, gli investigatoriprivati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai;

c) i medici e i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria;

d) gli esercenti altri uffici o professioni ai quali la legge riconosce la facoltà di astenersi dal deporre determinata dal segreto professionale.

2. Il giudice, se ha motivo di dubitare che la dichiarazione resa da tali persone per esimersi dal deporre sia infondata, provvede agli accertamenti necessari. Se risulta infondata, ordina che il testimone deponga.

3. Le disposizioni previste dai commi 1 e 2 si applicano ai giornalisti professionisti iscritti nell’albo professionale, relativamente ai nomi delle persone dalle quali i medesimi hanno avuto notizie di carattere fiduciario nell’esercizio della loro professione. Tuttavia se le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato per cui si procede e la loro veridicità può essere accertata solo attraverso l’identificazione della fonte della notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni.


Giurisprudenza annotata

Segreto professionale

Il divieto di intercettazioni relative a conversazioni o comunicazioni dei difensori non riguarda indiscriminatamente tutte le conversazioni di chi riveste tale qualifica, e per il solo fatto di possederla, ma solo le conversazioni che attengono alla funzione esercitata, in quanto la "ratio" della regola posta dall'art. 103 c.p.p., va rinvenuta nella tutela del diritto di difesa. (Fattispecie relativa alla intercettazione di colloqui tra un avvocato sottoposto ad indagine e due suoi assistiti, anch'essi indagati, in cui la S.C. ha ritenuto immune da censure la valutazione di utilizzabilità delle intercettazioni motivata, in sede di riesame, con il fatto che i colloqui - tra l'altro connotati da familiarità e confidenzialità - erano risultati estranei al rapporto professionale tra il legale e gli assistiti). (Rigetta, Trib. lib. Catanzaro, 13/03/2014 )

Cassazione penale sez. V  25 settembre 2014 n. 42854  

 

Il divieto di intercettazioni relative a conversazioni o comunicazioni dei difensori, non riguarda indiscriminatamente tutte le conversazioni di chi riveste tale qualifica, e per il solo fatto di possederla, ma solo le conversazioni che attengono alla funzione esercitata, in quanto la "ratio" della regola posta dall'art. 103 c.p.p., va rinvenuta nella tutela del diritto di difesa. (Fattispecie relativa alla intercettazione di un colloquio tra l'indagato ed un avvocato, legati da uno stretto rapporto di amicizia, per la cui utilizzabilità la Corte ha ritenuto necessario che il giudice del merito dovesse valutare: a) se quanto detto dall'indagato fosse finalizzato ad ottenere consigli difensivi professionali o non costituisse piuttosto una mera confidenza fatta all'amico; b) se quanto detto dall'avvocato avesse natura professionale oppure consolatoria ed amicale a fronte delle confidenze ricevute). (Annulla con rinvio, Trib. lib. Bari, 26/02/2014 )

Cassazione penale sez. II  29 maggio 2014 n. 26323  

 

Nell'ambito dei segreti sottratti all'accesso ai documenti amministrativi, rientrano gli atti redatti dai legali e dai professionisti in relazione a specifici rapporti di consulenza con l'Amministrazione, trattandosi di un segreto che gode di una tutela qualificata, dimostrata dalla specifica previsione degli art. 622 c.p. e 200 c.p.p.; qualora, però, il ricorso alla consulenza legale si inserisce nell'ambito di un'apposita istruttoria procedimentale, nel senso che il parere è richiesto al professionista con l'espressa indicazione della sua funzione endoprocedimentale ed è poi richiamato nella motivazione dell'atto finale, la consulenza legale, pur traendo origine da un rapporto privatistico, normalmente caratterizzato dalla riservatezza della relazione tra professionista e cliente, è soggetto all'accesso, perché oggettivamente correlato ad un procedimento amministrativo.

T.A.R. Palermo (Sicilia) sez. III  29 maggio 2014 n. 1376  

 

Non può ritenersi legittimo il sequestro probatorio di documenti e strumenti di lavoro di un giornalista, disposto al fine di acquisire elementi idonei ad individuare la fonte dalla quale il giornalista abbia tratto la notizia da lui pubblicata e la cui rivelazione si assuma costituire illecito penale a carico della fonte medesima, quando la motivazione del provvedimento non contenga un'adeguata illustrazione del rapporto intercorrente tra le cose sottratte alla disponibilità del giornalista ed i reati per i quali si procede e non giustifichi, alla luce del principio di proporzionalità tra la compromissione dei diritti, di rilievo costituzionale, spettanti al destinatario della misura in questione e le ritenute esigenze di giustizia, le ragioni della prevalenza attribuita a queste ultime.

Cassazione penale sez. VI  15 aprile 2014 n. 31735  

 

Con riferimento alla posizione del giornalista professionista, cui l'ordinamento assicura la garanzia del segreto professionale non quale privilegio personale, ma quale ineludibile presidio posto a tutela della libera ed incondizionata attività di informazione, che il rispetto del criterio di proporzionalità tra il contenuto di una misura invasiva della libertà personale di cui egli sia fatto destinatario e le esigenze di accertamento dei fatti oggetto d'indagine costituisca oggetto di un particolare e specifico onere motivazionale da parte dell'Autorità giudiziaria, al fine di evitare quanto più è possibile il rischio di una pericolosa compressione delle forme e modalità di esercizio di un diritto costituzionalmente tutelato. In tal senso è necessaria, dunque, un'accurata motivazione, sia del provvedimento di sequestro che dell'ordine di esibizione, sì da porre in evidenza non solo la presenza del nesso di collegamento tra le notizie ed il tema d'indagine, ma anche lo specifico oggetto dell'apprensione e la necessità delle informazioni desumibili dalla res ai fini dell'accertamento dei fatti.

Cassazione penale sez. VI  15 aprile 2014 n. 31735  

 

Il divieto di utilizzazione dei risultati delle intercettazioni, stabilito dall'art. 271, comma 2, c.p.p., è posto, tra gli altri, a tutela dell'avvocato (come degli altri soggetti indicati nell'art. 200, comma 1, c.p.p.) e dell'esercizio della sua funzione, ancorché non formalizzato in un mandato professionale, purché detto esercizio sia causa della conoscenza del fatto, ben potendo un avvocato venire a conoscenza, in ragione della sua professione, di fatti relativi ad un soggetto del quale non sia difensore. Ne consegue che detto divieto sussiste ed è operativo quando le conversazioni o le comunicazioni intercettate siano pertinenti all'attività professionale svolta dai soggetti indicati nell'art. 200, comma 1, c.p.p. e riguardino, di conseguenza, fatti conosciuti in ragione della professione da questi esercitata, a nulla rilevando il fatto che si tratti di intercettazione indiretta. (Fattispecie in cui la S.C. ha censurato la decisione del giudice di merito il quale era pervenuto alla conclusione dell'utilizzabilità dei risultati delle intercettazioni delle conversazioni dell'imputato con un avvocato, distinguendo tra fatti conosciuti da quest'ultimo in quanto difensore in un procedimento civile e fatti di cui avrebbe conosciuto come ‘amico', esulanti dal divieto in questione, non considerando che la ragione della conoscenza di detti fatti era pur sempre data dal rivestire la qualità di avvocato e che proprio in quanto tale egli forniva consigli all'imputato).

Cassazione penale sez. V  05 marzo 2013 n. 17979  

 

Misure invasive come la perquisizione e il sequestro di documentazione (come agende) e supporti informatici (computer e relativi hard disk) possono comportare, a seconda dei casi, una violazione del diritto di espressione riconosciuto all'attività giornalistica, in quanto tende a dissuadere il giornalista a portare a conoscenza della comunità notizie di interesse pubblico. Giornalisti di un quotidiano francese avevano pubblicato il contenuto di documenti della Corte regionale dei conti del Languedoc, da cui traspariva l'irregolarità della gestione di un governatore. Erano state disposte le misure investigative dette, al fine di individuare le circostanze in cui era avvenuta la fuga delle notizie e chi ne fosse stato l'autore. I giudici nazionali avevano respinto le impugnazioni proposte; da qui il ricorso ai Giudici di Strasburgo. Pure se nel caso di specie non era direttamente in discussione il diritto del giornalista a tenere riservata la fonte delle notizie, la Corte europea ribadisce la propria, risalente giurisprudenza in tema di decisivo rilievo che assume l'attività giornalistica in una società democratica ("cane da guardia") e di conseguente necessità che ai giornalisti sia consentito di informare il pubblico su questioni di pubblico interesse; con il riconoscimento del conseguente diritto a mantenere la riservatezza della fonte. Nel caso di specie non era in discussione in via diretta questo diritto; tuttavia la Corte europea precisa che la tutela in questione deve essere assicurata anche in via indiretta. Rientra appunto in questa indiretta o anticipata tutela la particolare circospezione con la quale siano adottate misure invasive che, in ultima analisi, si traducono in un condizionamento del diritto in questione. Certo occorre trovare un ragionevole bilanciamento con l'altro interesse, che è quello dell'accertamento e della repressione dei reati; il bilanciamento non può che essere individuato calandosi nel caso concreto: così, ad esempio, l'interesse pubblico della repressione dei reati non può essere ritenuto prevalente quando si proceda ad emissione di misure non unidirezionate bensì "a strascico". Da qui il riconoscimento della violazione convenzionale. In punto di obbligo di rettifica la Corte europea si pronunciata con decisione riportata in nota.

Corte europea diritti dell'uomo sez. V  20 marzo 2012 n. 30002  

 

Non è ricorribile per cassazione, né altrimenti autonomamente impugnabile, il provvedimento con cui il giudice, ritenendo infondata l'opposizione del segreto professionale da parte del testimone, ordini che lo stesso deponga.

Cassazione penale sez. II  07 gennaio 2011 n. 13369  

 

In materia di assistenza giudiziaria penale, sono utilizzabili le deposizioni testimoniali rese in sede di rogatoria all'estero da soggetti che, secondo la legge italiana, avrebbero potuto avvalersi del segreto professionale ex art. 200 c.p.p.

Cassazione penale sez. un.  25 febbraio 2010 n. 15208  

 

L'eventuale presenza del segreto professionale su quanto conosciuto dal testimone per ragione del proprio ministero, ufficio o professione non può essere rilevata direttamente dal giudice, ma deve essere eccepita dallo stesso soggetto chiamato a deporre, nell'ipotesi in cui egli venga a trovarsi in una delle situazioni individuate dall'art. 200 c.p.p.

Cassazione penale sez. VI  11 febbraio 2009 n. 9866  

 

L'esimente di cui all'art. 384, comma 2, c.p., nella parte in cui prevede l'esclusione della punibilità se il fatto è commesso da chi avrebbe dovuto essere avvertito della facoltà di astenersi dal rendere informazioni o testimonianza, non si applica alle persone nell'art. 200 c.p.p., alle quali è invece applicabile nel caso in cui esse siano state obbligate a deporre o comunque a rispondere su quanto hanno conosciuto per ragione del loro ministero, ufficio o professione, salvo i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria (fattispecie relativa alle dichiarazioni testimoniali rese in un procedimento civile da un legale chiamato a deporre su circostanze di cui era venuto a conoscenza per ragione della sua attività professionale).

Cassazione penale sez. VI  11 febbraio 2009 n. 9866  



 
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