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Codice proc. penale agg.  al  4 Mag 2015
 
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Art. 202 cod. proc. penale: Segreto di Stato

1. I pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di un pubblico servizio hanno l’obbligo di astenersi dal deporre su fatti coperti dal segreto di Stato.

2. Se il testimone oppone un segreto di Stato, l’autorità giudiziaria ne informa il Presidente del Consiglio dei ministri, ai fini dell’eventuale conferma, sospendendo ogni iniziativa volta ad acquisire la notizia oggetto del segreto.

3. Qualora il segreto sia confermato e per la definizione del processo risulti essenziale la conoscenza di quanto coperto dal segreto di Stato, il giudice dichiara non doversi procedere per l’esistenza del segreto di Stato.

4. Se entro trenta giorni dalla notificazione della richiesta il Presidente del Consiglio dei ministri non dà conferma del segreto, l’autorità giudiziaria acquisisce la notizia e provvede per l’ulteriore corso del procedimento.

5. L’opposizione del segreto di Stato, confermata con atto motivato dal Presidente del Consiglio dei ministri, inibisce all’autorità giudiziaria l’acquisizione e l’utilizzazione, anche indiretta, delle notizie coperte dal segreto.

6. Non è, in ogni caso, precluso all’autorità giudiziaria di procedere in base a elementi autonomi e indipendenti dagli atti, documenti e cose coperti dal segreto.

7. Quando è sollevato conflitto di attribuzione nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, qualora il conflitto sia risolto nel senso dell’insussistenza del segreto di Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri non può più opporlo con riferimento al medesimo oggetto. Qualora il conflitto sia risolto nel senso della sussistenza del segreto di Stato, l’autorità giudiziaria non può nè acquisire nè utilizzare, direttamente o indirettamente, atti o documenti sui quali è stato opposto il segreto di Stato.

8. In nessun caso il segreto di Stato è opponibile alla Corte costituzionale. La Corte adotta le necessarie garanzie per la segretezza del procedimento.


Giurisprudenza annotata

Segreto di Stato

L'opposizione processuale del segreto di Stato, ove le circostanze oggetto di quest'ultimo siano state già divulgate, non ha alcun senso logico, venendo meno la ragione stessa della tutela privilegiata delle notizie.

Cassazione penale sez. I  24 febbraio 2014 n. 20447  

 

Può essere ritualmente apposto il segreto di Stato, con decisione discrezionale del Presidente del Consiglio dei ministri, anche agli ordini e alle direttive che, impartiti dal direttore del servizio di sicurezza agli appartenenti alla struttura, siano in qualche modo collegati a fatti di reato, in applicazione di quanto disposto con sentenza della Corte costituzionale n. 24 del 2014. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato senza rinvio la condanna di pubblici ufficiale imputati del reato di sequestro di persona, aggravato dall'abuso dei poteri inerenti alle loro funzioni, in quanto l'azione penale non poteva essere proseguita per l'esistenza del segreto di Stato). (Annulla senza rinvio, App. Milano, 12/02/2013 )

Cassazione penale sez. I  24 febbraio 2014 n. 20447  

 

Non spettava alla Corte di cassazione annullare — con la sentenza n. 46340/12 del 19 settembre 2012 — il proscioglimento degli imputati, nonché le ordinanze emesse il 22 ed il 26 ottobre 2010, con le quali la Corte d'appello di Milano aveva ritenuto inutilizzabili le dichiarazioni rese dagli indagati nel corso delle indagini preliminari, sul presupposto che il segreto di Stato apposto in relazione alla vicenda del sequestro Abu Omar concernerebbe solo i rapporti tra il Servizio italiano e la CIA, nonché gli interna corporis che hanno tratto ad operazioni autorizzate dal Servizio, e non anche al fatto storico del sequestro in questione. La affermazione della Corte di cassazione, secondo la quale il segreto non coprirebbe le condotte “extrafunzionali” che sarebbero state poste in essere dagli agenti del SISMI, in quanto l'operazione Abu Omar non sarebbe riconducibile né al Governo né al SISMI medesimo, equivale ad una sostanziale modifica (di contenuto e di portata) di quello che, al contrario, era stato il perspicuo “oggetto” del segreto, apposto su documenti e notizie riguardanti i rapporti tra i Servizi italiani e quelli stranieri, nonché sugli interna corporis del Servizio, ovvero sulla organizzazione dello stesso e sulle direttive impartite dal direttore dei Servizi, anche se relative alla vicenda delle renditions e del sequestro di Abu Omar, sicché nessuna limitazione poteva derivare in ordine a tali “fatti” in dipendenza di una riconducibilità o meno degli stessi a formali “deliberazioni” governative o dei vertici dei Servizi, posto che l'esistenza o meno di tali deliberazioni avrebbe, a fortiori, formato oggetto essa stessa di segreto (sentt. nn. 86 del 1977, 106 del 2009, 40 del 2012).

Corte Costituzionale  13 febbraio 2014 n. 24  

 

Nel conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dal Presidente del Consiglio dei Ministri nei confronti della Corte d'Appello di Milano, quale giudice di rinvio — in relazione all'ordinanza del 28 gennaio 2013 con la quale è stata ammessa la produzione, da parte della Procura Generale della Repubblica presso la medesima Corte, dei verbali relativi agli interrogatori resi nel corso delle indagini dagli imputati Mancini, Ciorra, Di Troia e Di Gregori — non spettava alla Corte d'Appello l'adozione del provvedimento giurisdizionale impugnato che va, pertanto, annullato nelle parti corrispondenti. Infatti, tale organo giurisdizionale ha disposto l'acquisizione di interrogatori resi dagli imputati in relazione a fatti in ordine ai quali è riscontrabile la sussistenza del segreto di Stato. Quest'ultimo può essere apposto esclusivamente dal Presidente del Consiglio dei Ministri, salve le attribuzioni di cui agli artt. 30 e ss. e 41 della L. n. 124/2007, in quanto afferente alla tutela della salus rei publicae e, dunque, tale da coinvolgere un interesse preminente su qualunque altro, perché riguardante l'esistenza stessa dello Stato. Quanto affermato non può impedire che il pubblico ministero indaghi sui fatti di reato, ma può inibire all'autorità giudiziaria di acquisire ed utilizzare gli elementi di conoscenza coperti dal segreto. Anche qualora la fonte di prova segretata risultasse essenziale e mancassero altre fonti di prova — con la conseguente applicabilità delle disposizioni che impongono la pronuncia di una sentenza di non doversi procedere per l'esistenza del segreto di Stato a norma degli artt. 202, comma terzo, c.p.p. e 41, comma terzo, Cost. — non sarebbe ravvisabile alcuna antinomia con i concorrenti principi costituzionali, in considerazione della preminenza dell'interesse alla sicurezza nazionale alla cui salvaguardia il segreto di Stato è preordinato .

Corte Costituzionale  13 febbraio 2014 n. 24  

 

Il segreto di Stato può essere opposto solo dai pubblici ufficiali, dai pubblici impiegati e dagli incaricati di pubblico servizio; esso è posto a tutela di interessi squisitamente pubblici, correlati alla sicurezza, alla indipendenza, al prestigio, appunto, dello Stato. E se i fatti coperti da tale segreto non possono essere rivelati alla autorità giudiziaria, ovviamente non possono essere rivelati neanche ad giornalista. Al giornalista è consentita, nei confronti del giudice o del PM, la opposizione del solo segreto professionale; ma tale opposizione semplicemente lo legittima a non rivelare la fonte della notizia di cui egli sia venuto in possesso, ma non garantisce certamente la rispondenza al vero della notizia stessa. Se tale fonte è un (infedele) funzionario dello Stato, il giornalista può tutelarlo, opponendo il segreto professionale, ma, così facendo, assume il rischio derivante dalla impossibilità di provare la notizia che ha diffuso (nella specie, relativa alla pubblicazione di un articolo dal carattere diffamatorio nei confronti di un imam, accusato di aver pronunciato frasi che giustificavano l'uccisione di occidentali ma non di musulmani, la Corte ha confermato quanto disposto dalla Corte di appello che, preso atto dell'intervenuta prescrizione del reato, aveva comunque condannato il giornalista).

Cassazione penale sez. V  11 gennaio 2013 n. 10964  

 

Va dichiarato che spettava al presidente del Consiglio dei ministri emettere le note impugnate con le quali è stata confermata l'esistenza del segreto di stato opposto da un ex direttore del Sismi ed un ex collaboratore e poi dipendente del medesimo servizio nel corso di un procedimento penale a loro carico. Mediante l'art. 41 l. n. 124 del 2007 il legislatore è venuto infatti a conferire portata generale al vincolo di riserbo, in sede processuale, dei pubblici funzionari riguardo alle notizie coperte da segreto di Stato, con previsione che si presta a ricomprendere, nella sua genericità, anche l'imputato e la persona sottoposta alle indagini. peraltro quando pure la fonte di prova segretata risultasse essenziale e mancassero altre fonti di prova - con conseguente applicabilità delle disposizioni che impongono la pronuncia di una sentenza di non doversi procedere per l'esistenza del segreto di stato (art. 202 comma 3 c.p.p. e 41 comma 3 l. n. 124 del 2007) - non potrebbe scorgersi in ciò alcuna antinomia. Tale esito - espressamente previsto dalla legge - non è, infatti, che il portato della evidenziata preminenza dell'interesse della sicurezza nazionale, alla cui salvaguardia il segreto di stato è preordinato, rispetto alle esigenze dell'accertamento giurisdizionale.

Corte Costituzionale  23 febbraio 2012 n. 40  

 

Spettava al Presidente del Consiglio dei ministri emettere le note impugnate con le quali è stata confermata l'esistenza del segreto di Stato opposto da un ex direttore del Sismi ed un ex collaboratore e poi dipendente del medesimo servizio nel corso di un procedimento penale a loro carico. Premesso che il segreto di Stato rinviene la sua base di legittimazione esclusivamente nell'esigenza di salvaguardare supremi interessi riferibili allo Stato-comunità, ponendosi quale strumento necessario per raggiungere il fine della sicurezza, esterna e interna, dello Stato e per garantirne l'esistenza, l'integrità, nonché l'assetto democratico, e che rispetto a tali valori, altri valori - pure di rango costituzionale primario - sono fisiologicamente destinati a rimanere recessivi, rendendo, in particolare, la caratterizzazione come strumento di salvaguardia della "salus rei publicae", ragione del fatto che il segreto di Stato si presta a fungere da sbarramento all'esercizio della funzione giurisdizionale, e segnatamente di quella volta all'accertamento delle responsabilità individuali per fatti previsti dalla legge come reato e ad interferire con il diritto di difesa, con l'art. 41 l. n. 124 del 2007 il legislatore ha conferito portata generale al vincolo di riserbo, in sede processuale, dei pubblici funzionari riguardo alle notizie coperte da segreto di Stato, con previsione che si presta a ricomprendere, nella sua genericità, anche l'imputato e la persona sottoposta alle indagini che, al tempo stesso, sono sottratte - ove tengano la condotta conforme all'esigenza di protezione della sicurezza nazionale - al rischio di una indebita affermazione di responsabilità penale, con la conseguenza che, quand'anche la fonte di prova segretata risultasse essenziale e mancassero altre fonti di prova - con conseguente applicabilità delle disposizioni che impongono la pronuncia di una sentenza di non doversi procedere per l'esistenza del segreto di Stato (art. 202, comma 3, c.p.p. e 41, comma 3, l. n. 124 del 2007) -, non potrebbe scorgersi in ciò alcuna antinomia in quanto tale esito, espressamente previsto dalla legge, non è altro che il portato della preminenza dell'interesse della sicurezza nazionale, alla cui salvaguardia il segreto di Stato è preordinato, rispetto alle esigenze dell'accertamento giurisdizionale (sent. n. 82 del 1976, 86 del 1977, 110, 410 del 1998, 487 del 2000, 106 del 2009; ord. n. 376 del 2010).

Corte Costituzionale  23 febbraio 2012 n. 40  



 
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