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Codice proc. penale agg.  al  4 Mag 2015
 
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Art. 228 cod. proc. penale: Attività del perito

1. Il perito procede alle operazioni necessarie per rispondere ai quesiti. A tal fine può essere autorizzato dal giudice a prendere visione degli atti, dei documenti e delle cose prodotti dalle parti dei quali la legge prevede l’acquisizione al fascicolo per il dibattimento.

2. Il perito può essere inoltre autorizzato ad assistere all’esame delle parti e all’assunzione di prove nonchè a servirsi di ausiliari di sua fiducia per lo svolgimento di attività materiali non implicanti apprezzamenti e valutazioni.

3. Qualora, ai fini dello svolgimento dell’incarico, il perito richieda notizie all’imputato, alla persona offesa o ad altre persone, gli elementi in tal modo acquisiti possono essere utilizzati solo ai fini dell’accertamento peritale.

4. Quando le operazioni peritali si svolgono senza la presenza del giudice e sorgono questioni relative ai poteri del perito e ai limiti dell’incarico, la decisione è rimessa al giudice, senza che ciò importi sospensione delle operazioni stesse.


Giurisprudenza annotata

Attività del perito

In tema di perizia, la visione parziale degli atti, dei documenti e delle cose prodotti delle parti non determina alcuna nullità e/o inutilizzabilità, in assenza di espresse previsioni di legge, ma può eventualmente riverberarsi sull'affidabilità delle considerazioni conclusive espresse dal perito, la cui valutazione, rimessa al libero convincimento del giudicante, è sottratta al sindacato di legittimità se congruamente motivata ed immune da vizi logici. (Annulla con rinvio, App. Trento sez dist.Bolzano, 01/10/2012)

Cassazione penale sez. III  10 dicembre 2013 n. 11096

 

In tema di perizia, la "anamnesi", consistente nella raccolta dal paziente o dai suoi familiari di notizie, informazioni o dati necessari ad indirizzare l'esperto verso una diagnosi, costituisce una attività materiale che, non implicando apprezzamenti o valutazioni, rientra tra le operazioni, legittimamente delegabili dal perito ad un ausiliario di sua fiducia a norma dell'art. 228 comma 2 c.p.p. (Fattispecie in cui è stato ritenuto legittimo l'accertamento anamnestico compiuto dall'ausiliario del perito sulla persona offesa di reati sessuali). (Annulla con rinvio, App. Trento sez. dist. Bolzano, 01/10/2012)

Cassazione penale sez. III  10 dicembre 2013 n. 11096  

 

Le dichiarazioni rese dal minore vittima di reati sessuali al consulente tecnico del p.m., officiato di un accertamento personologico, esauriscono la loro funzione nella definizione delle risposte ai quesiti circa la credibilità del minore e la sussistenza degli indici di patito abuso sessuale, ma non possono essere utilizzate, neppure nel giudizio abbreviato - stante il divieto espresso di cui all'art. 228 comma 3 c.p.p. - come fonte di prova per la ricostruzione del fatto. Annulla con rinvio, App. Napoli, 25/11/2011

Cassazione penale sez. III  23 maggio 2013 n. 43723  

 

Il perito e il consulente tecnico hanno facoltà di chiedere "notizie" all'imputato, alla persona offesa o ad altre persone, ma, ai sensi dell'art. 228, comma 3, del c.p.p., gli elementi così acquisiti possono essere utilizzati solo ai fini dell'accertamento tecnico: ossia possono essere utilizzati dai medesimi solo per rispondere ai quesiti, ma non anche dal giudice per l'accertamento della verità processuale. Ne deriva che le dichiarazioni rese da minori vittime di reati sessuali al consulente tecnico nominato dal p.m. sono utilizzabili solo ai fini delle conclusioni dell'incarico di consulenza (volta a verificare la credibilità dei testi in vista dell'esame protetto), ma non possono essere utilizzate dal giudice quali dichiarazioni testimoniali ai fini della ricostruzione del fatto, giusta il divieto posto dal richiamato articolo 228, comma 3, del c.p.p. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che il giudicante avesse questo principio, giacché il richiamo alla consulenza tecnica era stato fatto solo "ad abundantiam", per argomentare il giudizio di complessiva attendibilità che si è inteso attribuire al riconoscimento dell'imputato operato dalla vittima ed escludere in proposito alcun dubbio).

Cassazione penale sez. IV  12 marzo 2013 n. 16981  

 

Nel valutare i risultati di una perizia o di una consulenza tecnica, il giudice deve verificare la validità scientifica dei criteri e dei metodi di indagine utilizzati, allorché essi si presentino come nuovi e sperimentali e perciò non sottoposti al vaglio di una pluralità di casi ed al confronto critico tra gli esperti del settore, sì da non potersi considerare ancora acquisiti al patrimonio della comunità scientifica. (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto immune da censure la motivazione con la quale il giudice di merito aveva effettuato la verifica della nuova metodologia automatica di identificazione vocale denominata "speaker recognition system" utilizzata nell'ambito di una consulenza del P.M.). Annulla in parte con rinvio, App. Perugia, 04/07/2011

Cassazione penale sez. II  11 luglio 2012 n. 40611  

 

Le dichiarazioni rese al consulente tecnico del p.m. (o al perito) dai minori nei confronti dei quali si svolgono accertamenti in ordine alla loro credibilità ed attendibilità sono utilizzabili soltanto ai fini delle conclusioni dell'incarico di consulenza ma non della ricostruzione del fatto, giusto il divieto di cui all'art. 228, comma 3 c.p.p. e il disposto degli art. 392 comma 1 bis e 398 comma 5 bis c.p.p. Rigetta, Ass.App. Perugia, 20/09/2010

Cassazione penale sez. I  11 gennaio 2012 n. 12731  

 

Il perito e il consulente tecnico hanno facoltà di chiedere notizie all'imputato, alla persona offesa o ad altre persone, ma, ai sensi dell'art. 228, comma 3, c.p.p., gli elementi così acquisiti possono essere utilizzati solo ai fini dell'accertamento tecnico: ossia possono essere utilizzati dai medesimi solo per rispondere ai quesiti, ma non anche dal giudice per l'accertamento della verità processuale. Ne deriva che le dichiarazioni rese da minori vittime di reati sessuali al consulente tecnico nominato dal pubblico ministero sono utilizzabili solo ai fini delle conclusioni dell'incarico di consulenza (volta a verificare la credibilità dei testi in vista dell'esame protetto), ma non possono essere utilizzate dal giudice quali dichiarazioni testimoniali ai fini della ricostruzione del fatto, giusta il divieto posto dal richiamato art. 228, comma 3, del c.p.p. (da queste premesse, la Corte, rigettando il ricorso del pubblico ministero, ha ritenuto corretto che il tribunale del riesame avesse considerato affette da inutilizzabilità patologica, per contrasto con l'art. 228, comma 3, c.p.p. le dichiarazioni rese dai minori che si ipotizzava vittime di reati sessuali al consulente tecnico del pubblico ministero, impropriamente utilizzate per la ricostruzione del fatto e del compendio indiziario).

Cassazione penale sez. III  19 gennaio 2011 n. 6887



 
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