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Codice proc. penale agg.  al  8 Mag 2015
 
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Art. 251 cod. proc. penale: Perquisizioni nel domicilio. Limiti temporali

1. La perquisizione in un’abitazione o nei luoghi chiusi adiacenti a essa non può essere iniziata prima delle ore sette e dopo le ore venti.

2. Tuttavia nei casi urgenti l’autorità giudiziaria può disporre per iscritto che la perquisizione sia eseguita fuori dei suddetti limiti temporali.


Giurisprudenza annotata

Perquisizioni di polizia giudiziaria

In tema di equa riparazione per violazione della durata ragionevole del processo penale, il "dies a quo" in relazione al quale valutare la durata del processo decorre dal momento in cui l'imputato ha conoscenza diretta dell'esistenza di un procedimento penale nei suoi confronti; ne consegue che qualora un soggetto abbia ricevuto informazione di garanzia in occasione di una perquisizione domiciliare ex art. 251 c.p.p., da tale momento ha concreta notizia del reato per cui si procede nei suoi confronti. (In applicazione del principio, la S.C. ha cassato il decreto della corte di appello che pur in presenza di informazione di garanzia notificata all'interessato al momento dell'esecuzione di una perquisizione domiciliare, aveva computato i termini per valutare la ragionevole durata del procedimento dalla richiesta di rinvio a giudizio).

Cassazione civile sez. I  08 novembre 2010 n. 22682  

 

La Corte condanna la Polonia per le modalità aggressive impiegate dalla polizia nel corso di una perquisizione. L'episodio riguardava una perquisizione eseguita in piena notte nell'abitazione dei ricorrenti, studenti universitari, in seguito al ritrovamento da parte due poliziotti di pattuglia in strada, di fronte a tale abitazione, di un'autovettura aperta. Il confronto tra le parti, una volta accertato che la vettura era di proprietà di uno degli occupanti della casa, era degenerato, al punto che i poliziotti avevano colpito uno dei ricorrenti con i manganelli; erano poi stati fatti intervenire altri dieci operanti, insieme a cani antidroga, che erano entrati nella casa, avevano svegliato tutti gli occupanti e li avevano fatti uscire in strada, sempre sotto la minaccia dell'uso dei manganelli. I ricorrenti avevano presentato denuncia per i fatti ma il p.m. aveva deciso di non intraprendere alcuna azione contro i poliziotti accusati. Conseguentemente, i due ricorrenti avevano adito la Corte europea lamentando la violazione degli art. 3 (per le modalità aggressive e degradanti impiegate nel corso della perquisizione) e 8 (per l'ingerenza sproporzionata nel diritto all'inviolabilità del domicilio) Cedu. Sotto il primo profilo, la Corte ha preso atto della circostanza che le divergenti ricostruzioni fornite dai ricorrenti, da un lato, e dallo Stato resistente, dall'altro, impedivano di ricostruire con certezza i motivi per i quali l'iniziale accesso pacifico dei due appartenenti alle forze dell'ordine nell'abitazione dei due giovani fosse degenerato, arrivando al tentativo di arresto di uno dei due ed alle denunciate percosse con i manganelli d'ordinanza. Purtuttavia, la Corte ha ritenuto che le modalità stesse dell'intervento non fossero comunque compatibili con il rispetto per l'art. 3 Cedu. I ricorrenti erano stati svegliati nel cuore della notte nonostante non avessero arrecato alcun disturbo all'ordine pubblico. Non solo erano stati impiegati i manganelli in un contesto quantomeno di dubbio in merito alla necessità del loro impiego, ma erano stati fatti intervenire numerosi altri poliziotti senza che il Governo resistente avesse fornito alcuna prova di fatti idonei a dimostrare un pericolo per gli operanti, armati ed addestrati ad affrontare situazioni di violenza ampiamente più rilevanti di quella riscontrabile nel caso concreto. Anche ad ammettere che i ricorrenti avessero contestato gli operanti allorquando gli erano stati chiesti i documenti d'identità, l'uso dei manganelli contro di loro doveva essere considerato sproporzionato e motivato da intenzioni punitive. Secondo la Corte, il ricorso alla forza fisica contro una persona, non reso necessario dalla condotta di questa, attenta alla dignità umana e viola il diritto stabilito dall'art. 3 Cedu. Anche sotto il secondo profilo invocato dai ricorrenti, ovvero in merito alla violazione dell'art. 8 Cedu, la Corte ha ritenuto che non sussistessero nel caso di specie circostanze idonee a giustificare la compressione del diritto all'inviolabilità del domicilio, nonostante il Governo resistente avesse invocato la legittimità dell'azione secondo il diritto interno. Considerate le circostanze dell'intervento ed in particolare l'esiguità della ragione iniziale dello stesso (l'accertamento in merito all'autovettura), l'uso della forza per penetrare in casa dei ricorrenti appariva eccessivo. Anche sotto tale profilo, dunque, la Corte ha ritenuto fondate le doglianze dei ricorrenti.

Corte europea diritti dell'uomo sez. IV  07 luglio 2009 n. 47709  

 

Ai fini della legittimità del decreto di perquisizione e del conseguente sequestro, il “fumus” necessario per la ricerca della prova è quello inerente all'avvenuta commissione dei reati, nella loro materiale accezione, e non già alla colpevolezza del singolo, sicché il mezzo è ritualmente disposto anche qualora il fatto non sia materialmente accertato, ma ne sia ragionevolmente presumibile o probabile la commissione, desumibile anche da elementi logici.

Cassazione penale sez. III  14 dicembre 2007 n. 6465



 
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