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Codice proc. penale agg.  al  9 Apr 2015
 
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Art. 26 cod. proc. penale: Prove acquisite dal giudice incompetente

1. L’inosservanza delle norme sulla competenza non produce l’inefficacia delle prove già acquisite.

2. Le dichiarazioni rese al giudice incompetente per materia, se ripetibili, sono utilizzabili soltanto nell’udienza preliminare e per le contestazioni a norma degli articoli 500 e 503.


Giurisprudenza annotata

Prove acquisite dal giudice incompetente

Le prove orali assunte da giudice originariamente incompetente per materia ma a cui la competenza sia stata attribuita, in via retroattiva, per legge sono pienamente utilizzabili, non risultando ad esse applicabile la regola di cui all'art. 26 comma secondo, cod. proc. pen. (Fattispecie relativa all'applicazione retroattiva, ex art. 2, comma primo, D.L. n. 10 del 2010, conv. in l. n. 52 del 2010, della competenza per materia del tribunale per il delitto di associazione di tipo mafioso, in qualsiasi modo aggravato). Rigetta, App. Palermo, 10/05/2011

Cassazione penale sez. VI  02 ottobre 2012 n. 1263  

 

L’accertamento ad opera del tribunale per i minorenni, a ciò funzionalmente ed incidentalmente competente, della maggiore età dell’imputato determina la prosecuzione del procedimento principale, che era in corso di svolgimento davanti al tribunale ordinario e che era stato soltanto sospeso per l’insorgere del dubbio sull’età dell’imputato, e la piena utilizzabilità dell’attività processuale in precedenza compiuta, mentre l’accertamento della minore età comporta l’affermazione della competenza del tribunale per i minorenni per il procedimento principale e quindi la necessità di una sua trattazione "ex novo" , fatta salva l’applicazione degli art. 26 e 54 comma 3 c.p.p.

Cassazione penale sez. IV  17 gennaio 2006 n. 10122

 

In tema di autorizzazione all'intercettazione di comunicazioni telefoniche disposte ai sensi dell'art. 13 d.l. 13 maggio 1991 n. 152, convertito in legge, con modificazioni, con la l. 12 luglio 1991 n. 203, l'emissione del decreto da parte di g.i.p. incompetente è priva di effetti sulla validità del provvedimento stesso, poiché vale il principio generale, previsto dall'art. 26 comma 1 c.p.p., per cui l'inosservanza delle norme sulla competenza non produce l'inefficacia delle prove già acquisite.

Cassazione penale sez. V  28 ottobre 1997

 

In tema di reati ministeriali, la violazione del divieto, per il Procuratore della Repubblica, ai sensi dell'art. 6 comma 2 della l.cost. 16 gennaio 1989, n. 1, di compiere indagini prima della trasmissione delle proprie richieste, con i relativi atti, al Collegio di cui all'art. 7 della citata legge costituzionale, non comporta l'inutilizzabilità, ai sensi dell'art. 191 c.p.p., in sede cautelare, degli elementi acquisiti; e ciò in forza della espressa deroga al principio della inutilizzabilità delle prove illegittimamente acquisite prevista dall'art. 26 c.p.p. per il caso in cui tale illegittimità derivi dall'inosservanza delle norme sulla competenza per materia (assimilabile a quella per funzione) e le prove siano ripetibili ed utilizzate soltanto nella fase precedente il giudizio.

Cassazione penale sez. un.  20 luglio 1994

 

Costituisce eccezione al principio generale della conservazione degli atti la previsione dell'art. 27 c.p.p., per il quale i provvedimenti cautelari, emessi da un giudice, contestualmente o successivamente dichiaratosi incompetente, divengano inefficaci qualora il giudice non provveda a rinnovarli. Ciò non può estendersi - proprio in forza dell'anzidetto principio generale, fissato dall'art. 26 dello stesso codice - all'interrogatorio di cui all'art. 294 c.p.p. per cui questo conserva piena efficacia, anche se effettuato da un giudice dichiaratosi incompetente.

Cassazione penale sez. I  10 novembre 1992

 

Il vigente Codice di procedura penale in tema di validità di atti posti in essere da giudice incompetente sancisce, agli artt. 26 e 27, il principio della loro conservazione.

Cassazione penale sez. fer.  04 agosto 1992

 

Il diritto della persona danneggiata dal reato alla restituzione ed al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale ha natura civilistica, e le disposizioni dell'art. 185 c.p. non hanno efficacia costitutiva di tali diritti, ma mera funzione di regole integratrici dei generali principi degli art. 2043 e 2059 c.c., che ne fanno un'enunciazione e un'applicazione più ampia di quella penale. Al diritto del danneggiato dal reato al risarcimento del danno, non si applicano i principi attinenti la successione nel tempo delle leggi penali, fissati dall'art. 2 c.p., ma il principio dell'art. 11 delle preleggi, e pertanto il diritto al risarcimento permane anche a seguito di "abolitio criminis", nulla rilevando successive modifiche legislative, che non abbiano espressamente disposto sui diritti quesiti. Per effetto della doppia dichiarazione di incostituzionalità degli art. 195 e 23 c.p.p., il giudizio prosegue in sede di legittimità, sul ricorso per cassazione della parte civile anche in caso di "abolitio criminis", nei confronti di persona definitivamente sollevata da ogni accusa di reato, nella qualità di autore del fatto ingiusto, e verte sull'unico oggetto ormai possibile, attinente alla responsabilità civile, ai fini della rimozione di tutte quelle formule di proscioglimento penale, che rendono operante il sistema delle preclusioni costituito dagli art. 25, 26, 27 e 28 c.p.p. e pertanto l'interesse ad impugnare della parte civile va riconosciuto ove tenda alla rimozione della formula di assoluzione per non aver commesso il fatto, ed alla sua sostituzione con la formula il fatto non è (più) preveduto dalla legge come reato. Poiché il pregiudizio processuale, costituito dalla formula di proscioglimento preclusiva degli interessi civili, che la parte civile, titolare dell'interesse, tende a rimuovere con il ricorso per cassazione, si è formato in sede di competenza dell'autorità giudiziaria penale, il terzo grado (di legittimità) resta attribuito, anche in caso di "abolitio criminis", alla competenza di questa Corte penale, che, ove disponga annullamento con rinvio, rimette gli atti al giudice civile competente in grado d'appello, ai sensi dell'art. 51 c.p.p.

Cassazione penale sez. VI  21 gennaio 1992



 
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