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Codice proc. penale agg.  al  10 Mag 2015
 
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Art. 269 cod. proc. penale: Conservazione della documentazione

1. I verbali e le registrazioni sono conservati integralmente presso il pubblico ministero che ha disposto l’intercettazione.

2. Salvo quanto previsto dall’articolo 271 comma 3, le registrazioni sono conservate fino alla sentenza non più soggetta a impugnazione. Tuttavia gli interessati, quando la documentazione non è necessaria per il procedimento, possono chiederne la distruzione, a tutela della riservatezza, al giudice che ha autorizzato o convalidato l’intercettazione. Il giudice decide in camera di consiglio a norma dell’articolo 127.

3. La distruzione, nei casi in cui è prevista, viene eseguita sotto controllo del giudice. Dell’operazione è redatto verbale.


Giurisprudenza annotata

Conservazione della documentazione

Competente funzionalmente a provvedere sulla richiesta di distruzione delle intercettazioni non necessarie ai fini dei procedimento è il giudice che ha autorizzato o convalidato le intercettazioni e non quello che procede all'atto della formulazione della richiesta.

Cassazione penale sez. VI  09 luglio 2014 n. 39938  

 

In tema di distruzione della documentazione relativa ad intercettazioni di conversazioni o comunicazioni inutilizzabili, la procedura camerale nel contraddittorio tra le parti è applicabile per le ipotesi di violazione di norme processuali, mentre è preclusa nel caso in cui vi siano state violazioni di ordine sostanziale riconducibili a diritti e interessi di rilievo costituzionale. (In applicazione del principio, è stato escluso che per la distruzione di intercettazioni riguardanti conversazioni del Presidente della Repubblica casualmente captate sia possibile il ricorso alla procedura in contraddittorio). Dichiara inammissibile, Gip Trib. Palermo, 08/02/2013

Cassazione penale sez. VI  18 aprile 2013 n. 18373  

 

Non spettava alla Procura della Repubblica presso il tribunale ordinario di Palermo di valutare la rilevanza delle intercettazioni di conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, operate nell'ambito del procedimento penale n. 11609/08, né di omettere di chiedere al giudice l'immediata distruzione della documentazione relativa alle intercettazioni indicate, ai sensi dell'art. 271, comma 3, c.p.p., senza sottoposizione della stessa al contraddittorio tra le parti e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del contenuto delle conversazioni intercettate. Premesso che la discrezione, e quindi la riservatezza, delle comunicazioni del Presidente della Repubblica sono coessenziali al suo ruolo nell'ordinamento costituzionale, costituendo modalità imprescindibili di esercizio della funzione di equilibrio costituzionale spettante al Capo dello Stato nella vigente forma di governo; che quindi il Presidente della Repubblica deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni, non in rapporto ad una specifica funzione, ma per l'efficace esercizio di tutte; che il silenzio della Costituzione in ordine a procedimenti autorizzatori concernenti il Presidente della Repubblica è espressivo dell'intangibilità della sfera di comunicazioni del supremo garante dell'equilibrio tra i poteri dello Stato; che, al fine di determinare l'ampiezza della tutela della riservatezza delle comunicazioni del Presidente della Repubblica, non assume alcuna rilevanza la distinzione tra reati funzionali ed extrafunzionali, giacché l'interesse costituzionalmente protetto non è la salvaguardia della persona del titolare della carica, ma l'efficace svolgimento delle funzioni di equilibrio e raccordo tipiche del ruolo del Presidente della Repubblica nel sistema costituzionale italiano, fondato sulla separazione e sull'integrazione dei poteri dello Stato; che il Presidente, per eventuali reati commessi al di fuori dell'esercizio delle sue funzioni, è assoggettato alla medesima responsabilità penale che grava su tutti i cittadini, senza che tuttavia ciò possa consentire l'utilizzazione di strumenti invasivi di ricerca della prova, quali sono le intercettazioni telefoniche, che finirebbero per coinvolgere, in modo inevitabile e indistinto, non solo le private conversazioni del Presidente, ma tutte le comunicazioni, comprese quelle necessarie per lo svolgimento delle sue essenziali funzioni istituzionali; che non assume neppure rilevanza la distinzione tra intercettazioni dirette, indirette e casuali, sussiste l'obbligo per l'autorità giudiziaria procedente di distruggere, nel più breve tempo, le registrazioni casualmente effettuate di conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, dovendosi fare ricorso, non al procedimento previsto dagli art. 268 e 269 c.p.p., giacché non si deve in riferimento alle conversazioni del Presidente della Repubblica compiere alcuna valutazione di rilevanza, mentre l'adozione delle procedure indicate vanificherebbe totalmente e irrimediabilmente la garanzia della riservatezza delle comunicazioni del Presidente della Repubblica, ma alla disposizione di cui all'art. 271, comma 3, c.p.p., la quale prevede che il giudice disponga la distruzione della documentazione delle intercettazioni di cui è vietata l'utilizzazione ai sensi dei precedenti commi dello stesso articolo, in particolare e anzitutto perché "eseguite fuori dei casi consentiti dalla legge", salvo che essa costituisca corpo di reato, senza imporre una procedura partecipata, da escludersi quando l'inutilizzabilità si connetta - come nel caso di specie - a ragioni di ordine sostanziale, derivanti dalla violazione di una protezione “assoluta” del colloquio per la qualità degli interlocutori o per la pertinenza del suo oggetto, fermo restando che le intercettazioni oggetto del conflitto devono essere distrutte, in ogni caso, sotto il controllo del giudice, non essendo ammissibile, né richiesto dallo stesso ricorrente, che alla distruzione proceda unilateralmente il p.m., e che l'Autorità giudiziaria dovrà tenere conto della eventuale esigenza di evitare il sacrificio di interessi riferibili a principi costituzionali supremi: tutela della vita e della libertà personale e salvaguardia dell'integrità costituzionale delle istituzioni della Repubblica (art. 90 cost.): ipotesi estreme, nelle quali la stessa Autorità adotterà le iniziative consentite dall'ordinamento (sentt. n. 231 del 1975, 148 del 1983, 463 del 1994, 356 del 1996, 24, 154 del 2004, 390 del 2007, 173, 262 del 2009, 113, 114 del 2010; ordd. n. 263 del 2010, 171 del 2011).

Corte Costituzionale  15 gennaio 2013 n. 1  

 

In tema di intercettazioni relative a comunicazioni del Presidente della Repubblica, la mancata previsione di atti autorizzatori simili a quelli contemplati per i parlamentari ed i ministri, e la carenza inoltre di limitazioni esplicite per categorie di reati stabilite da norme costituzionali, non possono portare alla paradossale conseguenza che le comunicazioni del Presidente della Repubblica godano di una tutela inferiore a quella degli altri soggetti istituzionali menzionati, ma alla più coerente conclusione che il silenzio della Costituzione sul punto sia espressivo della inderogabilità della riservatezza della sfera delle comunicazioni presidenziali. Ne consegue altresì che la disposizione per cui è prevista la possibilità di svolgere attività di intercettazioni (art. 7 commi 2 e 3 l. n. 219/1989) non può essere considerata oltre ai casi contemplati dall'art. 90 cost. e strettamente connessi alle gravi imputazioni mosse al Presidente, essendo un'eccezione, stabilita con legge ordinaria, al generale divieto, desumibile dal sistema costituzionale, di intercettare le comunicazioni del Capo dello Stato. Il fondamento della tutela della riservatezza delle comunicazioni presidenziali consiste nell'essenziale protezione delle attività informali di equilibrio e raccordo tra poteri dello Stato, ossia tra soggetti che svolgono funzioni, politiche o di garanzia, costituzionalmente rilevanti, sicché si deve riconoscere che il livello di tutela non si abbassa per effetto della circostanza, non prevista dagli inquirenti e non conosciuta ovviamente dallo stesso Presidente, che l'intercettazione non riguardi una utenza in uso al Capo dello Stato, ma quella di un terzo destinatario di indagini giudiziarie. In tale ipotesi, la funzione di tutela del divieto si trasferisce dalla fase anteriore all'intercettazione, in cui rileva la direzione impressa all'atto di indagine dall'autorità procedente, a quella posteriore, giacché si impone alle autorità che hanno disposto ed effettuato le captazioni l'obbligo di non aggravare il vulnus alla sfera di riservatezza delle comunicazioni presidenziali, adottando tutte le misure necessarie e utili per impedire la diffusione del contenuto delle intercettazioni. Pertanto, le intercettazioni pur casuali vanno distrutte nel più breve tempo possibile ed evitando il più possibile che il loro contento possa in concreto essere divulgato. Lo strumento processuale per giungere a tale risultato, costituzionalmente imposto, non può essere quello previsto dagli art. 268 e 269 c.p.p., atteso che che l'adozione delle procedure ivi indicate vanificherebbe totalmente e irrimediabilmente la garanzia della riservatezza delle comunicazioni del Presidente della Repubblica. Diversamente, deve trovare applicazione la procedura prevista dall'art. 271 c.p.p., che prevede il dovere del giudice di distruggere le intercettazioni eseguite contro i divieti imposti dalla legge (la Corte ha risolto il conflitto di attribuzione sollevato dal Presidente della Repubblica contro la Procura della Repubblica di Palermo, con il quale si era lamentata la violazione degli art. 90 e 3 cost., e delle disposizioni di legge ordinaria che ne costituiscono attuazione, in relazione all'attività di intercettazione telefonica, svolta riguardo alle utenze di persona diversa nell'ambito di un procedimento penale pendente a Palermo, nel corso della quale erano state captate conversazioni intrattenute dallo stesso Presidente della Repubblica; la Corte ha disposto la distruzione di tale intercettazioni, statuendo che non spettava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Palermo di valutare la rilevanza delle intercettazioni di conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica e che non spettava alla stessa Procura della Repubblica di omettere di chiedere al giudice l'immediata distruzione della documentazione relativa alle intercettazioni indicate, ai sensi dell'art. 271, comma 3, c.p.p., senza sottoposizione della stessa al contraddittorio tra le parti e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del contenuto delle conversazioni intercettate).

Corte Costituzionale  15 gennaio 2013 n. 1



 
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