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Codice proc. penale agg.  al  7 Mag 2015
 
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Art. 287 cod. proc. penale: Condizioni di applicabilità delle misure interdittive

1. Salvo quanto previsto da disposizioni particolari, le misure previste in questo capo possono essere applicate solo quando si procede per delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a tre anni.


Giurisprudenza annotata

Condizioni di applicabilità delle misure interdittive

Per accertare l'esigenza cautelare del pericolo di reiterazione da parte dell'imputato di delitti della stessa specie di anello per cui si procede, devono essere esaminate ed apprezzate compiutamente le concrete modalità di commissione del fatto attribuito costituente reato, e tutti gli altri parametri enunciati nell'art. 133 c.p. che possono evidenziare la personalità del soggetto, tra i quali rileva il grado della colpa, inteso nel senso di valutazione del grado di difformità della condotta dell'autore rispetto alle regole cautelari violate, al livello di evitabilità dell'evento ed al "quantum" di esigibilità dell'osservanza della condotta doverosa pretermessa. Nella configurazione degli elementi delineanti la personalità dell'indagato potrà tenersi conto di ulteriori emergenze, pure esterne al processo "de quo", qualificanti le modalità di svolgimento dell'attività professionale da parte del medico imputato, al fine di pervenire, nell'ambito della materia della colpa professionale in questione, a un'eventuale prognosi di reiterazione di comportamenti in relazione alle caratteristiche della struttura in cui il professionista opera, al comportamento da questi tenuto nel caso oggetto di giudizio e all'offesa temuta agli stessi interessi collettivi già colpiti.

Cassazione penale sez. IV  03 novembre 2011 n. 42588  

 

Ai fini dell'applicazione di una misura interdittiva nei confronti di un medico chiamato a rispondere del reato di omicidio colposo in danno di un paziente, onde apprezzare il pericolo di reiterazione di delitti della stessa specie, devono essere esaminate e apprezzate congiuntamente, giusta quanto disposto dall'art. 274, lett. c), c.p.p., le concrete modalità di commissione del fatto e tutti gli altri parametri enunciati dall'art. 133 c.p. che possono evidenziare la personalità del soggetto. Al riguardo, appare sicuramente rilevante il "grado della colpa", inteso quale difformità della condotta tenuta rispetto alle regole cautelari, al livello di evitabilità dell'evento e al "quantum" di esigibilità dell'osservanza della condotta doverosa pretermessa; e può parimenti tenersi conto, per l'apprezzamento della personalità del sanitario, di ulteriori emergenze, anche esterne al processo, qualificanti le modalità di svolgimento dell'attività professionale: ciò al fine di pervenire, per l'applicazione della misura, alla prognosi di reiterazione dei comportamenti incriminati in relazione alle caratteristiche della struttura in cui il professionista opera, al comportamento da questi tenuto nella vicenda incriminata e all'offesa temuta agli stessi interessi già colpiti.

Cassazione penale sez. IV  03 novembre 2011 n. 42588  

 

In tema di misure cautelari, quando, ai sensi dell'art. 278 c.p.p. (o per le misure interdittive, dell'art. 287 c.p.p.), occorre fare riferimento alla "pena stabilita dalla legge", per tale deve intendersi, qualora il giudice "de libertate" ritenga sussistenti circostanze attenuanti delle quali, in base al citato art. 278, si debba tener conto (ancorché di esse - come avviene di regola - non vi sia menzione nella contestazione), la pena massima astrattamente applicabile a seguito del giudizio di comparazione che lo stesso giudice è chiamato a compiere, ai sensi dell'art. 69 c.p., fra dette circostanze e le eventuali circostanze aggravanti delle quali parimenti si debba tener conto, ovvero, in mancanza di queste ultime, la pena massima astrattamente irrogabile, una volta operata la riduzione minima per le attenuanti. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha affermato che correttamente il tribunale, dovendo decidere, in sede di appello ex art. 310 c.p.p., sull'applicabilità di una misura interdittiva, con riferimento al reato di truffa aggravata, avrebbe potuto, con adeguata motivazione - in concreto mancata - ritenere l'equivalenza o la prevalenza della circostanza attenuante di cui all'art. 62 n. 4 c.p. e pertanto escludere che la pena stabilita dalla legge fosse, come richiesto dall'art. 287 c.p.p., superiore nel massimo ai tre anni).

Cassazione penale sez. II  30 gennaio 2002 n. 8906  

 

Non è fondata - in riferimento agli art. 3 e 112 cost. - la q.l.c. degli art. 280, 287 e 381 comma 1 c.p.p., nella parte in cui non consentirebbero l'applicazione di misure cautelari coercitive e interdittive, nè l'arresto in flagranza, in caso di reati militari puniti con la reclusione militare; ciò in quanto la reclusione comune e la reclusione militare sono due specie dello stesso genere, e in concreto due pene autonome, quanto a modalità di esecuzione, ma identiche per natura e intercambiabili a parità di durata, con la conseguenza che nulla vieta di applicare le norme del c.p.p., che fanno riferimento a determinati limiti di pena edittale, per identificare i reati per i quali possono disporsi le misure coercitive e interdittive ovvero l'arresto in flagranza o il fermo di indiziati di reato, anche quando quelli per cui si procede sono reati militari punibili con la reclusione militare.

Corte Costituzionale  07 giugno 1996 n. 188

 

È infondata la questione di legittimità costituzionale degli art. 280 e 287 c.p.p. sollevata, in riferimento agli art. 3 e 112 cost., nella parte in cui, stabilendo che le misure coercitive e interdittive possono applicarsi solo quando si procede per delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell'ergastolo o della reclusione, non consentono l'applicazione delle misure stesse quando si procede per reati militari puniti con la reclusione militare (la Corte ha ritenuto errata la premessa interpretativa, osservando che la reclusione e la reclusione militare presentano identità di natura e si distinguono soltanto per le diverse modalità di esecuzione della pena).

Corte Costituzionale  07 giugno 1996 n. 188  



 
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