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Codice proc. penale agg.  al  7 Mag 2015
 
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Art. 289 cod. proc. penale: Sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio

1. Con il provvedimento che dispone la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio, il giudice interdice temporaneamente all’imputato, in tutto o in parte, le attività a essi inerenti.

2. Qualora si proceda per un delitto contro la pubblica amministrazione, la misura può essere disposta a carico del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio, anche al di fuori dei limiti di pena previsti dall’articolo 287 comma 1. Nel corso delle indagini preliminari, prima di decidere sulla richiesta del pubblico ministero di sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio, il giudice procede all’interrogatorio dell’indagato, con le modalità indicate agli articoli 64 e 65.

3. La misura non si applica agli uffici elettivi ricoperti per diretta investitura popolare.


Giurisprudenza annotata

 

Sospensione dall'esercizio di pubblico ufficiale

Le misure interdittive previste dagli artt. 288, 289 e 290 c.p.p. non possono trovare applicazione al di fuori di reati in cui le qualità soggettive sospese rilevano in modo specifico, quali particolari modalità della condotta criminosa od in funzione del bene giuridico protetto dai singoli reati ai quali si riferiscono le dette disposizioni (Nella specie, in applicazione di tale principio, la suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza di un giudice del riesame che aveva disposto nei confronti di un magistrato indagato del delitto di calunnia, la misura interdittiva della sospensione dall'ufficio, sul presupposto che l'addebitata condotta criminosa era stata resa possibile o quanto meno agevolata dalla qualità di magistrato del ricorrente).

Cassazione penale sez. VI  31 marzo 1991

 

È legittima l'applicazione di una misura cautelare coercitiva a persona che ricopre un ufficio elettivo per diretta investitura popolare, nonostante il divieto previsto dall'art. 289, comma 3, c.p.p., di applicare a tale soggetto la misura interdittiva della sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio; tale disposizione, infatti, non può essere interpretata in termini estensivi, pena la violazione del principio di uguaglianza. (Fattispecie relativa ad ordinanza applicativa della misura degli arresti domiciliari nei confronti di un consigliere regionale). (Rigetta, Trib. lib. Genova, 23/01/2014 )

Cassazione penale sez. VI  15 aprile 2014 n. 20405

 

È illegittima, per violazione del principio di proporzionalità, l'applicazione al pubblico ufficiale, autore di un delitto contro la p.a., della misura cautelare del divieto di dimorare e accedere nel Comune nel quale svolge la propria attività lavorativa, laddove essa sia esclusivamente diretta a fronteggiare il pericolo di reiterazione di reati della stessa specie ed abbia sostanzialmente la funzione di vietarne l'ingresso in alcuni specifici edifici ovvero di impedire l'esercizio di funzioni pubblicistiche, trattandosi di finalità cautelare al cui soddisfacimento è già preordinata, se applicabile, la misura interdittiva prevista dall'art. 289 c.p.p.

Cassazione penale sez. VI  05 marzo 2014 n. 13093  

 

È legittima l'applicazione a persona che ricopre un ufficio elettivo per diretta investitura popolare (nella specie, sindaco di un comune) della misura cautelare del divieto di dimora, anche se la stessa produce di fatto effetti assimilabili alla misura interdittiva della sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio, vietata dall'art. 289, comma 3, c.p.p., perché questa disposizione non può essere interpretata in termini estensivi, pena la violazione del principio di uguaglianza.

Cassazione penale sez. VI  22 ottobre 2013 n. 44896  

 

È illegittima, per violazione del principio di proporzionalità, l'applicazione al pubblico ufficiale autore di delitti contro la p.a. della misura cautelare del divieto di dimorare ed accedere nel comune nel quale svolge la propria attività lavorativa, laddove essa sia esclusivamente diretta a fronteggiare il pericolo di reiterazione di reati della stessa specie ed abbia la funzione di vietarne l'ingresso in alcuni specifici edifici, trattandosi di finalità cautelare al cui soddisfacimento sono già preordinate le misure interdittive previste dagli art. 289 e 290 c.p.p. (Fattispecie relativa a misura adottata per reati commessi dal dipendente di un'Asl all'interno dei locali di questa). Annulla in parte con rinvio, Trib. Venezia, 31/10/2012

Cassazione penale sez. VI  11 febbraio 2013 n. 11806

 

È illegittimo il provvedimento che, per fronteggiare il pericolo di recidiva, applichi la misura del divieto di accesso dell'indagato in alcuni specifici edifici ove egli svolga attività lavorativa pubblica, trattandosi di finalità al cui soddisfacimento sono preordinate le disposizioni dettate in materia di misure interdittive previste dagli art. 289 o 290 c.p.p., che stabiliscono rispettivamente la sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio ovvero il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali, astrattamente applicabili nella specie, inerente a condotte addebitate ad un medico in servizio presso ente pubblico.

Cassazione penale sez. VI  11 febbraio 2013 n. 11806  

 

In tema di misure interdittive, il tribunale della libertà, chiamato a pronunciarsi sull'impugnazione proposta dal p.m. contro l'ordinanza reiettiva del g.i.p. della misura della sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio, non è tenuto a procedere all'interrogatorio dell'indagato, richiesto dall'art. 289, comma 2, c.p.p., per l'applicazione della misura richiesta, in quanto, ove l'indagato intenda difendersi, può comparire all'udienza fissata per la trattazione del gravame e chiedere di essere ammesso all'interrogatorio, non essendo tuttavia necessario che nell'avviso di udienza sia specificata tale possibilità.

Cassazione penale sez. VI  12 giugno 2012 n. 25195  

 

In tema di misure cautelari personali, il parametro della concretezza del pericolo di reiterazione di reati della stessa indole non può essere affidato ad elementi meramente congetturali ed astratti, ma a dati di fatto oggettivi ed indicativi delle inclinazioni comportamentali e della personalità dell'indagato, tali da consentire di affermare che quest'ultimo possa facilmente, verificandosene l'occasione, commettere detti reati. (Nella specie, la Corte ha annullato l'ordinanza del riesame che aveva emesso la misura interdittiva di cui all'art. 289 cod. proc. pen., individuando il parametro della concretezza sul mero riferimento alla "gravità dei fatti" ed alla "disinvoltura con cui i reati sono stati commessi"). Annulla senza rinvio, Trib. lib. Milano, 03 ottobre 2011

Cassazione penale sez. VI  08 marzo 2012 n. 38763  



 
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