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Codice proc. penale agg.  al  9 Apr 2015
 
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Art. 29 cod. proc. penale: Cessazione del conflitto

1. I conflitti previsti dall’articolo 28 cessano per effetto del provvedimento di uno dei giudici che dichiara, anche di ufficio, la propria competenza o la propria incompetenza.


Giurisprudenza annotata

Cessazione del conflitto

La disciplina dettata dall'art. 97, comma 4, c.p.p. impone, in assenza del difensore di fiducia o di quello di ufficio nominato a norma dei commi 2 e 3, di designare come sostituto «un altro difensore immediatamente reperibile», senza che tale adempimento comporti alcun riferimento alle regole che presiedono alla designazione del difensore di ufficio. D'altra parte, l'ultimo periodo del comma 4 del citato art. 97, prevede che, nel corso del giudizio possa essere nominato come sostituto solo un difensore di ufficio iscritto nell'elenco di cui all'art. 29 delle disposizioni di attuazione c.p.p., non comminando peraltro la nullità per l'ipotesi dell'inosservanza di tale obbligo, sicché, per il principio di tassatività vigente in materia, la nomina come difensore di ufficio di un professionista non inserito in detto elenco non può ritenersi affetta da nullità, perché non incide sull'assistenza tecnica che deve essere assicurata all'interessato.

Cassazione penale sez. VI  02 luglio 2008 n. 39010

 

La sentenza con la quale il giudice ordinario dichiari il proprio difetto di giurisdizione nei riguardi del giudice speciale, in tanto può determinare, ai sensi dell'art. 29 c.p.p., la cessazione di conflitto di giurisdizione, in quanto un conflitto sia concretamente insorto in conseguenza della contemporanea cognizione del medesimo fatto, attribuito alla stessa persona, da parte di entrambi i giudici. (Fattispecie, nella quale il g.i.p. presso il tribunale ordinario aveva disposto, a richiesta del p.m., la fissazione dell'udienza preliminare, aveva fatto notificare all'imputato e alle persone offese il relativo avviso, con la richiesta di rinvio a giudizio del p.m., e comunicare al p.m. e al difensore dell'imputato il medesimo avviso, con l'avvertenza della facoltà di prendere visione degli atti e di presentare memorie e produrre documenti. In tale situazione, la suprema Corte ha ritenuto insussistente il conflitto, sul rilievo che le attività svolte dal g.i.p., rivestendo natura e funzione di atti - di regola dovuti e vincolati - meramente propulsivi del prescritto rito camerale, e perciò neutri, non comportano, di per sè soli e in assenza di altri qualificanti elementi di segno concludente, neppure implicitamente, la presa di cognizione del fatto-reato da parte del g.i.p.).

Cassazione penale sez. I  24 aprile 1996 n. 2639  

 

Il conflitto di competenza cessa, tra l'altro, anche nell'ipotesi in cui la competenza di uno dei giudici sia stata esclusa dalla decisione adottata dalla Corte di cassazione, a norma dell'art. 32 comma 1 c.p.p., nella risoluzione di un diverso conflitto esistente, rispetto allo stesso procedimento, con un terzo giudice. Si produce, in tal caso, una situazione processuale analoga a quella prevista dall'art. 29 c.p.p.

Cassazione penale sez. I  31 ottobre 1995 n. 5476  

 

È abnorme e, dunque, immediatamente ricorribile in cassazione, il provvedimento con il quale il pretore ritenendo, senza peraltro specificarlo, o una diversa qualificazione giuridica del fatto o, comunque, una irritualità nella contestazione, dichiara la nullità del decreto di citazione, ordinando la restituzione degli atti al p.m. Infatti, il pretore, investito del giudizio, qualora ritenga di qualificare giuridicamente in modo diverso il fatto, deve o applicare il disposto dell'art. 29, comma 1 c.p.p., ovvero giudicare nel merito a norma dell'art. 521, comma 1, dello stesso codice. Qualora, poi, si trovi nella impossibilità di decidere a causa di un'ipotesi accusatoria deficitaria o imprecisa, non può, per ciò solo, restituire gli atti al p.m. avendo il legislatore predisposto meccanismi processuali (v. art. 506 e 507 c.p.p.) attraverso i quali possono essere superate situazioni di stallo, stimolando l'iniziativa delle parti così da consentire una compiuta decisione sulla regiudicanda.

Cassazione penale sez. VI  21 gennaio 1993

 

In tema di conflitti, nel caso in cui dal verbale d'interrogatorio assunto da g.i.p. di tribunale, risulti che detto giudice dia lettura all'indagato "dei fatti descritti nell'ordinanza di custodia cautelare, con la precisazione che tali reati sono identificati, sotto il profilo della procedibilità d'ufficio relativa a questo tribunale, fino al capo d).." sicché il medesimo g.i.p. dichiari di ritenersi competente soltanto per alcuni reati indicati dai capi di imputazione con esclusione dunque dei reati di cui agli altri capi che sono oggetto di procedimento penale pendente dinanzi ad altro tribunale, tale dichiarazione determina la cessazione del conflitto sorto in conseguenza della contemporanea cognizione dei g.i.p. dei due tribunali, in quanto la dichiarazione stessa è sufficiente a costituire il provvedimento di cui all'art. 29 c.p.p., per la pronuncia del quale non è necessaria l'osservanza di particolari formalità, come prevede il dettato dell'art. 125 n. 1 e 6 stesso codice, non essendo dalla legge stabilita una forma (Nella specie la S.C. ha dichiarato insussistente il conflitto alla data della denuncia (24 maggio 1991), perché cessato alla data dell'interrogatorio (18 marzo 1991)).

Cassazione penale sez. I  17 ottobre 1991

 

Il giudice di appello, che ha rimesso alla Corte di cassazione ricorsi di imputati non più convertibili in appello ai sensi dell'art. 580 c.p.p. del 1988 per inammissibilità per causa originaria degli appelli che esercitavano l'attrazione, può dichiarare la sua competenza a revocare il precedente provvedimento, nel quadro normativo dell'art. 29 c.p.p. del 1988 (fattispecie in cui, a seguito della sentenza della Corte costituzionale 11-23 luglio 1991 n. 363, dichiarativa dell'illegittimità costituzionale dell'art. 443 comma 2 c.p.p. del 1988 in materia di giudizio abbreviato "nella parte in cui stabilisce che l'imputato non può proporre appello contro le sentenze di condanna ad una pena che comunque non deve essere eseguita", i relativi ricorsi valgono come appelli.

Corte assise appello Caltanissetta  30 settembre 1991



 
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