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Codice proc. penale agg.  al  7 Mag 2015
 
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Art. 290 cod. proc. penale: Divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali

1. Con il provvedimento che dispone il divieto di esercitare determinate professioni, imprese o uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, il giudice interdice temporaneamente all’imputato, in tutto o in parte, le attività a essi inerenti.

2. Qualora si proceda per un delitto contro l’incolumità pubblica o contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio ovvero per alcuno dei delitti previsti dalle disposizioni penali in materia di società e di consorzi o dagli articoli 353, 355, 373, 380 e 381 del codice penale, la misura può essere disposta anche al di fuori dei limiti di pena previsti dall’articolo 287 comma 1.


Giurisprudenza annotata

Divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali

In tema di misure cautelari interdittive, se l'abuso si è realizzato nell'ambito dello svolgimento di funzioni pubbliche, ormai cessate, non può essere interdetto l'esercizio privato della professione di commercialista, non potendosi "esportare" il rischio di reiterazione di fatti illeciti, del tipo di quelli commessi nell'ambito delle funzioni pubbliche, alla attività professionale ordinaria del tutto autonoma. (Nella specie si procedeva nei confronti dell'imputato - di professione commercialista - per i reati di peculato e di falso, assumendosi che questi, nella sua qualità di tesoriere di un gruppo consiliare, si era appropriato, distogliendoli dalla prescritta finalità istituzionale, dei contributi regionali erogati per il funzionamento e l'attività politica del gruppo consiliare di appartenenza: la Corte, non essendo in contestazione il quadro "indiziario", ha peraltro annullato senza rinvio la misura cautelare interdittiva della sospensione dall'esercizio della professione di commercialista, applicata evocando il rischio della recidiva, sul rilievo assorbente che nessun rischio concreto di recidiva poteva ragionevolmente fondarsi - anche in ragione della cessazione dello svolgimento delle attività che avevano dato l'occasione della commissione dei reati - in relazione all'attività professionale "ordinaria" dell'indagato).

Cassazione penale sez. VI  16 aprile 2014 n. 18770  

 

È illegittima, per violazione del principio di proporzionalità, l'applicazione al pubblico ufficiale autore di delitti contro la p.a. della misura cautelare del divieto di dimorare ed accedere nel comune nel quale svolge la propria attività lavorativa, laddove essa sia esclusivamente diretta a fronteggiare il pericolo di reiterazione di reati della stessa specie ed abbia la funzione di vietarne l'ingresso in alcuni specifici edifici, trattandosi di finalità cautelare al cui soddisfacimento sono già preordinate le misure interdittive previste dagli art. 289 e 290 c.p.p. (Fattispecie relativa a misura adottata per reati commessi dal dipendente di un'Asl all'interno dei locali di questa). Annulla in parte con rinvio, Trib. Venezia, 31/10/2012

Cassazione penale sez. VI  11 febbraio 2013 n. 11806  

 

In tema di misure cautelari interdittive, se l'abuso si è realizzato nell'ambito dello svolgimento di funzioni pubbliche, ormai cessate, non può essere interdetto l'esercizio privato della professione di commercialista, non potendosi "esportare" il rischio di reiterazione di fatti illeciti, del tipo di quelli commessi nell'ambito delle funzioni pubbliche, alla attività professionale ordinaria del tutto autonoma. (Nella specie si procedeva nei confronti dell'imputato - di professione commercialista - per i reati di peculato e di falso, assumendosi che questi, nella sua qualità di tesoriere di un gruppo consiliare, si era appropriato, distogliendoli dalla prescritta finalità istituzionale, dei contributi regionali erogati per il funzionamento e l'attività politica del gruppo consiliare di appartenenza: la Corte, non essendo in contestazione il quadro "indiziario", ha peraltro annullato senza rinvio la misura cautelare interdittiva della sospensione dall'esercizio della professione di commercialista, applicata evocando il rischio della recidiva, sul rilievo assorbente che nessun rischio concreto di recidiva poteva ragionevolmente fondarsi - anche in ragione della cessazione dello svolgimento delle attività che avevano dato l'occasione della commissione dei reati - in relazione all'attività professionale "ordinaria" dell'indagato).

Cassazione penale sez. VI  16 aprile 2014 n. 18770  

 

È illegittimo il provvedimento che, per fronteggiare il pericolo di recidiva, applichi la misura del divieto di accesso dell'indagato in alcuni specifici edifici ove egli svolga attività lavorativa pubblica, trattandosi di finalità al cui soddisfacimento sono preordinate le disposizioni dettate in materia di misure interdittive previste dagli art. 289 o 290 c.p.p., che stabiliscono rispettivamente la sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio ovvero il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali, astrattamente applicabili nella specie, inerente a condotte addebitate ad un medico in servizio presso ente pubblico.

Cassazione penale sez. VI  11 febbraio 2013 n. 11806

 

 

In tema di misure cautelari, la prescrizione (art. 283 c.p.p.) di non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi senza l'autorizzazione è preordinata a vietare all'indagato di dimorare in un determinato luogo, inteso come territorio del comune di dimora abituale al fine di assicurare un controllo più efficace nel territorio di una frazione del comune o nel territorio di un comune viciniore. Ne deriva che è illegittimo il provvedimento che applichi la misura di cui all'art. 283 c.p.p. al fine di vietare all'indagato di accedere in alcuni specifici edifici, trattandosi di finalità cui è preordinato l'art. 290 c.p.p. che disciplina il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali e imprenditoriali, inapplicabile nella specie trattandosi dell'attività di dipendente di una società. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha censurato la decisione con cui il tribunale del riesame ha confermato la misura, sostituita alla originaria misura carceraria, del divieto di accesso nei locali del casinò nei confronti di un croupier).

Cassazione penale sez. V  09 marzo 2010 n. 19565

 

In tema di misure cautelari, la prescrizione (art. 283 c.p.p.) di non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi senza l'autorizzazione è preordinata a vietare all'indagato di dimorare in un determinato luogo, inteso come territorio del comune di dimora abituale al fine di assicurare un controllo più efficace nel territorio di una frazione del comune o nel territorio di un comune viciniore. Ne deriva che è illegittimo il provvedimento che applichi la misura di cui all'art. 283 c.p.p. al fine di vietare all'indagato di accedere in alcuni specifici edifici, trattandosi di finalità cui è preordinato l'art. 290 c.p.p. che disciplina il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali e imprenditoriali, inapplicabile nella specie trattandosi dell'attività di dipendente di una società. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha censurato la decisione con cui il tribunale del riesame ha confermato la misura, sostituita alla originaria misura carceraria, del divieto di accesso nei locali del casinò nei confronti di un croupier).

Cassazione penale sez. V  09 marzo 2010 n. 19565  

 

La inabilitazione all'esercizio della professione notarile ex art. 140 l. 16 febbraio 1913, n. 89 ha natura di misura cautelare interdittiva conseguente alla promozione di un procedimento penale, ed è riconducibile alla misura del divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali prevista in via generale dall'art. 290 c.p.p. Ne consegue che anche con riguardo alla suddetta misura è applicabile il limite massimo di durata previsto dall'art. 308, comma 2, c.p.p. Dichiara inammissibile, Trib. lib. Torino, 16 Marzo 2007

Cassazione penale sez. V  31 maggio 2007 n. 28948  

 

In tema di misure cautelari personali interdittive, l'inabilitazione temporanea dall'esercizio della professione notarile ex art. 140 l. 16 febbraio 1913 n. 89, non rientra nella figura della sospensione dell'esercizio di un pubblico ufficio ex art. 289 c.p.p. bensì in quella del divieto temporaneo di determinate attività professionali ai sensi dell'art. 290 c.p.p.; invero, l'attività notarile, pur essendo connotata da aspetti pubblicistici, è qualificabile come professione caratterizzata privatisticamente e svolta dal notaio in piena autonomia nell'ambito di un ordine professionale autogestito. Ne consegue che, per l'applicazione della misura interdittiva del divieto temporaneo di determinate attività professionali, non è richiesto il previo interrogatorio dell'imputato, garanzia che attiene soltanto alla misura prevista dall'art. 289 c.p.p. per il pubblico ufficiale o per l'incaricato di un pubblico servizio. (Nella specie, al notaio veniva contestato il delitto di falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico ex art. 479 c.p., per avere autenticato, come vere ed apposte in sua presenza, firme su contratti di lavoro di cittadini stranieri, contratti utilizzati poi per presentare le domande di sanatoria o di permesso di soggiorno, nonché la fattispecie di cui all'art. 12 comma 5 d.lg. 25 luglio 1998 n. 286 per avere, mediante la condotta sopra descritta, favorito la permanenza dei predetti cittadini stranieri sul territorio dello Stato).

Tribunale Milano  19 febbraio 2001

 

L'inabilitazione temporanea dall'esercizio della professione notarile ex art. 140 l. 16 febbraio 1913 n. 89 non rientra nella figura della sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio ex art. 289 c.p.p., ma in quella del divieto temporaneo di determinate attività professionali ex art. 290 c.p.p., in quanto l'attività notarile, pur presentando connotati pubblicistici, è qualificabile come autonoma professione privata. Ne consegue che per l'applicazione della misura in questione non è richiesto il previo interrogatorio, previsto solo per la sospensione dall'esercizio di pubblico ufficio.

Tribunale Milano  16 febbraio 2001

 

All'inabilitazione all'esercizio delle funzioni notarili ex art. 140 l. 16 febbraio 1913, n. 89 devono essere applicate tutte le norme in materia di misure interdittive previste dal codice di procedura penale. In particolare la norma di cui si tratta deve essere inquadrata sotto la previsione dell'art. 290 c.p.p. e, pertanto, può essere disposta senza il previo interrogatorio dell'indagato (a differenza della sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio).

Cassazione penale sez. VI  07 ottobre 1999 n. 3106  

 

L'inabilitazione all'esercizio delle funzioni notarili, prevista dall'art. 140 l. 16 febbraio 1913 n. 89, pur potendo essere disposta anche dal giudice penale, quando trovi la sua ragion d'essere nella pendenza, a carico del notaio, di un procedimento penale, non è tuttavia assimilabile alle misure interdittive previste dagli art. 289 e 290 c.p.p., avuto riguardo sia alla sua finalità (che è quella della salvaguardia del prestigio e del decoro della funzione notarile), sia alla esclusiva competenza del tribunale civile in materia di eventuale applicazione della definitiva sanzione disciplinare della destituzione. Pertanto, nell'ipotesi di inabilitazione disposta dal giudice penale, mentre valgono le norme del codice di procedura penale concernenti le misure cautelari, relativamente alla competenza ed ai mezzi d'impugnazione (nella specie era stata esperita richiesta di riesame), non opera invece l'art. 308 di detto codice, che fissa i termini massimi di durata delle misure interdittive, potendo essere disposta la cessazione dell'inabilitazione soltanto in altra sede, dagli organi a ciò competenti.

Cassazione penale sez. I  23 ottobre 1997 n. 5960  



 
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