codice-proc-penale
Codice proc. penale agg.  al  9 Apr 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 30 cod. proc. penale: Proposizione del conflitto

1. Il giudice che rileva un caso di conflitto pronuncia ordinanza con la quale rimette alla corte di cassazione copia degli atti necessari alla sua risoluzione con l’indicazione delle parti e dei difensori.

2. Il conflitto può essere denunciato dal pubblico ministero presso uno dei giudici in conflitto ovvero dalle parti private. La denuncia è presentata nella cancelleria di uno dei giudici in conflitto, con dichiarazione scritta e motivata alla quale è unita la documentazione necessaria. Il giudice trasmette immediatamente alla corte di cassazione la denuncia e la documentazione nonché copia degli atti necessari alla risoluzione del conflitto, con l’indicazione delle parti e dei difensori e con eventuali osservazioni.

3. L’ordinanza e la denuncia previste dai commi 1 e 2 non hanno effetto sospensivo sui procedimenti in corso.


Giurisprudenza annotata

Proposizione del conflitto

In tema di conflitto di competenza, sussiste per il giudice l'obbligo dell'immediata trasmissione degli atti alla Corte di Cassazione ai sensi dell'art. 30, comma secondo cod. proc. pen. soltanto qualora l'atto di parte rappresenti una situazione astrattamente configurabile come corrispondente alla previsione di cui all'art. 28 cod. proc. pen. e, cioè, ove vi siano due o più giudici che contemporaneamente prendono o rifiutano di prendere cognizione del medesimo fatto attribuito alla medesima persona, condizione che non si verifica quando la parte non denunci alcun conflitto ma si limiti a sollecitare il giudice a sollevarlo contestando la competenza di altro organo giudicante.(Fattispecie nella quale la Corte ha ritenuto configurare una mera sollecitazione di parte alla proposizione del conflitto il provvedimento emesso dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Modena - al quale gli atti erano stati trasmessi a seguito della sentenza di incompetenza pronunciata dal giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Reggio Emilia - impropriamente denominato "denuncia di conflitto"). Dichiara competenza

Cassazione penale sez. I  11 gennaio 2013 n. 4092  

 

Mentre l'art. 291, comma 2, c.p.p., consente al giudice incompetente di applicare misure cautelari ove ricorrano motivi di urgenza, nessuna norma (ad eccezione dell'art. 390 c.p.p., per l'ipotesi di convalida dell'arresto o del fermo; e dell'art. 30 c.p.p. per l'ipotesi di conflitto) consente al giudice dell'udienza preliminare, dichiaratosi incompetente, di provvedere contestualmente alla revoca delle misure "de libertate" in atto.

Ufficio Indagini preliminari Brescia  31 gennaio 2005

 

In tanto sussiste per il giudice l'obbligo della immediata trasmissione degli atti alla Corte di cassazione, ai sensi dell'art. 30 comma 2 c.p.p., in quanto il contenuto dell'atto di parte, da questa qualificato come denuncia o sollecitazione, corrisponda esattamente alle previsioni di cui all'art. 28 c.p.p., nel senso che, in base a quanto in esso rappresentato, sia astrattamente configurabile una situazione in cui vi siano due o più giudici che, contemporaneamente prendono o rifiutano di prendere cognizione del medesimo fatto attribuito alla medesima persona; tale condizione non può dirsi verificata e l'adempimento anzidetto non deve quindi aver luogo quando la parte non denunci, di fatto, alcun conflitto, ma si limiti a sollecitare il giudice affinché crei esso la situazione potenziale di conflitto, declinando la propria competenza. In questo caso, infatti, il giudice, se ritiene di aderire a questa sollecitazione, sarà egli stesso a rilevare la situazione di conflitto ai sensi dell'art. 30 comma 1 c.p.p.; se, viceversa, non ritiene di accogliere la sollecitazione, l'atto di parte dovrà essere considerato alla stregua di una comune eccezione di incompetenza.

Ufficio Indagini preliminari Milano  14 ottobre 1999

 

La possibilità di estendere l'applicabilità delle norme sui conflitti anche nei casi analoghi a quelli previsti dal comma 1 art. 28 c.p.p. sembra prescindere dalla formale investitura, ove si ravvisi nella fattispecie un contrasto tra giudici da cui derivi una condizione di stasi o di blocco dell'attività processuale direttamente ricollegabile al dissenso insorto tra due organi giurisdizionali in ordine alla competenza ad emettere provvedimenti necessari allo sviluppo del rapporto processuale. In aderenza a quanto sopra, l'emissione dell'ordinanza ex art. 22 c.p.p. (prevista nel corso delle indagini preliminari) deve collegarsi con la ordinanza prevista dall'art. 30 comma 1 c.p.p., in tema di proposizione del conflitto di competenza.

Ufficio Indagini preliminari Milano  14 ottobre 1999

 

La pendenza di un processo amministrativo avente ad oggetto l'impugnazione del verbale di prescrizione ex art. 20 d.lg. n. 758 del 1994, nell'ambito del quale sia stata emessa ordinanza sospensiva dell'atto impugnato, e di un processo penale avente ad oggetto la contestazione delle contravvenzioni antinfortunistiche accertate dal medesimo verbale, integra l'ipotesi di conflitto positivo di giurisdizione. La sussistenza di tale conflitto impone al giudice penale la pronuncia dell'ordinanza di cui all'art. 30 comma 1 c.p.p., con la conseguente trasmissione degli atti alla Corte di cassazione. (Nel caso di specie, il giudicante, pur rilevando che il giudizio di impugnazione avanti il Tar era stato proposto da un soggetto giuridico diverso dall'imputato, cioè dal legale rappresentante della società, sottolineava come l'ordinanza di sospensiva pronunciata dal Tar incidesse direttamente sul diritto di difesa dell'imputato, con specifico riferimento all'interesse dello stesso di addivenire all'estinzione mediante oblazione, facoltà quest'ultima totalmente inibita dalla citata pronuncia, con conseguente compromissione della posizione processuale del medesimo).

Tribunale Milano  12 ottobre 1999

 

Nelle previsioni tassative delle cause di sospensione del procedimento il nuovo codice di procedura penale non qualifica come tale la proposizione e la denuncia di un conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato; l'art. 30 c.p.p., che disciplina le modalità di proposizione dei conflitti di competenza e di giurisdizione, prevede espressamente nel comma 3 che l'ordinanza del giudice e la denuncia del p.m. non hanno effetto sospensivo dei procedimenti in corso. La sospensione del procedimento, nell'ipotesi di conflitto di attribuzione, è invece prevista dal combinato disposto degli art. 37, 23, 25 e 26 l. 11 marzo 1953 n. 87 che subordina, tuttavia, la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale e la sospensione del giudizio in corso alla preliminare e incidentale valutazione del giudice in ordine alla fondatezza dell'eccezione.

Pretura Milano  16 aprile 1998

 

In tema di conflitti di competenza, in tanto sussiste per il giudice l'obbligo dell'immediata trasmissione degli atti alla Corte di cassazione, ai sensi dell'art. 30 comma 2 c.p.p., in quanto il contenuto dell'atto di parte, da questa qualificato come denuncia o "sollecitazione" di conflitto, corrisponda esattamente alle previsioni di cui all'art. 28 c.p.p., nel senso che, in base a quanto in esso rappresentato (indipendentemente dalla fondatezza o meno), sia astrattamente configurabile una situazione in cui vi siano due o più giudici che contemporaneamente prendono o rifiutano di prendere cognizione del medesimo fatto attribuito alla medesima persona; tale condizione non può dirsi verificata e l'adempimento anzidetto non deve quindi avere luogo quando la parte non denunci di fatto alcun conflitto, ma si limiti a sollecitare il giudice affinché crei esso la situazione potenziale di conflitto, declinando la propria competenza: in tal caso il giudice, ove non ritenga di aderire a tale sollecitazione, deve considerare l'atto alla stregua di una comune eccezione di incompetenza, ovvero di una generica richiesta formulata ai sensi dell'art. 121 c.p.p., e provvedere di conseguenza.

Cassazione penale sez. VI  04 luglio 1996 n. 2630  

 

In presenza di un atto di parte, da questa qualificato come denuncia di conflitto, il giudice è tenuto a disporne l'immediata trasmissione alla Corte di cassazione, ai sensi dell'art. 30 comma 2 c.p.p., solo in quanto il contenuto dell'atto anzidetto corrisponda esattamente alle previsioni di cui all'art. 28 c.p.p., nel senso che, in base a quanto in esso rappresentato (indipendentemente dalla fondatezza o meno), sia astrattamente configurabile una situazione in cui, secondo la parte, vi siano due o più giudici che contemporaneamente prendono o ricusano di prendere cognizione del medesimo fatto attribuito alla medesima persona. Tale condizione non si verifica, e l'adempimento anzidetto non deve, quindi, aver luogo, quando la parte non denunci, di fatto, alcun conflitto, ma si limiti a sollecitare il giudice affinché crei esso la situazione di conflitto, contestando la competenza attribuitagli da altro giudice. In tal caso il giudice, ove non ritenga di aderire a tale sollecitazione (nel qual caso risulterà applicabile il comma 1 e non il comma 2 dell'art. 30 c.p.p.), dovrà considerare l'atto di parte alla stregua di una comune eccezione di incompetenza ovvero di una generica richiesta, formulata ai sensi dell'art. 121 c.p.p., provvedendo, quindi, di conseguenza.

Cassazione penale sez. I  11 novembre 1993

 

Non è fondata la questione di legittimità dell'art. 30, comma 3 c.p.p., sollevata in riferimento agli art. 2, 3, 76, 77, 85, 97 e 103, comma 3 cost. Infatti, è del tutto ragionevole che il legislatore abbia escluso l'effetto sospensivo per evitare che le denunce di conflitto manifestamente inesistenti e pretestuose si traducano in uno strumento per paralizzare temporaneamente le sorti del processo e possano incidere sui termini di custodia cautelare e di prescrizione, anche se il fatto che nelle more l'imputato sia costretto a difendersi per lo stesso fatto innanzi a più giudici configura un inconveniente non trascurabile, per cui è auspicabile un intervento legislativo volto ad approntare una disciplina idonea a contemperare in modo diverso gli interessi in gioco.

Corte Costituzionale  16 febbraio 1993 n. 59  

 

Non è fondata la questione di legittimità dell'art. 30 comma 3 c.p.p., sollevata in riferimento agli artt. 2, 3, 25, 76, 77 e 103 comma 3 Cost., laddove prevede che la denuncia del conflitto di giurisdizione e la conseguente ordinanza non hanno effetto sospensivo sui procedimenti in corso.

Corte Costituzionale  16 febbraio 1993 n. 59  



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti