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Codice proc. penale agg.  al  5 Mag 2015
 
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Art. 306 cod. proc. penale: Provvedimenti conseguenti alla estinzione delle misure

1. Nei casi in cui la custodia cautelare perde efficacia secondo le norme del presente titolo, il giudice dispone con ordinanza l’immediata liberazione della persona sottoposta alla misura.

2. Nei casi di perdita di efficacia di altre misure cautelari, il giudice adotta con ordinanza i provvedimenti necessari per la immediata cessazione delle misure medesime.


Giurisprudenza annotata

Provvedimenti conseguenti alla estinzione delle misure

In tema di interrogatorio di soggetto in stato di custodia cautelare, non risponde al criterio previsto dall'art. 294 comma 4 c.p.p. e, quindi, non è tempestivo l'avviso dato al difensore di fiducia residente a Bologna per telefono e successivamente via fax un'ora prima dell'interrogatorio da espletarsi presso la casa circondariale di Modena, a circa trenta chilometri di distanza dal luogo di provenienza, in quanto l'art. 294 comma 4 succitato, pur non indicando termini tassativi per l'avviso al difensore, ne richiede, tuttavia, la tempestività preordinata ad assicurare al difensore la possibilità di essere presente allo svolgimento dell'atto e di potere svolgere un'adeguata assistenza difensiva. Ne deriva che, in tal caso, l'intempestività dell'avviso determina la nullità dell'interrogatorio, con le conseguenze stabilite dagli art. 302 e 306 c.p.p. (estinzione della misura e immediata liberazione del soggetto sottoposto ad essa).

Cassazione penale sez. I  11 ottobre 2005 n. 38611

 

Il potere-dovere del g.i.p. di adottare di ufficio i provvedimenti previsti dall'art. 306 c.p.p. presuppone che egli sia già investito del procedimento per l'esercizio di uno dei poteri appartenenti alla sua competenza funzionale, onde non sussiste quando egli non abbia la disponibilità di atti delle indagini preliminari. In tale ultima ipotesi non può assurgere a responsabilità disciplinare del magistrato l'aver trascurato il controllo di uno scadenzario cartaceo opzionalmente predisposto quale sistema di allarme, percepibile e consultabile, relativamente alla consumazione dei termini delle misure cautelari.

Cassazione civile sez. un.  24 giugno 2005 n. 13557  

 

L'informazione di cui all'art. 369 bis c.p.p. integra adempimento prodromico all'interrogatorio che è suscettibile, se viziato od omesso, di comportare la nullità di tale incombente processuale. Ne consegue che ogni eventuale censura a esso relativa - ad esempio, la mancata traduzione dell'atto nella lingua dell'indagato che non parla e comprende l'italiano - a prescindere dalla sua fondatezza, non può essere dedotta in sede di giudizio di riesame de libertate, atteso che tale gravame attiene ai soli vizi genetici del titolo custodiale. Ne consegue che la relativa questione deve essere, se del caso, sottoposta al vaglio del giudice a quo ai sensi dell'art. 306 c.p.p. che decide con ordinanza appellabile a mente dell'art. 310 c.p.p.

Tribunale Milano sez. XI  10 giugno 2005

 

Esulano dall'ambito del giudizio di riesame tutte le questioni che pertengono a vizi non originari del titolo custodiale, quali l'inefficacia sopravvenuta dell'ordinanza coercitiva per omesso interrogatorio ai sensi dell'art. 294 c.p.p. (cui va assimilato il caso di interrogatorio di convalida viziato), così come la scadenza dei termini di custodia cautelare in relazione ad asserita contestazione a catena. Dette questioni vanno proposte al g.i.p. con istanza di scarcerazione ex art. 306 c.p.p. e, successivamente, ove occorra, con appello ex art. 310 dello stesso codice avverso i provvedimenti recettivi.

Tribunale Milano sez. XI  10 giugno 2005

 

La questione relativa all'applicazione dell'art. 297 comma 3 c.p.p. non è deducibile in sede di riesame ex art. 309 c.p.p., in quanto l'unica conseguenza che può derivare da tale norma è l'eventuale decorrenza dei termini di custodia cautelare per retrodatazione dell'ordinanza impugnata alla prima emessa nei confronti del medesimo indagato. Infatti, mentre il giudizio di riesame è diretto al controllo dei presupposti formali e sostanziali della misura cautelare, onde con esso sono deducibili soltanto i vizi genetici del provvedimento coercitivo, l'esigenza di revocare, dichiarare estinta ovvero inefficace la misura originariamente applicata in modo del tutto legittimo, è tutelata dalle diverse norme di cui agli art. 299, 306 e 307 c.p.p. che prevedono non la rimozione "ab origine" del provvedimento costitutivo della misura, ma l'adozione di un ulteriore provvedimento modificativo da parte del giudice che procede, quest'ultimo eventualmente appellabile ex art. 310 c.p.p. Il solo caso in cui la cognizione del tribunale può estendersi alla valutazione di causa di inefficacia è quello in cui la causa stessa si sia determinata nel procedimento incidentale di impugnazione (inefficacia ex art. 309, comma 5, 9 e 10 c.p.p.).

Tribunale Milano  05 febbraio 2004

 

Il potere-dovere del g.i.p. di adottare d'ufficio i provvedimenti conseguenti alla perdita d'efficacia della custodia cautelare o delle altre misure cautelari, previsti dall'art. 306 c.p.p., presuppone che egli sia già investito del procedimento per l'esercizio di uno dei poteri appartenenti alla sua competenza funzionale, onde non sussiste quando egli non abbia la disponibilità di atti delle indagini preliminari. (Nella specie, un magistrato con funzioni di g.i.p. era stato incolpato di avere omesso per negligenza di disporre l'immediata liberazione di persone sottoposte a misure cautelari custodiali nei casi in cui la custodia aveva perduto efficacia per superamento dei termini massimi; nell'enunciare il principio di cui in massima, le S.U. hanno cassato con rinvio la decisione della sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, la quale, come premessa dell'affermazione di responsabilità del magistrato sottoposto a procedimento disciplinare, aveva affermato il principio opposto).

Cassazione civile sez. un.  12 dicembre 2003 n. 19097  

 

Esula dall'ambito del giudizio di riesame la questione relativa all'inefficacia sopravvenuta dell'ordinanza di custodia cautelare per decorrenza dei termini di fase in relazione ad asserita contestazione a catena, in quanto tale vizio processuale non intacca l'intrinseca legittimità dell'ordinanza, ma agisce sul piano dell'efficacia della misura cautelare. Tale questione va pertanto proposta al g.i.p. con istanza di scarcerazione ex art. 306 c.p.p. e successivamente, ove occorra, con appello ex art. 310 c.p.p. avverso il provvedimento reiettivo del giudice.

Cassazione penale sez. VI  22 maggio 2003 n. 31497  



 
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