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Codice proc. penale agg.  al  5 Mag 2015
 
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Art. 323 cod. proc. penale: Perdita di efficacia del sequestro preventivo

1. Con la sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere, ancorché soggetta a impugnazione, il giudice ordina che le cose sequestrate siano restituite a chi ne abbia diritto, quando non deve disporre la confisca a norma dell’articolo 240 del codice penale. Il provvedimento è immediatamente esecutivo.

2. Quando esistono più esemplari identici della cosa sequestrata e questa presenta interesse a fini di prova, il giudice, anche dopo la sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere impugnata dal pubblico ministero, ordina che sia mantenuto il sequestro di un solo esemplare e dispone la restituzione degli altri esemplari.

3. Se è pronunciata sentenza di condanna, gli effetti del sequestro permangono quando è stata disposta la confisca delle cose sequestrate.

4. La restituzione non è ordinata se il giudice dispone, a richiesta del pubblico ministero o della parte civile, che sulle cose appartenenti all’imputato o al responsabile civile sia mantenuto il sequestro a garanzia dei crediti indicati nell’articolo 316.


Giurisprudenza annotata

Perdita di efficacia del sequestro preventivo

Avverso il provvedimento di dissequestro e restituzione dei beni sottoposti a sequestro preventivo, adottato dopo l'emissione di una sentenza di proscioglimento, non è esperibile il ricorso per cassazione bensì l'appello al tribunale del riesame, che è rimedio di carattere generale per tutti i provvedimenti, diversi da quello impositivo della misura. (Nella specie, relativa ad ordinanza emessa durante la pendenza del giudizio d'appello dal tribunale che aveva assolto gli imputati, la S.C. ha qualificato il ricorso per cassazione come appello ex art. 322 bis c.p.p., precisando che competente ad adottare il provvedimento di restituzione e dissequestro, nel caso di sentenza di proscioglimento è, ai sensi dell'art. 323 c.p.p., il giudice che l'ha emessa anche se non abbia più la disponibilità del fascicolo processuale). (Qualifica appello il ricorso, Trib. Chieti, 22/05/2014 )

Cassazione penale sez. VI  07 gennaio 2015 n. 2337

 

È da escludere la configurabilità del reato di cui all'art. 334 c.p. nel caso in cui taluna delle condotte ivi indicate abbia avuto ad oggetto un bene da considerare non più sottoposto a sequestro per effetto dell'intervenuta revoca del medesimo con provvedimento giudiziario, nulla rilevando che tale provvedimento non sia stato ancora eseguito né che esso sia stato adottato a seguito di archiviazione e non (come previsto dall'art. 323 c.p.p.) della pronuncia di sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere.

Cassazione penale sez. VI  03 giugno 2014 n. 36405  

 

In tema di sequestro preventivo, la pronuncia di sentenza di proscioglimento nei confronti del titolare formale del bene sottoposto a vincolo non determina, ex art. 323 c.p.p., la revoca della misura cautelare reale e la automatica restituzione della cosa qualora sia possibile la condanna con conseguente confisca nei confronti del titolare effettivo del bene medesimo. (Fattispecie in cui il titolare formale del bene era stato assolto "perché il fatto non costituisce reato" dall'accusa di riciclaggio, ma pendeva separato procedimento a carico di chi si assumeva essere proprietario effettivo del bene con possibilità di disporre la confisca a norma dell'art. 12 sexies d.l. 8 giugno 1992 n. 306). (Rigetta, Trib. lib. Roma, 05/11/2013 )

Cassazione penale sez. II  01 aprile 2014 n. 18053  

 

Pronunciata sentenza di proscioglimento per intervenuta estinzione del reato edilizio di cui all'art. 44 lett. b) D.P.R. n. 380/2001 (lavori edili senza il permesso di costruire), l'immobile abusivo di proprietà dell'imputato deve essere dissequestrato e restituito; l'art. 323, comma 1, c.p.p. prevede, infatti, che con la sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere, ancorché soggetta a impugnazione, il giudice ordina che le cose sottoposte a sequestro preventivo siano restituite a chi ne abbia diritto, quando non deve esserne disposta la confisca obbligatoria. A norma dell'art. 676, comma 1, cod. proc. pen., provvede il giudice dell'esecuzione laddove non vi abbia provveduto il giudice della cognizione.

Cassazione penale sez. VI  31 ottobre 2013 n. 44638  

 

L’art. 323, comma 1, c.p.p. prevede che in caso di sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere ancorché soggetta ad impugnazione, il giudice ordina che le cose sequestrate siano restituite all’avente diritto quando non se ne deve disporre, a norma dell’ art. 240 c.p., la confisca e il provvedimento è immediatamente esecutivo; in materia di violazione edilizia, l'immobile abusivo, pur essendo corpo del reato, non è un bene confiscabile a causa dei concorrenti poteri riservati dalla legislazione all'autorità amministrativa. Pertanto il bene confiscato deve essere restituito all’avente diritto che va individuato in base ai provvedimenti amministrativi emessi; in caso positivo qualora sia accertata l'inottemperanza nel termine di legge all’ingiunzione comunale di demolizione e quindi dopo che si è verificato l'effetto ablativo a favore dell'ente, la restituzione deve essere disposta a favore dell'ente comunale e non del privato responsabile.

Tribunale Napoli  24 settembre 2012 n. 10772  

 

In tema di confisca, dovendosi ritenere che questa, salvo quanto previsto da leggi speciali, presupponga sempre la pronuncia di una sentenza di condanna, con la sola eccezione del caso previsto dal comma 2 n. 2, dell'art. 240 c.p., deve escludersi che con la sentenza dichiarativa dell'estinzione del reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640 bis c.p.), possa disporsi la confisca delle cose sequestrate all'imputato, non potendosi in contrario far leva sul disposto di cui all'art. 323, comma 1, c.p.p., il quale, nell'escludere che, in caso di sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere, vada ordinata la restituzione delle cose in sequestro all'avente diritto, quando il giudice "deve" disporne la confisca, si riferisce appunto ai soli casi di confisca obbligatoria che prescindano da una sentenza di condanna.

Cassazione penale sez. II  07 dicembre 2011 n. 505  

 

In tema di sequestro preventivo, il comma 4 dell'art. 323 c.p.p., secondo cui "la restituzione non è ordinata se il giudice dispone, a richiesta del p.m. o della parte civile, che sulle cose appartenenti all'imputato o al responsabile civile sia mantenuto il sequestro a garanzia dei crediti indicati nell'art. 316", va interpretata nel senso che il sequestro disposto a norma dell'art. 321, comma 1, c.p.p. può essere convertito in sequestro conservativo solo in caso di condanna dell'imputato e non anche in caso di proscioglimento, pur quando vi sia richiesta da parte del p.m. o della parte civile, salvo che debba essere ordinata la confisca a norma dell'art. 240 c.p.

Cassazione penale sez. II  08 aprile 2011 n. 16608  

 

Come si evince dal tenore letterale dell'art. 323 c.p.p., il sequestro preventivo penale non priva, di per sé, il proprio destinatario della titolarità del bene sequestrato, quindi delle prerogative di tutela giurisdizionale ad esse correlate.

T.A.R. Napoli (Campania) sez. VIII  10 settembre 2010 n. 17398  

 

L'art. 323 comma 3 c.p.p., nello stabilire che, ove sia pronunciata sentenza di condanna, gli effetti del sequestro preventivo permangono quando è stata disposta la confisca delle cose sequestrate, non lascia per ciò stesso intendere che, per converso, in mancanza di tale condizione, il sequestro preventivo debba essere necessariamente revocato, dovendosi invece ritenere che esso vada comunque mantenuto ove permangano le esigenze cautelari; il che può verificarsi anche nel caso di reati permanenti la cui cessazione sia fatta coincidere con la pronuncia della sentenza di primo grado. (Principio affermato, nella specie, con riguardo ad un reato di abusivismo edilizio).

Cassazione penale sez. III  14 dicembre 2007 n. 6462  

 

La competenza incidentale e cautelare del Tribunale del riesame ha ragione di essere sino a quando un procedimento principale è pendente, cosicché la restituzione di beni sottoposti a sequestro preventivo in relazione ad un soggetto la cui posizione processuale è stata definita con sentenza divenuta irrevocabile non può essere richiesta con lo strumento dell'appello ai sensi dell'art. 322 bis c.p.p. ma è il decidente nel giudizio di merito che, definendo il giudizio - ai sensi dell'art. 323 c.p.p. - o in un momento successivo - ai sensi dell'art. 676 c.p.p. -, è tenuto a provvedere d'ufficio o su istanza.

Tribunale Milano sez. XI  04 febbraio 2007

 

Il sequestro preventivo penale, ex, art. 321 c.p.p., di quote o azioni di una società di capitali, in difetto di contraria indicazione contenuta nel provvedimento che lo dispone, priva i soci dei diritti relativi alle quote o azioni sequestrate, sicché il diritto di intervento e di voto nelle assemblee, anche in ordine all'eventuale nomina e revoca degli amministratori, spetta al custode designato in sede penale: ponendosi quello ora indicato come un effetto naturale della misura cautelare in questione, in rapporto alla sua funzione tipica di evitare che la "libera disponibilità" di una cosa pertinente al reato - e, dunque, nel caso delle azioni o quote sociali, l'esercizio dei diritti e delle facoltà ad esse inerenti, tra cui, anzitutto, i cosiddetti diritti amministrativi (o corporativi) del socio - possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato medesimo, oppure agevolare la commissione di altri reati. L'attribuzione al custode del diritto di voto implica che soltanto a costui sia altresì riservata la legittimazione ad impugnare le deliberazioni assembleari al fine di ottenerne l'annullamento ai sensi dell'art. 2377 c.c., stante la strumentalità del diritto di impugnazione rispetto a quello di voto, quale esplicazione del medesimo inscindibile potere che si esprime nel concorrere alla formazione della volontà assembleare e nel reagire alle eventuali manifestazioni illegittime di detta volontà. Tale conclusione palesemente non si pone in contrasto con gli art. 24 e 111 cost., con gli art. 6 e 17 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e con l'art. II-107 del trattato che adotta la Costituzione europea, sotto il profilo della lesione del diritto di difesa, sia perché il sequestro penale preventivo è posto a garanzia di interessi generali costituzionalmente rilevanti, sì che la temporanea compressione dei diritti del socio da esso derivante corrisponde ad una disciplina che contempera gli opposti interessi dell'indagato e dello Stato all'attuazione della pretesa punitiva; sia perché il diritto di difesa del socio è assicurato su un piano diverso, con la possibilità di impugnare davanti al giudice penale, in sede riesame o di appello, il provvedimento cautelare o di chiedere al medesimo giudice la revisione della portata del sequestro - destinato comunque a perdere efficacia nel caso di sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere (art. 323 c.p.p.) - nonché con la possibilità di agire per far valere l'eventuale responsabilità del custode giudiziario, ove questi abbia male esercitato i poteri-doveri di gestione della partecipazione sociale sequestrata, ed ancora con la legittimazione a reagire direttamente contro le deliberazioni societarie non semplicemente annullabili, ma nulle o giuridicamente inesistenti (e come tali impugnabili da qualunque interessato), ove lesive di un proprio interesse. (Nel caso di specie - cui non era applicabile, "ratione temporis", il nuovo testo dell'art. 2352, ultimo comma, c.c., introdotto dal d.lg. 17 gennaio 2003 n. 6 - l'assemblea di una società per azioni aveva deliberato, con il voto favorevole del custode giudiziario, l'esperimento dell'azione di responsabilità nei confronti dell'amministratore unico, il quale aveva impugnato la deliberazione, unitamente al socio titolare delle azioni sequestrate, deducendo, tra l'altro, la carenza del diritto di voto in capo al custode).

Cassazione civile sez. I  11 novembre 2005 n. 21858



 
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