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Codice proc. penale agg.  al  5 Mag 2015
 
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Art. 326 cod. proc. penale: Finalità delle indagini preliminari

1. Il pubblico ministero e la polizia giudiziaria svolgono, nell’ambito delle rispettive attribuzioni, le indagini necessarie per le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale.


Giurisprudenza annotata

Finalità delle indagini preliminari

Il delitto di rivelazione di segreti di ufficio (previsto dall'art. 326 c.p.) importa, per la sua configurabilità, sotto il profilo materiale, che una notizia destinata a rimanere segreta, sia portata a conoscenza di persona non autorizzata e si configura come reato di pericolo concreto, nel senso che sussiste soltanto se dalla rilevazione del segreto possa derivare un danno alla p.a. o ad un terzo.

Cassazione penale sez. V  12 febbraio 2003 n. 12251  

 

La pendenza di indagini preliminari espletate dal p.m. al fine di promuovere a carico dell'impiegato pubblico l'azione penale a norma dell'art. 326 c.p.p., non integra l'ipotesi di pendenza del processo penale, in quanto l'attività investigativa del p.m. in tale fase preliminare, non ha carattere di attività giurisdizionale, qualificata soltanto dall'intervento del g.i.p. ( Conferma Tar , Lazio, Roma, sez. I, 6 marzo 2001 n. 1771 ).

Consiglio di Stato sez. IV  04 febbraio 2003 n. 554  

 

Il segreto imposto sulle attività d'indagine del p.m. e della polizia giudiziaria è disciplinato dall'art. 329 c.p.p., che si differenzia dalla fattispecie prevista dall'art. 326 c.p.p., in quanto il primo vincolo viene meno - al più tardi - alla chiusura delle indagini preliminari, mentre quello imposto al pubblico ufficiale è - in via di principio - a tempo indeterminato.

Cassazione penale sez. VI  13 gennaio 1999 n. 2183  

 

In assenza di rinvio a giudizio, il potere di sospendere l'impiego salva la possibilità di valutare fatti e comportamenti accessori al di fuori dell'indagine penale in corso, alla stregua di altri strumenti normativi, non può essere esercitato. Infatti nel suo significato essenziale, l'art.91, t.u.10 gennaio 1957, n. 3, nel richiedere, ai fini della sospensione cautelare obbligatoria dal servizio, la sottoposizione del dipendente a procedimento penale, esclude dal proprio ambito le indagini penali condotte dal p.m., da ricondurre, in base all'art.326 c.p.p., nell'ambito di quell'attività investigativa della parte pubblica che è posta in un momento antecedente all'inizio dell'azione penale; in tal senso è significativa la denominazione utilizzata dall'art.91 t.u. cit. che parla di "procedimento proprio per evidenziare la sequenza di atti miranti ad un provvedimento conclusivo, e cioè le determinazioni inerenti l'esercizio dell'azione penale (non anche di un provvedimento di competenza del gip).

T.A.R. (Lazio) sez. II  08 marzo 1996 n. 469  

 

La pendenza di indagini preliminari espletate dal pubblico ministero al fine di promuovere a carico dell'impiegato pubblico l'azione penale a norma dell'art. 326, c.p.p. non integra l'ipotesi di pendenza del processo penale, in quanto l'attività investigativa del pubblico ministero, ancorché da questo siano disposte misure cautelari personali (art. 285, c.p.p.) in tale fase preliminare, non ha carattere di attività giurisdizionale, qualificata soltanto dall'intervento del giudice per le indagini preliminari.

Consiglio di Stato sez. VI  16 gennaio 1996 n. 98  

 

Nell'ipotesi di pendenza di indagini preliminari, di cui agli art. 326 ss., c.p.p., non sussiste a carico dell'impiegato un processo penale che possa fungere da presupposto della sospensione facoltativa disposta dall'amministrazione ai sensi dell'art. 91, t.u. imp. civ. St., dei gravi motivi che, ai sensi del successivo art. 92, possono motivatamente, invece, giustificare la sospensione dell'impiegato dal servizio.

Consiglio di Stato sez. VI  16 gennaio 1996 n. 98  

 

Qualora nel corso delle indagini preliminari (art. 326 c.p.p.) a carico di un pubblico dipendente venga adottata una misura restrittiva della libertà personale, poi revocata, legittimamente l'Amministrazione dispone, ai sensi dell'art. 91. d.P.R. 10 gennaio 1957 n. 3, la sospensione facoltativa dal servizio dello stesso dipendente.

Consiglio di Stato sez. IV  05 giugno 1995 n. 419

 

L'art. 130 disp. att. fa conseguire, "di fatto", una separazione del procedimento, nel senso che una parte di esso, cioè quella rimessa al giudice, passa nella fase processuale in senso proprio, mentre l'altra resta nella fase procedimentale. Si tratta, però, di una scelta operativa in relazione allo sviluppo progressivo delle indagini rimessa all'autonomia e alla discrezionalità del p.m., non soggetta neppure al dovere di enunciare le ragioni che possono averla giustificata, in sintonia con la particolare funzione assegnata alla fase processuale, preordinata allo svolgimento delle "indagini necessarie per le determinazioni inerenti all'esercizio dell'azione penale" (art. 326 c.p.p.). La norma in parola costituisce uno dei cardini del nuovo sistema proiettato alla realizzazione di un generale favor separationis, proteso, quindi, verso l'esigenza di favorire, quando una frazione del procedimento sia ormai pervenuta al punto di consentire l'adozione dell'atto che segna il passaggio dalla fase delle indagini alla fase del processo, quelle scomposizioni di res iudicandae in grado di permettere una pronta decisione. Un'opera che resta affidata all'utilizzazione di moduli che - ovviamente, nel rispetto dei criteri stabiliti dalla legge anche in tema di connessione - appartengono all'esclusivo potere procedimentale del p.m., autorizzato così a verificare quando, in presenza di indagini connesse o collegate, sia necessario - alla stregua dei principi che concernono l'esercizio dell'azione penale - disporre lo stralcio di talune posizioni relative allo stesso imputato ovvero di quelle riguardanti imputati diversi, in modo da non ritardare la presa di contatto con il giudice.

Cassazione penale sez. VI  17 ottobre 1994



 
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