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Codice proc. penale agg.  al  4 Mag 2015
 
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Art. 345 cod. proc. penale: Difetto di una condizione di procedibilità

1. Il provvedimento di archiviazione e la sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere, anche se non più soggetta a impugnazione, con i quali è stata dichiarata la mancanza della querela, della istanza, della richiesta o dell’autorizzazione a procedere, non impediscono l’esercizio dell’azione penale per il medesimo fatto e contro la medesima persona se è in seguito proposta la querela, l’istanza, la richiesta o è concessa l’autorizzazione ovvero se è venuta meno la condizione personale che rendeva necessaria l’autorizzazione.

2. La stessa disposizione si applica quando il giudice accerta la mancanza di una condizione di procedibilità diversa da quelle indicate nel comma 1.


Giurisprudenza annotata

Difetto di una condizione di procedibilità

Il divieto del "ne bis in idem" non è applicabile alla sentenza con la quale sia dichiarato il difetto di una condizione di procedibilità, stante il disposto dell'art. 345 c.p.p. - per il quale la sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere con la quale sia dichiarata la mancanza della querela o di altra condizione di procedibilità non impedisce l'esercizio dell'azione penale per il medesimo fatto contro la medesima persona se in seguito sia proposta querela - richiamato dall'art. 649 c.p.p. (Rigetta, Trib. Livorno, 20/07/2012 )

Cassazione penale sez. V  23 ottobre 2013 n. 4636  

 

Il provvedimento di archiviazione di una notizia di reato non consente (eccettuate le ipotesi di cui all'art. 345 c.p.p.) allo stesso p.m. (riferito al medesimo ufficio) di chiedere, senza che abbia chiesto ed ottenuto la necessaria autorizzazione alla riapertura delle indagini ex art. 414 c.p.p., l'applicazione di una misura cautelare nei confronti della stessa persona e per lo stesso fatto. La pendenza di altro proc. pen. presso lo stesso ufficio di P.M., contro gli stessi soggetti e per gli stessi fatti, impone l'accertamento dell'esistenza di un eventuale provvedimento di archiviazione che, come tale, verrebbe a costituire una preclusione all'emissione di misure cautelari personali.

Tribunale Teramo  19 aprile 2010

 

Il decreto di autorizzazione alla riapertura delle indagini non è necessario, giusta quanto previsto dall'art. 345, comma 1, c.p.p., per il caso di archiviazione per mancanza di querela quando la querela sia successivamente presentata. Tale decreto non è parimenti necessario, sempre nel caso di archiviazione per mancanza di querela, allorquando successivamente si accerti che la querela non è più necessaria, essendo il reato divenuto procedibile d'ufficio per il verificarsi di un evento aggravatore, la cui sopravvenienza, del resto, deve indurre anche a dubitare che ci si trovi al cospetto del medesimo fatto oggetto dell'originaria (e archiviata) "notitia criminis", non foss'altro perché l'evento aggravatore determina un diverso regime di procedibilità. (Nella specie, si è ritenuto non necessario il decreto di riapertura delle indagini in una vicenda relativa al reato di lesioni personali colpose derivanti da infortunio sul lavoro, originariamente fatto oggetto di archiviazione per mancanza di querela, che successivamente era divenuto procedibile d'ufficio per il verificarsi di un evento aggravatore della malattia, tale da avere consentito di ipotizzare il reato di lesioni gravissime, procedibile d'ufficio).

Cassazione penale sez. IV  07 febbraio 2007 n. 12801  

 

Il principio di specialità previsto dall'art. 14 della Convenzione Europea di estradizione configura una condizione di procedibilità nel senso che per fatti diversi da quelli per i quali è stata concessa l'estradizione e commessi prima della consegna è inibito l'esercizio dell'azione penale, salvo che sia sopravvenuta l'estradizione suppletiva disciplinata dagli art. 12 e 14.1 lett. a ovvero si sia verificata una delle cause di estinzione dell'estradizione previste dall'art. 14.1 lett. b della predetta Convenzione, a nulla rilevando che il Pubblico Ministero abbia richiesto un'estensione dell'estradizione per i fatti per cui si procede, essendo solo l'effettiva concessione dell'estradizione suppletiva a consentire l'esercizio dell'azione penale. (Nella fattispecie il Tribunale ha pronunciato sentenza di non doversi procedere ex art. 129 c.p.p. perché l'azione penale non poteva essere proseguita per mancanza del provvedimento di estradizione, riguardando il processo fatti diversi da quelli per i quali l'imputato era stato estradato e non essendo stata concessa ma solo richiesta l'estradizione suppletiva, ferma la riattivazione dell'azione penale ex art. 345 c.p.p. una volta ottenuta l'estradizione e integrata la condizione di procedibilità).

Tribunale Milano sez. VIII  10 febbraio 2006

 

Sono manifestamente infondate le q.l.c.: a) dell'art. 590, comma 5, c.p. in riferimento all'art. 3 cost., nella parte in cui prevede la punibilità a querela del delitto di lesioni colpose, riguardo ai fatti commessi con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale; b) dell'art. 590 c.p., in relazione agli art. 582, comma 1, 583 e 585 dello stesso codice, per contrasto con l'art. 112 cost., nella parte in cui "non prescrive", relativamente ai reati di lesioni colpose commessi con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, "l'obbligatorietà dell'azione penale, anche in assenza di querela, ed in conseguenza di particolare gravità dei danni derivati alla persona"; c) dell'art. 345, comma 1, c.p.p., in relazione all'art. 340 del medesimo codice e all'art. 17, comma 1, d.lg. 28 agosto 2000, n. 274, per contrasto con l'art. 112 cost., nella parte in cui non consente al giudice di procedere d'ufficio anche nei casi in cui il reato risulti improcedibile per difetto di querela. Premesso che la scelta del regime di procedibilità coinvolge la politica legislativa e deve, quindi, rimanere affidata a valutazioni discrezionali del legislatore, presupponendo bilanciamenti di interessi e opzioni di politica criminale spesso assai complessi, sindacabili in sede di giudizio di legittimità solo per vizio di manifesta irrazionalità, la scelta censurata - di prevedere la perseguibilità d'ufficio del delitto di lesioni colpose solo quando si tratti di fatti commessi con violazione di norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale (limitatamente, peraltro, ai casi di lesioni gravi e gravissime), e non anche in rapporto ai fatti commessi con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale - si risolve in un'opzione di politica legislativa che sfugge ad ogni contestazione di legittimità costituzionale, mentre il principio di obbligatorietà dell'azione penale non esclude che l'ordinamento possa prescrivere determinate condizioni per il promovimento o la prosecuzione di essa, tanto più quando tali condizioni siano legate, come la querela, a manifestazioni di volontà della persona offesa, in quanto questo istituto - subordinando l'insorgenza dell'obbligo di esercitare l'azione penale ad un preventivo apprezzamento del titolare dall'interesse leso dal reato, circa l'esigenza che esso fruisca, nel caso concreto, della tutela offerta in sede penale - non trasforma detto esercizio in facoltativo, nè esclude la posizione di assoggettamento del p.m. al principio di legalità processuale.

Corte Costituzionale  23 maggio 2003 n. 178  

 

Una volta che la sentenza di non luogo a procedere emessa a norma dell'art. 425 c.p.p. non sia più soggetta a impugnazione e non ricorra alcuna delle ipotesi previste dalla disposizione eccezionale, e perciò di stretta applicazione, dell'art. 345 c.p.p., che si riferisce al sopravvenire della specifica condizione di procedibilità originariamente mancante, è precluso l'inizio dell'azione penale in ordine al medesimo fatto, sia pur diversamente qualificato, nei confronti della stessa persona. (Nella specie, successivamente a sentenza di non luogo a procedere emessa dal g.u.p. per difetto di querela relativamente a reato di diffamazione a mezzo stampa, il p.m. aveva iniziato azione penale in ordine al medesimo fatto, qualificato come vilipendio delle Forze Armate, per il quale era intervenuta autorizzazione a procedere).

Cassazione penale sez. I  09 maggio 2000 n. 8855  



 
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