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Codice proc. penale agg.  al  4 Mag 2015
 
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Art. 347 cod. proc. penale: Obbligo di riferire la notizia del reato

1. Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria, senza ritardo, riferisce al pubblico ministero, per iscritto, gli elementi essenziali del fatto e gli altri elementi sino ad allora raccolti, indicando le fonti di prova e le attività compiute, delle quali trasmette la relativa documentazione.

2. Comunica, inoltre, quando è possibile, le generalità, il domicilio e quanto altro valga alla identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini, della persona offesa e di coloro che siano in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti.

2-bis. Qualora siano stati compiuti atti per i quali è prevista l’assistenza del difensore della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini, la comunicazione della notizia di reato è trasmessa al più tardi entro quarantotto ore dal compimento dell’atto, salve le disposizioni di legge che prevedono termini particolari.

3. Se si tratta di taluno dei delitti indicati nell’articolo 407, comma 2, lettera a), numeri da 1) a 6) e, in ogni caso, quando sussistono ragioni di urgenza, la comunicazione della notizia di reato è data immediatamente anche in forma orale. Alla comunicazione orale deve seguire senza ritardo quella scritta con le indicazioni e la documentazione previste dai commi 1 e 2.

4. Con la comunicazione, la polizia giudiziaria indica il giorno e l’ora in cui ha acquisito la notizia.


Giurisprudenza annotata

Obbligo di riferire la notizia di reato

L'art. 347 comma 1 c.p.p., nel disciplinare l'obbligo di riferire la notizia del reato, impone agli ufficiali e agli agenti di Polizia Giudiziaria di riferire senza ritardo e per iscritto al p.m. la "notitia criminis" e, in ogni caso, quando sussistono ragioni di urgenza, la comunicazione della notizia di reato è data immediatamente anche in forma orale. La norma è diretta ovviamente ad assicurare lo svolgimento di tutte le attività di acquisizione probatoria entro un arco di tempo ragionevole dal momento in cui l'operatore di Polizia giudiziaria ne viene a conoscenza, scongiurando il rischio di una dispersione di elementi di prova. A tanto deve aggiungersi che, almeno per l'ipotesi ordinaria, le attività informative poste in essere dalla Polizia giudiziaria debbano essere annotate per iscritto, a norma dell'art. 357 c.p.p. per conferire carattere di certezza alle medesime.

T.A.R. Napoli (Campania) sez. VI  07 marzo 2013 n. 1322  

 

Il delitto di omessa denuncia si realizza quando il ritardo della comunicazione della notizia di reato, fondata o meno che essa appaia, non consenta al p.m. qualsiasi iniziativa a lui spettante. (In motivazione la Corte ha escluso che la intervenuta modifica del termine ex art. 347 c.p., da quarantotto ore a "senza ritardo", previsto per riferire al p.m. la notizia di reato, autorizzi il pubblico ufficiale ad una valutazione di fondatezza). Rigetta, App. Trento, 09 dicembre 2009

Cassazione penale sez. V  09 febbraio 2011 n. 14465  

 

Il procedimento per la contestazione delle sanzioni amministrative pecuniarie (art. 200 e 201 e ss.) è differente da quello che consegue all'accertamento delle violazioni costituenti reato, punite con sanzioni penali. In quest'ultimo caso l'art. 220 stabilisce che l'agente od organo accertatore è tenuto, senza ritardo, a dare notizia del reato al p.m., ai sensi dell'art. 347 c.p.p. Il verbale, in tale prospettiva, costituisce un mero atto interno la cui redazione va riferita a una prassi dei corpi di Polizia stradale (individuati dall'art. 12 c. strad.) e non può essere parificato al verbale con il quale si contesta l'illecito amministrativo perché solo quest'ultimo è suscettibile di acquisire efficacia di titolo esecutivo per la sanzione pecuniaria. Nei casi in cui sia riscontrata la violazione degli art. 186 e/o 187 c. strad. e, pertanto, la commissione di un fatto-reato, non potrà applicarsi mai la procedura che il codice della strada riserva agli illeciti amministrativi, stante la competenza funzionale esclusiva del giudice penale. Ne discende che, nelle ipotesi di guida in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di sostanze stupefacenti l'accertamento operato dagli agenti costituirà notizia di reato e, pertanto, atto prodromico all'esercizio dell'azione penale, con le forme e le garanzie previste dal codice di rito.

Giudice di pace Amelia  20 ottobre 2009 n. 149  

 

Ai fini della configurabilità della contravvenzione di cui all'art. 186 c.strad. (d.lg. 30 aprile 1992 n. 285), anche a seguito della novella riformatrice di cui al d.l. 7 agosto 2007 n. 117, conv. in l. 2 ottobre 2007 n. 160, che, sostituendo il comma 2 della suddetta norma incriminatrice, ha solo determinato un differenziato trattamento sanzionatorio a seconda del valore del tasso alcolemico riscontrato, il giudice può pur sempre formare il suo libero convincimento in base a elementi probatori acquisiti diversi dall'esito dell'alcool-test, ai sensi dei principi generali in materia di prova (principio del libero convincimento, assenza di prove legali, necessità che la prova non dipenda dalla discrezionale volontà della parte interessata). Il giudice, quindi, può dimostrare l'esistenza dello stato di ebbrezza, anche in assenza dell'accertamento strumentale, sulla base delle circostanze sintomatiche, desumibili dallo stato del soggetto (alterazione della deambulazione, difficoltà di movimento, eloquio sconnesso, alito vinoso ecc.) e dalla condotta di guida (che i verbalizzanti hanno il compito di indicare nella notizia di reato, ai sensi dell'art. 347 c.p.p.: vedi art. 379, comma 3, del regolamento di esecuzione del codice della strada). Peraltro, la possibilità per il giudice di avvalersi, ai fini dell'affermazione della sussistenza dello stato di ebbrezza, delle sole circostanze sintomatiche riferite dagli agenti accertatori può il più delle volte circoscriversi alla sola fattispecie meno grave, quella di cui al comma 2, lett. a), dell'art. 186, imponendosi per le ipotesi più gravi l'accertamento tecnico del livello effettivo di alcool.

Cassazione penale sez. IV  28 ottobre 2008 n. 43313  

 

L'art. 347 c.p.p., nel disciplinare l'obbligo di riferire la notizia del reato, impone agli ufficiali e agli agenti di polizia giudiziaria - tra i quali vanno annoverati senz'altro gli agenti di polizia penitenziaria - di riferire senza ritardo e per iscritto al pubblico ministero la notitia criminis. La previsione di una informativa di reato da redigere per iscritto mira a cristallizzare il momento di acquisizione della notizia di reato in vista della cura degli ulteriori adempimenti della fase, in funzione di garanzia per le persone sottoposte ad indagini preliminari; la distinta norma che esige la comunicazione della notizia di reato senza ritardo è, invece, diretta ad assicurare lo svolgimento di tutte le attività di acquisizione probatoria entro un arco di tempo ragionevole dal momento in cui l'operatore di polizia giudiziaria ne viene a conoscenza, scongiurando il rischio di una dispersione di elementi di prova.

T.A.R. Lecce (Puglia) sez. I  03 maggio 2008 n. 1259  

 

Ai fini della valutazione di tempestivo adempimento dell'obbligo della polizia giudiziaria di riferire la notizia di reato al p.m., le espressioni adoperate dalla legge - che ci si riferisce alla locuzione "senza ritardo" o all'avverbio "immediatamente", usati, rispettivamente, nei commi primo e terzo dell'art. 347 c.p.p. - pur se non impongono termini precisi e determinati, indicano attività da compiere in un margine ristretto di tempo, e cioè non appena possibile, tenuto conto delle normali esigenze di un ufficio pubblico onerato di un medio carico di lavoro. (Nella specie, relativa a denuncia per ipotesi di tentato omicidio, che andava comunicata immediatamente, la Corte ha ritenuto sussistere il reato di omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale, per avere gli addetti al competente commissariato di polizia, informati oralmente dei fatti dal posto di polizia presso un ospedale, trattenuto la denuncia per oltre un mese, quantunque più volte sollecitati, inoltrandola al p.m. solo dopo che la vittima aveva provveduto a presentarne altra direttamente agli uffici di Procura).

Cassazione penale sez. VI  19 marzo 2007 n. 18457  

 

La localizzazione a distanza di persone e cose rientra nell'ordinaria attività di controllo ed individuazione demandata alla polizia giudiziaria dagli art. 55, 347 e 370 c.p.p., anche attraverso i mezzi di ricerca della prova atipici. Dette attività, seppure effettuate con tecnologie particolarmente avanzate e sofisticate, quale il sistema satellitare g.p.s., non necessitano di autorizzazione da parte dell'autorità giudiziaria con decreto motivato, poiché non si tratta di intercettazioni di comunicazioni (telefoniche od ambientali) tra due o più persone e, perciò, non è necessario rispettare le modalità di cui agli arti. 266 - 271 c.p.p.

Cassazione penale sez. V  27 febbraio 2002 n. 16130



 
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