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Codice proc. penale agg.  al  29 Apr 2015
 
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Art. 412 cod. proc. penale: Avocazione delle indagini preliminari per mancato esercizio dell’azione penale

1. Il procuratore generale presso la corte di appello dispone con decreto motivato l’avocazione delle indagini preliminari se il pubblico ministero non esercita l’azione penale o non richiede l’archiviazione nel termine stabilito dalla legge o prorogato dal giudice. Il procuratore generale svolge le indagini preliminari indispensabili e formula le sue richieste entro trenta giorni dal decreto di avocazione.

2. Il procuratore generale, può altresì disporre l’avocazione a seguito della comunicazione prevista dall’articolo 409 comma 3.


Giurisprudenza annotata

Avocazione delle indagini preliminari per mancato esercizio dell'azione penale

Il decorso del termine per il compimento delle indagini preliminari non determina la decadenza del p.m. dal potere di esercitare l'azione penale, salva l'ipotesi che il procuratore generale abbia esercitato il suo potere di avocazione ai sensi dell'art. 412, comma 1, c.p.p. Dichiara inammissibile, App. Bari, 22 Febbraio 2008

Cassazione penale sez. VI  20 marzo 2009 n. 19833  

 

E’ inammissibile l'impugnazione avanti al Giudice per le indagini preliminari del provvedimento con cui il p.m. trasmette direttamente all'archivio un fascicolo iscritto nel registro delle c.d. “pseudonotizie” di reato (modello 45), in quanto il denunciante non ha poteri di impugnazione se non nel caso di provvedimenti giurisdizionali (non quindi su atti di parte). In tal caso l'operato del p.m. è censurabile unicamente a mezzo di avocazione delle indagini preliminari da parte del procuratore generale ex art. 412 c.p.p. per mancato esercizio dell'azione penale. È infatti discrezionalità del p.m. decidere se iscrivere una denuncia nel registro delle notizie di reato ai sensi dell'art. 335 c.p.p., ovvero nel registro delle cd. “pseudonotizie” sul fondamento normativo dell'art. 109 disp. att. c.p.p. Il p.m. è titolare del “monopolio della domanda” e come tale unico soggetto che può valutare in maniera pienamente discrezionale la sussistenza o meno di una “notitia criminis”, successivamente disponendo l'eventuale trasmissione dal registro modello 45 a quello delle notizie di reato, ovvero esercitando il potere di “cestinazione” (invio diretto all'archivio), senza alcun obbligo in tal caso di presentare al Giudice per le indagini preliminari richiesta di archiviazione. Se il p.m. ritiene comunque di inviare al Giudice per le indagini preliminari un fascicolo iscritto a modello 45, quest'ultimo non può emettere un provvedimento di non luogo a provvedere deducendo l'inesistenza della “notitia criminis” unicamente dall'iscrizione nel registro delle “pseudonotizie”, ma deve prendere in carico il fascicolo decidendo con le forme previste per la richiesta di archiviazione. Viceversa, tale forma di controllo non può essere esercitata su richiesta del denunciante, né la richiesta potrebbe essere interpretata come «impugnazione anticipata» del provvedimento del giudice (eventualmente conforme a quello del p.m.), in quanto mancherebbe il presupposto della richiesta di archiviazione. (Nella fattispecie il giudice, dichiarando inammissibile l'opposizione del difensore dei denuncianti avverso il provvedimento del p.m. di invio diretto all'archivio di atti iscritti a modello 45, del quale i denuncianti avevano richiesto di essere eventualmente avvisati, ha trasmesso per conoscenza il provvedimento alla procura generale per quanto di competenza).

Tribunale Milano  06 giugno 2005

 

L'avocazione delle indagini preliminari da parte del Procuratore generale ai sensi dell'art. 412 c.p.p. conferisce all'organo avocante tutti i poteri spettanti all'ufficio avocato in ordine all'esercizio dell'azione penale. Pertanto, ponendosi la sua eventuale richiesta di rinvio a giudizio quale "contrarius actus" rispetto alla originaria richiesta di archiviazione, è abnorme il provvedimento di archiviazione adottato dal g.i.p. su quest'ultima, che deve ritenersi "tamquam non esset". (Fattispecie in tema di avocazione disposta a seguito di fissazione dell'udienza conseguente ad opposizione della persona offesa alla richiesta di archiviazione).

Cassazione penale sez. VI  10 marzo 2003 n. 19052  

 

In tema di archiviazione, qualora il g.i.p. non accolga la richiesta di archiviazione presentata dal p.m. e provveda a fissare la data della udienza in camera di consiglio ex art. 409 comma 2 c.p.p. omettendo di darne avviso al Procuratore generale, in violazione dell'art. 409 comma 3 c.p.p., detta omissione determina la nullità della successiva ordinanza di archiviazione ex art. 178 comma 1 lett. b), in quanto viene impedita l'iniziativa del Procuratore generale nell'esercizio dell'azione penale con riferimento allo specifico potere di avocazione previsto dall'art. 412 comma 2 c.p.p. e in tale ipotesi il provvedimento di archiviazione è ricorribile per cassazione dal Procuratore generale, il quale è "parte interessata" alla udienza camerale, a norma dell'art. 127 comma 1 c.p.p., con la conseguenza che l'omessa comunicazione integra anche la specifica nullità contemplata dall'art. 127 comma 5 c.p.p., a sua volta richiamato dall'art. 409 comma 6.

Cassazione penale sez. VI  29 maggio 2002 n. 37725  

 

È inammissibile il ricorso per cassazione avverso il decreto con il quale il p.m. disponga la trasmissione in archivio degli atti di un procedimento iscritto nel registro non contenente motivo di reato (cd. modello 45), qualora si assuma la esistenza di una "notizia criminis" o siano state svolte indagini di polizia giudiziaria, trattandosi di atto non impugnabile in quanto emesso da una parte processuale e non annoverabile nella categoria del provvedimento abnorme. In tate ipotesi sarà eventualmente esperibile la procedura di avocazione ex art. 412 c.p.p.

Cassazione penale sez. un.  11 luglio 2001 n. 34536  

 

In tema di avocazione delle indagini preliminari, il procuratore generale può esercitare tale potere in tutti i casi in cui il giudice non accoglie ""de plano"" la richiesta di archiviazione, fissando l'udienza camerale a norma sia dell'art. 409 comma 2 c.p.p. sia dell'art. 410 comma 3 c.p.p. Infatti, anche in caso di fissazione dell'udienza conseguente alla opposizione della persona offesa, il giudice ne deve dare comunicazione al procuratore generale (ex art. 410 comma 3, che richiama l'art. 409 comma 3 c.p.p.); e, in base all'art. 412 comma 2, il procuratore generale può disporre l'avocazione "a seguito della comunicazione prevista dall'art. 409 comma 3". Una volta intervenuta l'avocazione del procedimento, l'ufficio avocante assume tutti i poteri spettanti all'ufficio avocato in ordine all'esercizio dell'azione penale. Ne consegue che è in potere del procuratore generale avocante di revocare la richiesta di archiviazione, il che impedisce al giudice, a pena di abnormità del provvedimento, di decidere sulla originaria richiesta del p.m., superata dal "contrarius actus" dell'ufficio avocante.

Cassazione penale sez. VI  09 marzo 2000 n. 1176  

 

In tema di avocazione delle indagini preliminari, il procuratore generale può esercitare tale potere in tutti i casi in cui il giudice non accoglie "de plano" la richiesta di archiviazione, fissando l'udienza camerale a norma sia dell'art. 409, comma 2, c.p.p. sia dell'art. 410, comma 3, c.p.p. Infatti, anche in caso di fissazione dell'udienza conseguente alla opposizione della persona offesa, il giudice ne deve dare comunicazione al procuratore generale (ex art. 410, comma 3, che richiama l'art. 409, comma 3, c.p.p.); e, in base all'art. 412, comma 2, il procuratore generale può disporre l'avocazione "a seguito della comunicazione prevista dall'art. 409 comma 3". Una volta intervenuta l'avocazione del procedimento, l'ufficio avocante assume tutti i poteri spettanti all'ufficio avocato in ordine all'esercizio dell'azione penale. Ne consegue che è in potere del procuratore generale avocante di revocare la richiesta di archiviazione, il che impedisce al giudice, a pena di abnormità del provvedimento, di decidere sulla originaria richiesta del p.m., superata dal "contrarius actus" dell'ufficio avocante.

Cassazione penale sez. VI  09 marzo 2000 n. 1176  

 

È da considerare abnorme il provvedimento del g.i.p. che nega la restituzione degli atti al procuratore generale che aveva avocato a sè il procedimento ex art. 409 comma 3 c.p.p. e revocato la precedente richiesta di archiviazione da parte del Procuratore della Repubblica. Tale richiesta non preclude al procuratore generale competente l'esercizio della facoltà di avocazione ai sensi dell'art. 412 comma 2 c.p.p., e compete solo a quest'ultimo, ex art. 51 comma 2 c.p.p. l'esercizio dell'azione penale.

Cassazione penale sez. VI  03 febbraio 2000

 

Nel giudizio disciplinare a carico di magistrato, al fine di escludere la nullità dell'incolpazione sotto il profilo della genericità dell'addebito, non può farsi meccanica trasposizione dei criteri elaborati in relazione all'art. 412 del previgente codice di procedura penale in ordine alla nullità dell'imputazione per incertezza assoluta dei fatti che la determinano, atteso che nel detto procedimento è necessario a salvaguardia del diritto di difesa dell'incolpato sopperire alla incompleta tipizzazione normativa delle varie fattispecie di illecito disciplinare con una rigorosa e circostanziata indicazione, nella contestazione dell'addebito della specifica natura della condotta e del profilo sotto cui la stessa viene addebitata in modo che possa essere agevolmente individuato dall'incolpato il particolare ed esatto angolo visuale dal quale la sua condotta dovrà essere vagliata. Ne deriva che la nullità della contestazione e delle accuse mosse all'incolpato per incertezza assoluta sul fatto e per la conseguente violazione del contraddittorio e del diritto di difesa può escludersi solo quando i fatti per i quali è stata ritenuta la responsabilità risultano tutti specificamente e analiticamente descritti nella rispettive contestazioni trascritte nelle premesse sullo svolgimento del processo in guida da non lasciare adito a dubbi sull'esatta consistenza e configurazione dei fatti e delle violazioni addebitate. Siffatta esigenza di analitica specificazione deve inoltre ritenersi particolarmente accentuata quando l'addebito coinvolge l'esame di provvedimenti resi nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali, la censurabilità dei quali sotto il profilo disciplinare, siccome limitata - per il necessario rispetto del principio costituzionale di soggezione del giudice alla legge - ai soli i casi in cui nell'attività interpretativa ed applicativa di norme di diritto si manifestino un difetto di laboriosità ovvero scarsa ponderazione, approssimazione, limitata diligenza, comporta che quando ad un giudice si addebitino violazioni di legge che trovano rimedio fisiologico nel processo, la relativa contestazione non può prescindere dall'indicazione puntuale di elementi (quali ad es. la descrizione particolareggiata della riscontrata violazione; l'incidenza statistica, rispetto al complessivo lavoro dell'interessato, dei provvedimenti che ne sono inficiati; le eventuali reazioni suscitate negli ambienti interessati; gli aspetti temporali dei comportamenti rilevati) che escludono una rilevanza di tali vizi sul solo piano della dialettica processuale e ne implicano invece il valore sintomatico di comportamenti confliggenti con la deontologia professionale. Per contro, fermo il principio della necessaria specificazione degli addebiti, le speciali menzionate cautele che assistono la ascrizione ad illecito disciplinare dell'attività giurisdizionale dell'incolpato non operano con riguardo ad attività attinenti non al modo di esercizio della funzione giurisdizionale ma all'elemento estrinseco della sua distribuzione nell'ambito dell'ufficio. (Nella specie la S.C. enunziando i principi di cui alla massima ha accolto il motivo di ricorso con il quale la decisione era censurata per aver rigettato l'eccezione di nullità, per genericità, dell'addebito di avere "adottato numerosi provvedimenti giurisdizionali sostanzialmente privi di motivazione" senza indicazione di quali e quanti fossero tali provvedimenti e in quale tempo si collocassero, ed ha invece respinto, pur in assenza di particolareggiata indicazione dei singoli atti, analoga censura formulata in riferimento all'addebito, nei confronti di magistrato investito di funzioni di consigliere pretore dirigente, di aver sottoscritto numerosi provvedimenti di archiviazione già predisposti, relativi a procedimenti assegnati ad altro magistrato addetto all'ufficio).

Cassazione civile sez. un.  01 ottobre 1997 n. 9615  



 
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