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Codice proc. penale agg.  al  29 Apr 2015
 
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Art. 418 cod. proc. penale: Fissazione dell’udienza

1. Entro cinque giorni dal deposito della richiesta, il giudice fissa con decreto il giorno, l’ora e il luogo dell’udienza in camera di consiglio, provvedendo a norma dell’articolo 97 quando l’imputato è privo di difensore di fiducia.

2. Tra la data di deposito della richiesta e la data dell’udienza non può intercorrere un termine superiore a trenta giorni.


Giurisprudenza annotata

Fissazione dell'udienza

È abnorme il provedimento con cui il g.i.p. dispone "de plano" la restituzione degli atti al p.m., ritenendo che l'azione penale doveva essere esercitata nelle forme della citazione diretta. A seguito di richiesta di rinvio a giudizio, infatti, il giudice è tenuto, a norma dell'art. 418 c.p.p., a fissare l'udienza in camera di consiglio al fine di provvedere sulla stessa ed è solo l'imputato che, ai sensi dell'art. 419 comma 5 c.p.p., può rinunciare all'udienza preliminare.

Cassazione penale sez. IV  09 dicembre 2009 n. 1556  

 

È manifestamente infondata la q.l.c. del disposto degli art. 418 comma 2 e 419 comma 4 c.p.p., in relazione agli art. 3, 24 e 111 cost. nella parte in cui non prevedono un termine più ampio e corrispondente a quello previsto per l'ipotesi di cui all'art. 552 c.p.p. Le scelte di discrezionalità legislativa che hanno disegnato la fisionomia dell'udienza preliminare non sono censurabili con lo strumento dell'eccezione di legittimità costituzionale; ed anzi i termini più dinamici rispetto a quelli previsti per le fasi predibattimentali sono coerenti con il canone costituzionale di ragionevole durata del processo, anche alla luce del susseguirsi di momenti cognitivi utili alla difesa, quali l'avviso di conclusione delle indagini e gli avvisi ex art. 419 c.p.p.

Ufficio Indagini preliminari Varese  05 aprile 2007

 

E’ manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 418 c.p.p., censurato, in riferimento agli art. 3, 101 comma 2 e 111 comma 2 cost., nella parte in cui detta norma, pur in presenza di una richiesta di rinvio a giudizio formalmente valida – ma, nella specie, inammissibile, giacché “nel caso in esame il p.m. non ha il potere di azione” – “non consente, e dunque preclude, il vaglio di preliminare ammissibilità” della richiesta medesima.

Corte Costituzionale  15 dicembre 2005 n. 452  

 

E’ manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 418 c.p.p., censurato, in riferimento agli art. 3, 101 comma 2 e 111 comma 2 cost., nella parte in cui non prevede – così precludendolo – il “preliminare vaglio di validità, diretta o derivata, della richiesta di rinvio a giudizio”. La scelta legislativa della necessaria fissazione dell'udienza preliminare in esito all'inoltro della richiesta di rinvio a giudizio – ancorché ritenuta nulla o inammissibile –, ispirata dall’intento di valorizzare la garanzia del contraddittorio attraverso la doverosa celebrazione dell'udienza, risulta effettuata dal legislatore nel rispetto del limite della ragionevolezza e del corretto bilanciamento dei valori costituzionali coinvolti, che, lungi dall'implicare elusione del principio di soggezione del giudice solo alla legge, ne risulta concreta espressione, attivando pienamente l'esercizio della funzione giurisdizionale nell'ambito dell'udienza, mentre il meccanismo invocato in via additiva dal rimettente, oltre a non costituire scelta costituzionalmente obbligata, non può ritenersi soluzione destinata a produrre sempre e comunque effetti acceleratori, comportando infatti, in ogni caso, un epilogo regressivo del procedimento.

Corte Costituzionale  15 dicembre 2005 n. 452  

 

È manifestamente infondata, in riferimento agli art. 3 e 111 cost., la q.l.c. dell'art. 409 comma 5 c.p.p., nella parte in cui prevede che il giudice fissi con decreto l'udienza preliminare, osservando in quanto applicabili le disposizioni di cui agli art. 418 e 419 c.p.p. anche nel caso in cui il reato per cui è stata ordinata la formulazione dell'imputazione sia compreso tra quelli per cui si deve procedere con citazione diretta a giudizio ovvero nella parte in cui non prevede che il p.m. debba formulare l'imputazione con citazione diretta a giudizio nel caso in cui l'ordine di formulare l'imputazione riguardi un reato compreso tra quelli per cui si deve procedere con citazione diretta, in quanto il rimettente muove da una erronea premessa interpretativa, giacché, se è pur vero che a seguito della riforma del giudice unico l'assetto normativo preesistente è stato incrinato, peraltro sul piano meramente formale, deve tuttavia ritenersi che il dedotto mancato coordinamento tra l'art. 409 comma 5 c.p.p. e la previsione dei reati a citazione diretta è del tutto privo di conseguenze proprio perché - avuto riguardo alla evoluzione del quadro normativo di riferimento, alla evidente "ratio" della disposizione censurata e tenuto conto che l'art. 549 c.p.p., nel richiamare le norme applicabili al rito monocratico, fa rinvio anche a quelle relative all'archiviazione, prevedendo comunque la clausola di compatibilità - non vi è dubbio che, in ipotesi di "imputazione coatta" riguardante reati per i quali è prevista la citazione diretta, il g.i.p. non debba fare altro che invitare il p.m. formulare l'imputazione con la conseguente emissione del decreto di citazione a giudizio.

Corte Costituzionale  27 marzo 2003 n. 77  

 

È manifestamente inammissibile la q.l.c. degli art. 418 e 419 c.p.p., sollevata in riferimento agli art. 3, 24 e 111 cost., nella parte in cui, nel disciplinare il decreto di fissazione dell'udienza preliminare ed il relativo avviso da notificare all'imputato, non prevedono - a differenza di quanto invece espressamente previsto all'art. 552, comma 1, lett. f), c.p.p., a favore dell'imputato tratto a giudizio mediante decreto di citazione diretta - che all'imputato medesimo sia dato l'avvertimento che, ricorrendone i presupposti, può presentare richiesta di applicazione della pena entro il termine di cui all'art. 421, comma 3, c.p.p., in quanto il rimettente, da un lato, omette di precisare, nella parte dispositiva dell'ordinanza, che l'avvertimento andrebbe previsto a pena di nullità nonché di indicare la ragione per la quale sarebbe ricavabile dal sistema una sanzione di nullità tale da determinare la regressione del procedimento alla fase ormai esaurita dell'udienza preliminare, e, dall'altro, omette di considerare che la nullità per mancato avvertimento, prevista all'art. 552, comma 2, c.p.p., ripropone il contenuto della declaratoria di illegittimità costituzionale del previgente art. 555, comma 2, c.p.p., di cui alla sentenza n. 497 del 1995, nè chiarisce se, nel mutato quadro normativo, quelle stesse ragioni siano riferibili alla disciplina nella quale si vorrebbe introdurre un avviso analogo a quello previsto dall'attuale art. 552, comma 1, lett. f), c.p.p., sicché sussiste il difetto di motivazione circa i requisiti della pregiudizialità e della rilevanza della questione nel giudizio "a quo".

Corte Costituzionale  26 novembre 2002 n. 484  

 

Non è manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 409 comma 5 c.p.p. per contrasto con gli art. 3 e 111 cost., nella parte in cui prevede che il giudice fissi con decreto l'udienza preliminare, osservando in quanto applicabili le disposizioni degli art. 418 e 419 c.p.p. anche nel caso in cui il reato per cui è stata ordinata la formulazione dell'imputazione sia compreso tra quelli per cui si deve procedere con citazione diretta a giudizio ovvero nella parte in cui non prevede che il p.m. debba formulare l'imputazione con citazione diretta a giudizio nel caso in cui l'ordine di formulare l'imputazione riguardi un reato compreso tra quelli per cui si deve procedere con citazione diretta.

Tribunale Milano  10 ottobre 2001

 

Il concetto di violazione del termine di durata ragionevole del processo a norma dell'art. 6 § 1 Conv. Eur. Dir. Uomo può essere assunto con riferimento all'intera durata del procedimento o con riferimento a singole fasi dello stesso. La semplice violazione di termini ordinatori non può di per sè colorare in termini di irragionevolezza il protrarsi del procedimento: tuttavia, la ristrettezza del termine previsto dall'art. 418 comma 1 c.p.p. è indice del fatto che non esistono ragioni di ordine processuale e tecnico che possono portare ad una dilatazione dei tempi tra la richiesta del decreto che dispone il giudizio e la fissazione dell'udienza preliminare. Non può condurre a diverso convincimento la difficile situazione in termini di carico di lavoro e di scopertura di organici: le difficoltà organizzative e il numero delle pendenze non possono infatti valere a giustificare il sacrificio del diritto fondamentale del cittadino alla definizione del giudizio cui è sottoposto in un tempo ragionevole.

Corte appello Brescia  06 giugno 2001

 

Dal combinato disposto degli art. 418 e 419 comma 1 c.p.p. si ricava che il giudice fissa con decreto le coordinate spazio - temporali dell'udienza preliminare ed ha l'obbligo di far notificare all'imputato un avviso, atto tipico non del giudice, ma della sua cancelleria a norma dell'art. 125 c.p.p, che contenga gli stessi dati contenuti nel decreto.

Ufficio Indagini preliminari Milano  27 novembre 2000



 
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