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Codice proc. penale agg.  al  29 Apr 2015
 
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Art. 433 cod. proc. penale: Fascicolo del pubblico ministero

1. Gli atti diversi da quelli previsti dall’articolo 431 sono trasmessi al pubblico ministero con gli atti acquisiti all’udienza preliminare unitamente al verbale dell’udienza.

2. I difensori hanno facoltà di prendere visione ed estrarre copia, nella segreteria del pubblico ministero, degli atti raccolti nel fascicolo formato a norma del comma 1.

3. Nel fascicolo del pubblico ministero ed in quello del difensore è altresì inserita la documentazione dell’attività prevista dall’articolo 430 quando di essa le parti si sono servite per la formulazione di richieste al giudice del dibattimento e quest’ultimo le ha accolte.


Giurisprudenza annotata

Fascicolo del PM

È illegittima, perché impedisce alla difesa dell'imputato la possibilità di condurre a pieno il controesame, la mancata inclusione nel fascicolo del pubblico ministero delle sommarie informazioni testimoniali rese dall'unico teste d'accusa.

Cassazione penale sez. III  24 febbraio 2010 n. 16850  

 

Nel procedimento in cui è stata resa una dichiarazione falsa o reticente è utilizzabile, per le contestazioni, il verbale delle dichiarazioni rese come indagato nel procedimento instaurato per il reato di falsa testimonianza e, pertanto, è consentita la sua acquisizione al fascicolo del p.m., ex art. 117 e 433 c.p.p., qualificandosi tale verbale come atto integrativo di indagine del p.m. che, ai sensi dell'art. 430 c.p.p., necessita solamente del deposito nella segreteria del p.m. al fine di garantire il diritto di difesa. Assolto tale onere, il verbale è utilizzabile per le contestazioni previste dagli art. 500 e 503 c.p.p. nel corso dell'esame dibattimentale chiesto ai fini della ritrattazione dell'indagato di falsa testimonianza .

Ufficio Indagini preliminari Milano  04 luglio 2005

 

In sede di giudizio abbreviato, ancorché condizionato, celebrato avanti il giudice dibattimentale in forza della norma transitoria prevista dal dl. n. 82/00, conv. con modificazioni nella 1. 5 giugno 2000 n. 144 (art. 4 ter), sono inutilizzabili gli atti inseriti nel fascicolo del p.m. e, nel caso di specie, prodotti dalla parte civile, successivamente alla emissione del decreto che dispone il giudizio. Il giudizio abbreviato, infatti, è caratterizzato dalla decisione allo stato degli atti così come cristallizzati al momento della presentazione della richiesta di rinvio a giudizio e l'unica integrazione possibile è quella relativa (in questo solo caso di remissione in termini) all'attività svolta avanti il G.u.p. (peraltro, in caso di rito condizionato, solamente l'imputato è legittimato a richiedere l'acquisizione di nuove prove, mentre il p.m. può solamente chiedere di essere ammesso a prova contraria). Il fascicolo del p.m. non può contenere anche l'attività espletata dopo il decreto dispositivo del giudizio, se non con la limitazione di cui al combinato disposto degli art. 430 e 433 c.p.p.: l'attività integrativa d'indagine non rifluisce direttamente nel fascicolo del p.m., ma trova la propria collocazione naturale nella segreteria del p.m. stesso, dove l'art. 430 c.p.p. prescrive che venga depositata, e solo se gli atti sono stati utilizzati dalle parti per le richieste al giudice e questi le abbia accolte possono essere inserite ex art. 433 comma 3 c.p.p. in quel fascicolo che, in ogni altro caso, dopo l'emissione del decreto di rinvio a giudizio, diviene un contenitore chiuso.

Tribunale Milano  16 luglio 2002

 

La disposizione di cui all'art. 445 comma 1 c.p.p., secondo la quale la sentenza di patteggiamento non ha efficacia nei giudizi civili ed amministrativi, si applica anche con riferimento al procedimento disciplinare, pur quando esso non abbia natura giurisdizionale (come nel caso di specie, con riferimento alla fase innanzi al Consiglio provinciale dell'ordine degli architetti ed ingegneri, che ha natura amministrativa); ne consegue che, nel giudizio disciplinare, l'accertamento dei fatti addebitati al professionista, allo scopo di valutare la rilevanza in sede disciplinare avviene in modo del tutto autonomo rispetto alla sentenza di patteggiamento emessa nei confronti dello stesso in relazione ai medesimi fatti; tale accertamento può, bensì avvalersi degli elementi che risultano dal contenuto della predetta sentenza, ma esige che non si tragga da essa l'esclusiva prova della sussistenza dei fatti costituenti illecito disciplinare, richiedendo l'affermazione di responsabilità disciplinare che, in esito a cognizione piena, l'accertamento a contenuto negativo del giudice penale (assenza degli estremi per il proscioglimento) si trasformi in un accertamento positivo sulla sussistenza dei fatti, con conseguente necessità dell'esame, quanto meno, della posizione che l'incolpato ha assunto sul punto sia in sede penale, che nel corso del procedimento disciplinare. Nel giudizio disciplinare a carico di un professionista in ordine ai medesimi atti in relazione ai quali sia in corso un procedimento penale in fase anteriore a quello dibattimentale, gli atti compiuti durante le indagini preliminari cui può attribuirsi efficacia probatoria piena sono soltanto quelli per i quali è previsto l'inserimento nel fascicolo per il dibattimento ai sensi dell'art. 431 c.p.p., mentre l'utilizzazione degli altri, che trovano collocazione nel fascicolo del pubblico ministero a norma dell'art. 433 c.p.p., presuppone che il Consiglio dell'ordine professionale (nella specie, degli architetti ed ingegneri) ne accerti direttamente l'esistenza, traendola, se del caso, anche dai predetti atti, esprimendo, peraltro, le ragioni del proprio convincimento, che deve valutare anche le tesi difensive sostenute dall'incolpato. (Nella specie, in applicazione del principio di cui in massima, la C.S. ha annullato la decisione del Consiglio nazionale degli architetti ed ingegneri che aveva motivato la ritenuta sussistenza dei fatti addebitati al professionista incolpato, facendo genericamente richiamo alla circostanza che questi risultavano "dal mandato di cattura, dalle richieste di rinvio a giudizio e da altri atti istruttori").

Cassazione civile sez. III  27 agosto 1999 n. 8993  

 

Nel giudizio disciplinare a carico di un professionista in ordine ai medesimi atti in relazione ai quali sia in corso un procedimento penale in fase anteriore a quella dibattimentale, gli atti compiuti durante le indagini preliminari cui può attribuirsi efficacia probatoria piena sono soltanto quelli per i quali è previsto l'inserimento nel fascicolo per il dibattimento ex art. 431 c.p.p., mentre la utilizzazione degli altri, che trovano collocazione nel fascicolo del p.m. ex art. 433 c.p.p., presuppone che il Consiglio dell'Ordine professionale (nella specie, degli architetti ed ingegneri) ne accerti direttamente la esistenza, traendola, se del caso, anche dai predetti atti, esprimendo, peraltro, le ragioni del proprio convincimento, che deve valutare anche le tesi difensive sostenute dall'incolpato. (Nella specie, in applicazione del principio di cui in massima, la S.C. ha annullato la decisione del Consiglio nazionale degli architetti ed ingegneri che aveva motivato la ritenuta sussistenza dei fatti addebitati al professionista incolpato, facendo genericamente richiamo alla circostanza che questi risultavano "dal mandato di cattura, dalle richieste di rinvio a giudizio e da altri atti istruttori").

Cassazione civile sez. III  27 agosto 1999 n. 8993  

 

L'art. 430 c.p.p., non contrasta con gli art. 3 e 24 cost. per una pretesa impossibilità di utilizzare per le contestazioni le attività integrative di indagine del pubblico ministero dopo l'udienza preliminare; esso va, infatti, interpretato in combinato disposto con gli art. 433 comma 3 e 500 stesso c.p.p., nel senso di imporre al p.m. di mettere i verbali di interrogatorio e la documentazione integrativamente raccolta a disposizione dei difensori delle parti, contenendo il tutto nel fascicolo del P.M., in modo che le parti siano messe in condizione di prenderne visione e di trarne copia, con la conseguenza che, una volta introdotta la documentazione, ai sensi dell'art. 433 comma 3, in quel fascicolo, il regime di utilizzabilità di detti atti è identico a quello previsto in via generale dall'art. 500 per tutti gli atti del p.m..

Corte Costituzionale  03 aprile 1996 n. 95  

 

L'attività integrativa di indagine di cui al combinato disposto dell'art. 430 e dell'art. 433, comma 3 c.p.p. è una attività eccezionalmente consentita al p.m., al di là degli argini naturali dell'investigazione, al fine di predisporre, giustificare e fondare una richiesta nella fase dibattimentale, sia essa proveniente dallo stesso organo che in tal senso si è attivato, sia altresì dagli altri soggetti privati, dovendosi ritenere il risultato di tali investigazioni patrimonio comune di tutte le parti; ne consegue l'assoluta inconciliabilità tra tale attività integrativa di indagine con il suo corredo garantistico e l'attività invece dalle parti dispiegata - a dibattimento avviato - per l'acquisizione del materiale documentale da produrre a fini probatori in giudizio.

Tribunale Marsala  24 gennaio 1992



 
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