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Codice proc. penale agg.  al  29 Apr 2015
 
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Art. 434 cod. proc. penale: Casi di revoca

1. Se dopo la pronuncia di una sentenza di non luogo a procedere sopravvengono o si scoprono nuove fonti di prova che, da sole o unitamente a quelle già acquisite, possono determinare il rinvio a giudizio, il giudice per le indagini preliminari, su richiesta del pubblico ministero, dispone la revoca della sentenza.


Giurisprudenza annotata

Casi di revoca

In tema di processo minorile, la sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto, di cui all'art. 27 d.P.R. 22 settembre 1988 n. 448, è suscettibile di revoca, ai sensi dell'art. 434 c.p.p., in forza del disposto dell'art. 1 del medesimo d.P.R.; dal che consegue anche la necessità di adottare modalità applicative dell'art. 434 c.p.p. adeguate alla personalità e alle esigenze educative del minorenne. (Annulla senza rinvio, G.i.p. Trib.Min. Bologna, 31/07/2013)

Cassazione penale sez. IV  06 dicembre 2013 n. 10531  

 

Poiché la sentenza di non luogo a procedere implica esclusivamente la scelta del giudice di inibire allo stato l'esercizio dell'azione penale contro l'imputato, salvo potenziale revoca ex art. 434 c.p.p., tali caratteristiche si riflettono sul controllo che la Corte di cassazione può effettuare a seguito del ricorso per cassazione proposto dal p.m.. Infatti, anche a fronte della prevista motivazione sommaria di inidoneità degli elementi acquisiti per l'accusa in giudizio (cfr. art. 426, comma 1, lett. d), c.p.p.), il giudice di legittimità non può, né deve, verificare il puntuale rispetto dei parametri di cui all'art. 192 c.p.p., il quale disciplina i parametri i valutativi di riferimento ai fini della potenziale condanna e non può essere esteso al convincimento esclusivamente prognostico negativo di tale condanna, proprio della sentenza di non luogo a procedere, che si riassume solo in una valutazione di inidoneità dell'accusa. In questa prospettiva, l'unico controllo della motivazione consentito in sede di legittimità, ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. d) ed e), c.p.p., concerne la giustificazione prognostica negativa della condanna resa dal giudice nella valutazione d'insieme degli elementi acquisiti dal p.m. Diversamente opinando, del resto, si finirebbe con l'attribuire al giudice di legittimità un compito di merito, in quanto anticipatorio delle valutazioni sulla prova da assumere, che si porrebbe in contrasto insanabile con la possibilità di revoca della sentenza da parte dello stesso giudice per le indagini preliminari, sopravvenute o scoperte nuove fonti di prova da combinare eventualmente con quelle già valutate (art. 434 c.p.p.).

Cassazione penale sez. IV  03 dicembre 2008 n. 2669  

 

In base all'art. 654 c.p.p., l'efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo è limitata alla sola "sentenza penale irrevocabile ... di assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento", mentre la sentenza di "non luogo a procedere", pronunciata ai sensi dell'art. 425 c.p.p., è invece chiaramente un provvedimento che, per essere espressamente definito siccome revocabile (art. 434 ss. c.p.p.), è, per sua natura, inidoneo ad acquistare efficacia di giudicato innanzi alla Corte dei conti, la quale però può legittimamente fondare - al fine del regolamento delle spese - il proprio convincimento prognostico sugli elementi di prove acquisiti nel giudizio penale, i quali - secondo l'indicazione fornitane da quel giudice - possono costituire fonte legittima di prova presuntiva, anche qualora, come nel caso di specie, il giudizio stesso sia stato definito con una pronuncia non avente efficacia di "giudicato opponibile" in sede giurisdizionale diverso da quella penale, quale è la pronuncia di non luogo a procedere emessa dal g.u.p. ex art. 425 c.p.p.

Corte Conti reg. (Lombardia) sez. giurisd.  28 aprile 2008 n. 263

 

Ai fini della pronuncia della sentenza di proscioglimento a sensi del combinato disposto degli art. 243 disp. att. c.p.p. e 434 ss. c.p.p., le nuove prove devono provenire da un'attività investigativa estranea al procedimento chiuso con la stessa sentenza e dunque possono essere costituite anche dalle acquisizioni investigative disposte in un diverso procedimento.

Tribunale Catanzaro sez. II  09 agosto 2007

 

L'art. 405, comma 1, c.p.p. pone un'alternativa tra archiviazione e inizio dell'azione penale. Ne deriva che la preclusione prevista dall'art. 414 c.p.p. concerne soltanto le modalità di esercizio dell'azione elencate nell'art. 405 c.p.p. L'efficacia preclusiva dell'art. 414 c.p.p. si differenzia da quelle derivanti dagli art. 649 e 434 c.p.p. perché il decreto di archiviazione ha per oggetto la notizia di reato e non il fatto e impedisce, quindi, la prosecuzione o la conclusione della fase procedimentale, non il giudizio sull'imputazione, al momento del decreto, neppure formulata. Per aversi mutamento del fatto e, dunque, una lesione del principio di correlazione fra imputazione contestata e sentenza sancito dall'art. 521 c.p.p., occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l'ipotesi astratta prevista dalla legge, sì da pervenire a una incertezza sull'oggetto dell'imputazione da cui scaturisce un reale pregiudizio del diritto di difesa.

Cassazione penale sez. V  10 luglio 2007 n. 33057  

 

In base all'art. 654 c.p.p. l'efficacia di giudicato nel giudizio civile è limitata alla sola "sentenza penale irrevocabile.. di assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento"; la sentenza di non luogo a procedere, pronunciata ai sensi dell'art. 425 c.p.p., è invece un provvedimento che, per essere espressamente definito siccome revocabile (art. 434 ss. c.p.p.), è, per sua natura, inidoneo ad acquistare efficacia di giudicato.

Cassazione civile sez. I  13 dicembre 1999 n. 13917  

 

In caso di sentenza di non luogo a procedere pronunciata per fatti di bancarotta, e in assenza di un provvedimento di revoca della sentenza ex art. 434 c.p.p. con riferimento a tutti tali fatti di bancarotta, il giudice deve dichiarare l'improcedibilità dell'azione penale eventualmente promossa per taluni fatti di bancarotta riferibili al medesimo fallimento, posto che uno stesso imputato non può essere sottoposto a più procedimenti penali nascenti dalla separata contestazione di più condotte integranti la medesima bancarotta, trattandosi di unico reato.

Corte appello Milano  03 dicembre 1999

 

Nel caso in cui il g.i.p. sia funzionalmente incompetente a emettere un provvedimento, questo non può ritenersi abnorme; tale qualificazione, infatti, si attaglia ai provvedimenti che, per la stranezza e la singolarità del contenuto, si pongano al di fuori dell'ordinamento, così da rendere indispensabile il rimedio del ricorso per cassazione ai fini di rimuovere una situazione di stasi processuale altrimenti insanabile, mentre la nullità che consegue alla incompetenza funzionale è categoria diversa. Per la contestazione dei provvedimenti sulla competenza, stante il principio di tassatività, il codice non appresta mezzi per l'intervento di un giudice superiore diversi da quello del "conflitto", nelle specifiche ipotesi in cui sia previsto. (Nel caso, il g.i.p. aveva revocato una sentenza di non luogo a procedere, ex art. 434 c.p.p., emessa da g.i.p. avente giurisdizione in diverso distretto: la Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso proposto dall'indagato).

Cassazione penale sez. VI  30 aprile 1999 n. 1525  

 

Nel caso in cui sia stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere, non è possibile, per l'effetto preclusivo che ne deriva, l'esercizio dell'azione penale per lo stesso fatto in assenza di autorizzazione del giudice a riaprire le indagini dopo la pronuncia di revoca della precedente sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento. Ne consegue che le nuove prove, intervenute successivamente alla detta sentenza, possono essere valorizzate soltanto dopo che, a seguito della revoca ex art. 434 c.p.p. sia stata disposta la riapertura delle indagini; diversamente il giudice, in assenza della prescritta procedura autorizzatoria, dovrà dichiarare in ogni stato e grado del procedimento l'improcedibilità dell'azione penale, senza la possibilità di utilizzare le nuove acquisizioni neppure ai fini cautelari (v. sentenza della Corte costituzionale 19 gennaio 1995, n. 27).

Cassazione penale sez. VI  17 marzo 1999 n. 927  

 

Il p.m. non deve necessariamente richiedere la revoca della sentenza di non luogo a procedere già emessa dal g.i.p. prima della richiesta e dell'emissione di una misura cautelare per il medesimo fatto, quando siano emerse nuove fonti di prova che legittimano il provvedimento restrittivo. I principi regolatori dei due istituti conservano in pieno la rispettiva normativa: mentre la necessità dell'emissione del provvedimento restrittivo dovrà essere valutata in base ai criteri che sono propri di tale misura (gravi indizi di colpevolezza ed esigenze cautelari non diversamente soddisfacibili o presuntivamente soddisfacibili solo con la custodia in carcere nell'ipotesi prevista dal comma 3 dell'art. 275 c.p.p.), la revoca della sentenza potrà essere richiesta, con il rinvio a giudizio o la riapertura delle indagini (art. 435 c.p.p.) quando gli elementi di prova sopravvenuti siano in grado di "determinare il rinvio a giudizio" (art. 434 c.p.p.), solo in tale momento infatti si verificano le condizioni di legge che rendono operante il potere-dovere di natura funzionale consacrato dalla legge.

Cassazione penale sez. V  18 febbraio 1997 n. 684  

 

L'ordinanza con la quale, ai sensi dell'art. 434 c.p.p., in caso di ritenuta sopravvenienza o scoperta di nuove fonti di prova, venga disposta dal giudice per le indagini preliminari la revoca della sentenza di non luogo a procedere, non è assoggettata dalla legge ad alcun mezzo di impugnazione, nè può essere assimilata, onde consentirne la ricorribilità per cassazione, ad una sentenza o ad un provvedimento incidente sulla libertà personale.

Cassazione penale sez. VI  13 gennaio 1997 n. 34  



 
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