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Codice proc. penale agg.  al  28 Apr 2015
 
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Art. 445 cod. proc. penale: Effetti dell’applicazione della pena su richiesta

1. La sentenza prevista dall’articolo 444, comma 2, quando la pena irrogata non superi i due anni di pena detentiva soli o congiunti a pena pecuniaria, non comporta la condanna al pagamento delle spese del procedimento né l’applicazione di pene accessorie e di misure di sicurezza, fatta eccezione della confisca nei casi previsti dall’articolo 240 del codice penale.

1-bis. Salvo quanto previsto dall’articolo 653, la sentenza prevista dall’articolo 444, comma 2, anche quando è pronunciata dopo la chiusura del dibattimento, non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi . Salve diverse disposizioni di legge, la sentenza è equiparata a una pronuncia di condanna.

2. Il reato è estinto, ove sia stata irrogata una pena detentiva non superiore a due anni soli o congiunti a pena pecuniaria, se nel termine di cinque anni, quando la sentenza concerne un delitto, ovvero di due anni, quando la sentenza concerne una contravvenzione, l’imputato non commette un delitto ovvero una contravvenzione della stessa indole. In questo caso si estingue ogni effetto penale, e se è stata applicata una pena pecuniaria o una sanzione sostitutiva, l’applicazione non è comunque di ostacolo alla concessione di una successiva sospensione condizionale della pena.


Giurisprudenza annotata

Effetti dell'applicazione della pena su richiesta

L'applicazione della pena su richiesta delle parti, di cui agli artt. 444 e 445 c.p.p., non prescinde dall'accertamento della responsabilità penale dell'imputato, in quanto il giudice penale, nonostante la richiesta concorde delle parti, non può pronunciare il patteggiamento se pensa che ricorrano le condizioni di legge (perché il fatto non sussiste, l'imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato) per il proscioglimento. Conferma TAR Lombardia, Milano, sez. III, n. 631del 2011.

Consiglio di Stato sez. III  11 marzo 2015 n. 1271  

 

E' illegittimo il provvedimento del Questore recante diniego di rilascio della licenza di porto di fucile per uso caccia e motivato con esclusivo riferimento a reati commessi dall'istante molti anni prima e da tempo dichiarati estinti, atteso che l' effetto preclusivo, proprio delle condanne penali, viene parzialmente meno una volta intervenuta la riabilitazione ovvero l'estinzione ex art. 445 c.p.p., con la conseguente necessità per l'Autorità di Polizia di ricercare altri motivi che possano giustificare il diniego di rilascio. Annulla TAR Lazio, Roma, sez. I, n. 7480 del 2008

Consiglio di Stato sez. III  04 marzo 2015 n. 1072  

 

L'applicazione della pena su richiesta delle parti, di cui agli artt. 444 e 445 c.p.p., non prescinde dall'accertamento della responsabilità penale dell'imputato pubblico dipendente in quanto l'Autorità giudiziaria ordinaria, nonostante la richiesta concorde delle parti, non può pronunciare il patteggiamento se pensa che ricorrano le condizioni di legge per il proscioglimento (il fatto non sussiste, l'imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato). Conferma TAR Lazio, Roma, sez. I, n. 6539 del 2014.

Consiglio di Stato sez. III  23 dicembre 2014 n. 6371  

 

Qualora il processo penale a carico di un pubblico dipendente imputato di peculato ex art. 314, c.p. sia stato definito con sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti ex artt. 444 e 445 c.p.p., l'Amministrazione, sulla base di un ragionevole apprezzamento anche di tutte le altre risultanze del procedimento, può fare legittimo riferimento alla condanna patteggiata per ritenere accertati, in sede disciplinare, i fatti emersi nel corso del procedimento penale, che appaiano fondatamente ascrivibili al dipendente; ciò in quanto alla sentenza di patteggiamento può ascriversi una qualche rilevanza anche sul piano dell'accertamento della responsabilità penale dell'imputato, se non altro in considerazione del fatto che il giudice, nonostante la richiesta concorde delle parti, non può emettere la pronuncia di patteggiamento se ritiene che ricorrano le condizioni per il proscioglimento.

T.A.R. Torino (Piemonte) sez. I  19 dicembre 2014 n. 2070  

 

Poiché l'obbligo di pagamento delle spese di custodia, posto a carico del soggetto condannato a pena patteggiata, è stabilito direttamente dalla legge (combinato disposto degli artt.204 e 150 d.P.R. n.115 dei 2002), sull'unico presupposto della intervenuta sentenza di applicazione pena ai sensi dell'art.445 c.p.p., costituente il titolo che legittima l'ente pubblico impositore al recupero delle spese di custodia, ne deriva che l'eventuale mancanza nella sentenza della statuizione sulle spese di custodia non costituisce causa di esonero dall'obbligo di pagamento avente la propria fonte direttamente nella legge (respinto il ricorso della parte, che aveva patteggiato la pena per il reato di guida in stato di ebbrezza, la quale aveva proposto incidente di esecuzione avverso la cartella esattoriale che lo aveva condannato al pagamento delle spese di custodia del veicolo sequestrato).

Cassazione penale sez. I  17 dicembre 2014 n. 3347  

 

Per l'applicazione della pena su richiesta delle parti di cui agli art. 444 e 445 c.p.p., non si prescinde dall'accertamento della responsabilità penale dell'imputato, in quanto il giudice, nonostante la richiesta concorde delle parti, non può emettere la pronuncia di patteggiamento se ritiene ricorrano le condizioni per il proscioglimento perché il fatto non sussiste, perché l'imputato non lo ha commesso ovvero perché il fatto non costituisce reato. Pertanto, se è vero che, ai fini del giudizio disciplinare, il patteggiamento non è da solo sufficiente per affermare la responsabilità dell'incolpato, è pur vero che è possibile fare riferimento anche alla condanna patteggiata per ritenere accertati i fatti emersi in sede di procedimento penale, i quali appaiono fondatamente ascrivibili al dipendente e ciò, peraltro, anche in base ad un ragionevole apprezzamento delle altre risultanze del procedimento.

T.A.R. Roma (Lazio) sez. II  01 ottobre 2014 n. 10123

 

Qualora il processo penale sia stato definito con sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti ex artt. 444 e 445 c.p.p., implicante l'accertamento della responsabilità penale dell'imputato — in quanto il giudice, nonostante la richiesta concorde delle parti, non può emettere la pronuncia di patteggiamento, se ritiene che ricorrano le condizioni per il proscioglimento —, ai fini del giudizio disciplinare una sentenza di patteggiamento non può, da sola, ritenersi sufficiente per affermare la responsabilità (disciplinare) dell'incolpato, sebbene l'Amministrazione possa fare legittimo riferimento alla condanna patteggiata per ritenere accertati, in sede disciplinare, i fatti emersi nel corso del procedimento penale, che appaiano fondatamente ascrivibili al dipendente, ma ciò, soltanto sulla base di un ragionevole apprezzamento anche di tutte le altre risultanze del procedimento. (RiformaTrga, Bolzano, n. 352/2012).

Consiglio di Stato sez. VI  08 agosto 2014 n. 4232  

 

Ai sensi dell'art. 445 comma 1 bis, c.p.p., in sede di ammissione alle gare indette da una p.a. la sentenza di applicazione della pena su richiesta, emessa ai sensi dell'art. 444 c.p.p. (cd. patteggiamento), è equiparata ad una sentenza di condanna quanto all'accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e dell'affermazione che l'imputato lo ha commesso. Annulla TAR Campania, Napoli, sez. III, n. 845 del 2013

Consiglio di Stato sez. V  24 luglio 2014 n. 3934  

 

L'art. 445 comma 1 bis c.p.p., nel disporre che salvo quanto previsto dall'art. 653, la sentenza prevista dall'art. 444, comma 2 non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi, si riferisce al contenuto della sentenza. L'inefficacia, peraltro, non si spinge fino alla finzione di considerare tamquam non esset la sentenza stessa, ai fini dell'art. 2947, comma 3, c.c., altro essendo l'effetto della sentenza, altro la considerazione della stessa come termine a quo della prescrizione.

Cassazione civile sez. III  16 giugno 2014 n. 13669  

 

L'estinzione del reato oggetto di sentenza di patteggiamento, a norma dell'art. 445, comma 2, c.p.p., è sempre impedita dalla successiva commissione di un delitto nei termini in esso indicati, poiché il requisito della "stessa indole" che deve caratterizzare il nuovo reato al fine di precludere a questo la produzione dell'effetto estintivo in relazione al primo è riferito alle sole contravvenzioni e non anche ai delitti. (Annulla senza rinvio, Trib. Teramo, 19/09/2013 )

Cassazione penale sez. I  05 giugno 2014 n. 30011  

 

Nei procedimenti di evidenza pubblica, come in ogni altro settore dell'ordinamento giuridico, ai fini della rilevanza della causa di estinzione del reato ex art. 445, comma 2, c.p.p. - richiamato dall'art. 38, comma 1, lett. c), d.lg. n. 163/2006, come circostanza che esime dal dichiarare la condanna definitiva estinta ai sensi di tale art. 445, comma 2, c.p.p. - risulta necessaria l'adozione di un apposito provvedimento dichiarativo del giudice dell'esecuzione penale ex art. 676 c.p.p., in assenza del quale l'estinzione ex art. 445, comma 2, c.p.p. non opera "ipso iure" e/o automaticamente.

T.A.R. L'Aquila (Abruzzo) sez. I  08 maggio 2014 n. 431  

 

Ai fini dell'operatività dell'art. 445 comma 2 c.p.p. - secondo cui, in caso di applicazione di pena concordata, il reato è estinto se, nei termini indicati dalla disposizione, l'imputato non commette un delitto o una contravvenzione della "stessa indole" - il giudice deve in primo luogo valutare se l'eventuale ulteriore reato commesso nel periodo di osservazione sia formalmente omogeneo al primo, in quanto in violazione della medesima disposizione di legge e, in caso negativo, verificare se sussista comunque una identità di indole sostanziale, in ragione della natura dei fatti che li costituiscono o dei motivi che li hanno determinati. (In motivazione, la Corte ha precisato che il criterio sostanziale di verifica della "stessa indole", determinando in concreto un trattamento più sfavorevole per il reato, non può essere oggetto di applicazione estensiva). (Annulla con rinvio, Gip Trib. Treviso, 23/05/2013 )

Cassazione penale sez. I  15 aprile 2014 n. 27906  

 

In tema di bancarotta fraudolenta, il patteggiamento di una pena detentiva inferiore ai due anni preclude l'applicazione delle pene accessorie obbligatorie per legge, non essendo l'art. 216 l. fall. norma speciale prevalente rispetto a quella di cui all'art. 445, comma primo, cod. proc. pen. (Annulla in parte senza rinvio, G.i.p. Trib. Milano, 19/12/2012)

Cassazione penale sez. V  13 febbraio 2014 n. 17954  

 

Il disposto di cui all'art. 216 l.f., ultimo comma, che comporta per i fatti di bancarotta fraudolenta l'applicazione della sanzione accessoria dell'inabilitazione all'esercizio di un'impresa commerciale e dell'incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per la durata di dieci anni, non può ritenersi norma speciale, prevalente su quella di cui all'art. 445 c.p.p., atteso che tale ultima disposizione ha una portata generale, che prescinde dalla natura del reato per il quale debba essere applicata la pena accessoria, tenendo conto solo dell'entità della pena detentiva, che, se inferiore ai due anni, comporta l'automatica esclusione appunto di pene accessorie.

Cassazione penale sez. V  13 febbraio 2014 n. 17954  

 

Anche dopo la modifica dell'art. 445 c.p.p., che ha esteso le possibilità di provvedere alla confisca rendendola adottabile in tutti i casi previsti dall'art. 240 c.p., il giudice è tenuto a motivare l'esercizio del suo potere discrezionale, evidenziando i presupposti della disposta misura, sicché, nel caso in cui la confisca sia stata disposta senza motivazione, sussiste l'interesse all'impugnazione da parte dell'imputato che abbia contestato nel giudizio di merito, o anche solo nei motivi di ricorso, l'esistenza di un qualsiasi nesso tra il reato e il bene. (Fattispecie in cui la Corte, accogliendo il ricorso, ha precisato che l'annullamento della sentenza, resa in sede di patteggiamento, doveva essere disposto con rinvio limitatamente alla disposizione sulla confisca, allo scopo di consentire all'interessato di far valere le proprie ragioni). (Annulla in parte con rinvio, Trib. Velletri, 29/03/2013 )

Cassazione penale sez. VI  13 febbraio 2014 n. 9930  

 

La sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti, pur non essendo propriamente una sentenza di condanna “quoad substantiam”, lo è "quoad effectum", a causa della rinuncia dell'imputato a contestare le proprie responsabilità e della contestuale deliberazione negativa del giudice quanto all'esclusione della sussistenza di cause di non punibilità o di non procedibilità o di estinzione del reato - per cui l'art. 445 codice di rito penale dispone che “salvo diverse disposizioni di legge, la sentenza è equiparata ad una pronuncia di condanna”. La sentenza ex art. 444 c.p.p. è equiparata ad una pronuncia di condanna, sicchè ogni deroga al regime di tali sentenze deve risultare da una espressa disposizione legislativa .

T.A.R. Trento (Trentino-Alto Adige) sez. I  29 gennaio 2014 n. 20  

 

La circostanza che l'art. 445 c.p.p. preveda che la sentenza di condanna patteggiata "non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi" non preclude che essa debba essere valorizzata nei procedimenti finalizzati all'adozione di un atto amministrativo. In altre parole, ai fini dell'emanazione di un provvedimento amministrativo è del tutto indifferente il rito con il quale è stata pronunciata la sentenza penale di condanna, in quanto, a tali fini, anche la decisione patteggiata va equiparata ad una pronuncia di condanna, secondo quanto precisato dall'art. 445 comma 2, c.p.p.

T.A.R. Milano (Lombardia) sez. III  03 dicembre 2013 n. 2672  

 

La sentenza pronunciata ex art. 444 c.p.p. equivale a quella di condanna, in quanto il patteggiamento investe la pena e non il titolo di imputazione, tanto che il giudice può disattendere la richiesta delle parti quando ritiene di pervenire ad una pronuncia di assoluzione o di estinzione del reato. In altre parole, i vantaggi di tale sentenza per l'imputato rimangono confinati nello stretto ambito penale, in quanto per le conseguenze extrapenali del fatto non sussiste alcuna preclusione, né per l'autorità amministrativa, che ai sensi dell'art. 445 comma 1, c.p.p. è tenuta ad equiparare detta pronuncia a quella di condanna, né per il condannato che, nei limiti previsti dai rispettivi ordinamenti processuali, è ammesso a provare nelle ulteriori sedi di giudizio quanto non ha voluto o potuto addurre innanzi al giudice penale.

T.A.R. Milano (Lombardia) sez. III  03 dicembre 2013 n. 2672  



 
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