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Codice proc. penale agg.  al  23 Apr 2015
 
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Art. 506 cod. proc. penale: Poteri del presidente in ordine all’esame dei testimoni e delle parti private

1. Il presidente, anche su richiesta di altro componente del collegio, in base ai risultati delle prove assunte nel dibattimento a iniziativa delle parti o a seguito delle letture disposte a norma degli articoli 511, 512 e 513, può indicare alle parti temi di prova nuovi o più ampi, utili per la completezza dell’esame.

2. Il presidente, anche su richiesta di altro componente del collegio, può rivolgere domande ai testimoni, ai periti, ai consulenti tecnici, alle persone indicate nell’articolo 210 ed alle parti già esaminate, solo dopo l’esame e il controesame. Resta salvo il diritto delle parti di concludere l’esame secondo l’ordine indicato negli articoli 498, commi 1 e 2, e 503, comma 2


Giurisprudenza annotata

Poteri del presidente in ordine all'esame dei testimoni e delle parti private

A seguito della riforma dell'art. 111 Cost., introdotta con la l. cost. n. 2 del 1999, caratteristiche essenziali del giudice sono la terzietà e l'imparzialità, i poteri di integrazione probatoria dovendo quindi essere esercitati all'interno di questi connotati. I poteri di integrazione probatoria di ufficio vanno esercitati con estrema cautela dal giudice, ove decida di portare a conclusione i percorsi dimostrativi tracciati e non completati dalle parti. Deve cioè operare: - limitandosi a indicare l'esigenza di approfondire l'indagine sin lì svolta, senza sovrapporsi ad essa e senza perseguire un'autonoma ricostruzione dei fatti (ex art. 506 comma 1 c.p.p.); - desumendo le sue iniziative probatorie dai risultati conoscitivi dell'istruttoria dibattimentale, senza sovrapporre una diversa prospettiva d'indagine e senza seguire ipotesi ricostruttive non verificate. Per evitare di svolgere un'attività disarmonica in un processo di parti, il tribunale, allontanandosi dalla consuetudine disapplicativa dell'art. 506 comma 1 c.p.p., ha invitato l'accusa pubblica e privata ad approfondire l'indagine sui temi e con i mezzi indicati al fine del completamento dell'esame dei testimoni. Nel caso di specie, il tribunale non ha potuto esercitare il potere integrativo ex art. 507 c.p.p. in quanto non è stato in grado di ritenere le nuove prove da assumere d'ufficio connotate da valore dimostrativo decisivo: in tanto può dirsi esistente l'assoluta necessità richiesta dall'art. 507 c.p.p., in quanto il mezzo di prova risulti dagli atti del giudizio e la sua assunzione appaia decisiva. L'art. 507 c.p.p. conferisce del resto al giudice un potere e non un dovere di integrazione probatoria (dovere che, ove ammesso, stravolgerebbe lo stesso carattere accusatorio conferito dalla legge delega al nuovo codice di procedura penale).

Tribunale Roma  31 gennaio 2005

 

Sono manifestamente inammissibili le q.l.c. dell'art. 506 comma 1 c.p.p. (nella parte in cui prevede che il giudice possa indicare alle parti temi di prova nuovi o più ampi solo in base ai risultati delle prove assunte nel dibattimento a iniziativa delle stesse o a seguito delle letture disposte a norma degli art. 511, 512 e 513 c.p.p. e non anche in base agli atti contenuti nel fascicolo del p.m.) e dell'art. 506 comma 2 c.p.p. (nella parte in cui non prevede che il giudice possa rivolgere domande ai testimoni, ai periti, ai consulenti tecnici e alle parti private già esaminati anche sulla base degli atti contenuti nel fascicolo del p.m., e possa procedere, sulla base di detti atti, alle contestazioni ai sensi dell'art. 500 comma 1 c.p.p., con eventuale acquisizione al fascicolo del dibattimento delle dichiarazioni utilizzate per le contestazioni a norma dell'art. 500 comma 4 c.p.p.), in riferimento agli art. 2, 3, 24, 25 comma 2, 76, 101 comma 2, 102 e 112 cost.

Corte Costituzionale  20 luglio 1999 n. 338

 

Sono manifestamente inammissibili, perché prospettate in termini ipotetici e, comunque, intempestive, le q.l.c. dell'art. 506 c.p.p., sollevate, in riferimento ai medesimi parametri, nella parte in cui il comma 1 non prevede che il giudice possa indicare alle parti temi di prova nuovi o più ampi anche in base agli atti contenuti nel fascicolo del p.m., ed il comma 2 non prevede che il giudice possa rivolgere domande ai testimoni, periti, consulenti tecnici ed alle parti private già esaminati anche sulla base degli atti contenuti nel fascicolo del p.m., e possa procedere, sulla base di tali atti, alle contestazioni con eventuale acquisizione al fascicolo del dibattimento delle dichiarazioni a tal fine utilizzate.

Corte Costituzionale  20 luglio 1999 n. 338

 

Il divieto di formulare domande suggestive, previsto dall'art. 499 comma 3 c.p.p. per l'esame condotto dalla parte che ha chiesto la citazione del teste e per quella che abbia un interesse comune, non si applica alle domande che, a norma dell'art. 506 c.p.p., il presidente, anche su richiesta di altro componente il collegio, rivolga al teste già esaminato.

Corte assise appello Catania  22 febbraio 1997

 

Per nuovi mezzi di prova, che, ai sensi dell'art. 507 c.p.p., il giudice può disporre anche di ufficio, si devono intendere quelli non introdotti in dibattimento ovvero provenienti da fonti probatorie esaminate in detta fase su circostanze diverse da quelle che reputa necessario acquisire ai fini del completamento del quadro probatorio utile alla decisione. Nulla, pertanto, vieta che un teste già escusso nella fase dibattimentale possa essere risentito allorché se ne prospetti la necessità tenuto conto che l'art. 506, comma 2, c.p.p., consente al presidente di rivolgere domande ai testimoni già esaminati.

Cassazione penale sez. I  17 marzo 1994

 

Il "diritto delle parti di concludere l'esame" fatto salvo dall'art. 506 comma 2 c.p.p. per il caso in cui il presidente, in virtù dei poteri a lui conferiti, abbia rivolto domande ai testimoni, è riconosciuto a tutte le parti e non soltanto a quella che ha richiesto l'assunzione della prova. La violazione di tale diritto integra una nullità cosiddetta a regime intermedio ex art. 178 lett. b) o c) e 180 c.p.p., sanabile ai sensi dell'art. 182 c.p.p. se non eccepita dalla parte immediatamente dopo il compimento dell'atto.

Cassazione penale sez. III  15 marzo 1994

 

È abnorme e, dunque, immediatamente ricorribile in cassazione, il provvedimento con il quale il pretore ritenendo, senza peraltro specificarlo, o una diversa qualificazione giuridica del fatto o, comunque, una irritualità nella contestazione, dichiara la nullità del decreto di citazione, ordinando la restituzione degli atti al p.m. Infatti, il pretore, investito del giudizio, qualora ritenga di qualificare giuridicamente in modo diverso il fatto, deve o applicare il disposto dell'art. 29, comma 1 c.p.p., ovvero giudicare nel merito a norma dell'art. 521, comma 1, dello stesso codice. Qualora, poi, si trovi nella impossibilità di decidere a causa di un'ipotesi accusatoria deficitaria o imprecisa, non può, per ciò solo, restituire gli atti al p.m. avendo il legislatore predisposto meccanismi processuali (v. art. 506 e 507 c.p.p.) attraverso i quali possono essere superate situazioni di stallo, stimolando l'iniziativa delle parti così da consentire una compiuta decisione sulla regiudicanda.

Cassazione penale sez. VI  21 gennaio 1993

 

Il potere del giudice di ammettere d'ufficio nuovi mezzi di prova (art. 507 c.p.p.) ove sia assolutamente necessario per integrare l'istruzione dibattimentale, per il suo carattere residuale rispetto all'iniziativa delle parti, presuppone che sia determinante l'acquisizione delle prove, che sono non soltanto quelle assunte nel dibattimento, ma anche quelle derivanti dalle letture disposte a norma degli artt. 511, 512 e 513 c.p.p., come è precisato dall'art. 506, primo comma, che deroga anch'esso al principio delle disponibilità della prova, dando al presidente del collegio, sempre per l'esigenza di completezza della prova, poteri di indicazioni alle parti. L'applicazione dell'art. 507 è, pertanto, possibile quando - nella carenza probatoria delle parti - altre prove, attraverso la lettura, siano state acquisite al dibattimento. (Nella specie era stata impugnata dal pubblico ministero sentenza di assoluzione di imputato di tentato furto non avendo il tribunale ammesso la deposizione del verbalizzante per l'omesso deposito della lista testimoniale e non avendo di conseguenza ritenuto prova il verbale di sequestro di due cacciavite in possesso dell'imputato, sorpreso in flagranza mentre tentava di forzare la porta di ingresso di un appartamento, ed il verbale di accompagnamento in caserma da parte dei carabinieri. La Corte di cassazione - rigettato il primo motivo per inammissibilità della richiesta dibattimentale del p. m. di introdurre nel processo un testimone non indicato nella lista - ha annullato con rinvio la sentenza, rilevando che il tribunale, pur in assoluta carenza di prove, non chieste dal p. m. nei termini, in base agli indizi emergenti dall'esame dei due verbali - inseriti nel fascicolo per il dibattimento ex art. 431 lett. b) ed ammessi a norma dell'art. 495 e quindi utilizzabili ai sensi dell'art. 526 - avrebbe dovuto esaminare la possibilità di assumere propri poteri di iniziativa probatoria).

Cassazione penale sez. II  23 ottobre 1991



 
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