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Codice proc. penale agg.  al  17 Apr 2015
 
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Art. 526 cod. proc. penale: Prove utilizzabili ai fini della deliberazione

1. Il giudice non può utilizzare ai fini della deliberazione prove diverse da quelle legittimamente acquisite nel dibattimento.

1-bis. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’esame da parte dell’imputato o del suo difensore. (1)

 

(1) Comma aggiunto dall’art. 19, L. 1 marzo 2001, n. 63.


Giurisprudenza annotata

Prove utilizzabili ai fini della deliberazione

Ai fini dell'operatività del divieto di provare la colpevolezza dell'imputato sulla base, unicamente o in misura determinante, di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'esame da parte dell'imputato o del suo difensore (art. 526, comma 1 bis, c.p.p.), non è necessaria la prova di una specifica volontà di sottrarsi al contraddittorio, ma è sufficiente - in conformità ai principi convenzionali (art. 6 Cedu) - la volontarietà della assenza del teste, determinata da una qualsiasi libera scelta, non inficiata da elementi esterni. (Fattispecie in materia di estorsione, nella quale la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna dell'imputato, fondata in via del tutto prevalente sulle dichiarazioni della persona offesa, non potuta esaminare in dibattimento per la sua irreperibilità). (Annulla in parte senza rinvio, App. Bari, 28/11/2013 )

Cassazione penale sez. II  22 dicembre 2014 n. 1945

 

Ai fini della lettura e della utilizzabilità di dichiarazioni predibattimentali di un soggetto divenuto successivamente irreperibile, è necessario che il giudice abbia praticato ogni possibile accertamento sulla causa dell'irreperibilità e che risulti esclusa la riconducibilità dell'omessa presentazione del testimone al dibattimento ad una libera scelta dello stesso. (In motivazione, la Corte ha precisato che ai fini dell'operatività del divieto di utilizzazione di cui all'art. 526 comma 1 bis c.p.p., non è necessaria la prova della specifica volontà del teste di sottrarsi al contraddittorio, ma è sufficiente la volontarietà della sua assenza). (Annulla con rinvio, Ass.App. Napoli, 07/06/2013)

Cassazione penale sez. I  23 ottobre 2014 n. 46010  

 

A norma dell'art. 526 c.p.p., sono utilizzabili ai fini della decisione tutte le prove acquisite nel dibattimento, comprese quelle non assunte in udienza ma comunque acquisite al fascicolo per il dibattimento, in quanto la loro legittima acquisizione ne comporta la utilizzabilità ai fini probatori. (Fattispecie relativa ad una nota dell'Ambasciata del Senegal in Italia, acquisita ex art. 507 c.p.p., contenente informazioni sulla autenticità di una patente di guida). (Rigetta, App. L'Aquila, 09/05/2013 )

Cassazione penale sez. II  10 ottobre 2014 n. 2471  

 

In caso di acquisizione mediante lettura nel corso del giudizio di primo grado delle dichiarazioni predibattimentali del teste divenuto irreperibile, l'imputato ha diritto alla rinnovazione dell'istruzione dibattimentale nel giudizio di appello al fine di dimostrare che il dichiarante è nuovamente reperibile solo se egli abbia dedotto specificamente tale fatto e se la prova di ciò è sopravvenuta o scoperta dopo il giudizio di primo grado. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto non viziata la sentenza impugnata che aveva rigettato la richiesta di rinnovazione della istruttoria dibattimentale con la quale l'imputato - sul presupposto che la irreperibilità dovesse essere accertata anche nel giudizio di secondo grado - si era limitato a chiedere che fossero nuovamente eseguite le ricerche del teste). (Dichiara inammissibile, App. Bologna, 13/07/2012 )

Cassazione penale sez. V  23 maggio 2014 n. 32954  

 

È manifestamente infondata la q.l.c. degli art. 192, 195, 526 e 271 c.p.p., per contrasto con gli art. 3, 24 e 111 cost. e l'art. 6 Cedu, nella parte in cui non prevedono che le indicazioni di reità e correità, rese nell'ambito di conversazioni intercettate, debbano essere corroborate da altri elementi di prova che ne confermino l'attendibilità, come avviene per le chiamate in reità o correità rese dinanzi all'autorità giudiziaria o alla polizia giudiziaria, e nella parte in cui non prevedono l'inutilizzabilità di tali dichiarazioni qualora il soggetto, indicato quale fonte informativa nella conversazione intercettata, si avvalga poi della facoltà di non rispondere. (In motivazione, la S.C. ha escluso la possibilità di equiparare, ai fini predetti, il chiamante in reità o correità - ovvero un soggetto che, nel rendere dichiarazioni accusatorie nel corso di un interrogatorio, può essere mosso da intenti calunniatori od opportunistici - al conversante, il quale è animato dalla volontà di scambiare liberamente opinioni con il proprio interlocutore salvo che non risulti accertata l'intenzione dei loquenti, nella consapevolezza dell'intercettazione in corso, di far conoscere all'autorità giudiziaria informazioni finalizzate ad accusare taluno di un reato). (Rigetta in parte, App. Reggio Calabria, 19/07/2012 )

Cassazione penale sez. VI  20 febbraio 2014 n. 25806  

 

Le dichiarazioni predibattimentali rese dall'imputato anteriormente all'entrata in vigore dell'art. 26 comma 2 l. n. 63 del 2001 sono utilizzabili nei confronti dello stesso dichiarante, poiché il discrimine per l'applicazione della normativa processuale sopravvenuta va individuato, in base al principio "tempus regit actum", nel momento dell'assunzione della prova e non in quello della sua valutazione, sicché nessun effetto preclusivo può esplicare, in relazione al combinato disposto degli art. 513 comma 1 e 526 c.p.p., la circostanza che l'interrogatorio si sia svolto senza l'osservanza delle prescrizioni di cui al novellato art. 64 c.p.p.. (Rigetta, App. Messina, 14/11/2012 )

Cassazione penale sez. II  08 novembre 2013 n. 7029  

 

La violazione dell'obbligo sancito dall'art. 511 c.p.p. di dare lettura degli atti contenuti nel fascicolo per il dibattimento ovvero di indicare quelli utilizzabili ai fini della decisione non è causa di nullità, non essendo specificamente sanzionata in tal senso e non essendo inquadrabile in alcuna delle cause generali di nullità previste dall'art. 178 c.p.p.; né può dare luogo a inutilizzabilità, poiché sia l'art. 191 che l'art. 526 c.p.p. sanzionano l'illegittimità dell'acquisizione della prova, e quindi i vizi di un'attività che logicamente e cronologicamente si distingue e precede quella della lettura o dell'indicazione. Rigetta, Trib. Bergamo, 22/09/2011

Cassazione penale sez. III  17 ottobre 2013 n. 45305  

 

In tema di letture delle dichiarazioni rese in fase di indagine ex art. 512 c.p.p. da persona residente in Italia (ma lo stesso vale per le dichiarazioni rese da persona residente all'estero ex art. 512 bis c.p.p.), deve ritenersi, alla luce delle norme costituzionali e convenzionali in materia di giusto ed equo processo, che l'"imprevedibilità" dell'esame testimoniale in dibattimento sopravvenuta alle iniziali dichiarazioni rese dalla stessa senza contraddittorio con l'imputato, non possa essere ravvisata nella sua volontaria irreperibilità, poiché il requisito dell'imprevedibilità deve essere inteso in senso oggettivo e assoluto, come postula il rispetto dell'art. 111 cost. e dell'art. 6 Cedu, fondanti il divieto posto dall'art. 526 comma 1 bis c.p.p. Per l'effetto, il richiamato quadro normativo, costituzionale, convenzionale e procedurale converge sull'esigenza che il presupposto legittimante la lettura e, dunque, il recupero della dichiarazione costituita in assenza di contraddittorio, sia "accertato" e che la ragione dell'irripetibilità dell'atto sia "oggettiva": quanto al primo, l'accertamento deve svolgersi in modo completo ed esaustivo, restando escluso un metodo puramente presuntivo; quanto al secondo, è importante verificare che la causa impediente la reiterazione dichiarativa sia "oggettiva", vale a dire legata a fatti materiali e non riconducibile alla libera volontà del soggetto dichiarante.

Cassazione penale sez. I  19 aprile 2013 n. 34603



 
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