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Codice proc. penale agg.  al  17 Apr 2015
 
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Art. 527 cod. proc. penale: Deliberazione collegiale

1. Il collegio, sotto la direzione del presidente, decide separatamente le questioni preliminari non ancora risolte e ogni altra questione relativa al processo. Qualora l’esame del merito non risulti precluso dall’esito della votazione, sono poste in decisione le questioni di fatto e di diritto concernenti l’imputazione e, se occorre, quelle relative all’applicazione delle pene e delle misure di sicurezza nonché quelle relative alla responsabilità civile.

2. Tutti i giudici enunciano le ragioni della loro opinione e votano su ciascuna questione qualunque sia stato il voto espresso sulle altre. Il presidente raccoglie i voti cominciando dal giudice con minore anzianità di servizio e vota per ultimo. Nei giudizi davanti alla corte di assise votano per primi i giudici popolari, cominciando dal meno anziano per età.

3. Se nella votazione sull’entità della pena o della misura di sicurezza si manifestano più di due opinioni, i voti espressi per la pena o la misura di maggiore gravità si riuniscono a quelli per la pena o la misura gradatamente inferiore, fino a che venga a risultare la maggioranza. In ogni altro caso, qualora vi sia parità di voti, prevale la soluzione più favorevole all’imputato.


Giurisprudenza annotata

Deliberazione collegiale

La norma di diritto positivo codificata dagli art. 76, comma 4, c. proc. amm. e art. 276, comma 2, c.p.c. (v., altresì, art. 527, comma 1, c.p.p.) stabilisce che nella decisione della causa, il giudice procede secondo un ordine che antepone le questioni pregiudiziali a quelle di merito, con conseguente necessità di esaminare, in via pregiudiziale, le questioni che mettono in discussione la legittimazione e l'interesse a ricorrere della ricorrente principale, indipendentemente dalla legittimità o meno dell'aggiudicazione conseguita dalla controinteressata, poiché, in una logica di giurisdizione di diritto soggettivo, è prioritario stabilire se chi propone una domanda di tutela ne abbia titolo, e se la domanda risponda a un suo interesse concreto e attuale. (Riforma parzialmenteTarFriuli-Venezia Giulia, Trieste, sez. I, n. 253/2014).

Consiglio di Stato sez. VI  20 ottobre 2014 n. 5168  

 

La partecipazione alla decisione di un consigliere assente al momento della trattazione e quindi la diversa composizione del collegio giudicante rispetto a quello dinnanzi al quale si è svolto il dibattimento, comporta la nullità, insanabile e rilevabile d'ufficio, della decisione per irregolare composizione del collegio giudicante (ex art. 51 r.d. n. 37 del 1934 e art. 525, 527 e 544 c.p.p.).

Cons. Naz.le Forense  24 ottobre 2003 n. 308  

 

Il presidente dell'ordine può assumere la funzione di relatore nel procedimento disciplinare essendo il presidente stesso un componente del consiglio, a nulla rilevando l'eventualità che il relatore dovrebbe votare per primo e il presidente per ultimo. Per l'adozione della decisione disciplinare in caso di parità di voti deve applicarsi, ex art. 51, r.d. n. 37 del 1934, l'art. 527 c.p.p. per il quale il presidente deve votare per ultimo e in caso di parità il suo voto non vale doppio ma prevale la soluzione più favorevole all'incolpato. L'omessa indicazione dei testi nell'atto di citazione non determina la nullità del procedimento se i testi siano stati comunque indicati nella deliberazione di apertura del procedimento disciplinare, e i due atti siano stati notificati insieme. In assenza del segretario titolare del consiglio dell'ordine, le funzioni di segretario possono essere svolte da qualsiasi altro consigliere componente del C.d.O. Non determina nullità del procedimento disciplinare l'omesso giuramento dei testimoni; l'art. 48 r.d.l. n. 1578 del 1933 prevede infatti nei confronti dei testimoni l'applicazione degli art. 358 e 359 c.p.p., e non l'obbligatorietà del giuramento, essendo il procedimento davanti al C.d.O. di carattere amministrativo e non giurisdizionale.

Cons. Naz.le Forense  20 settembre 2000 n. 92  

 

Il principio di immutabilità del giudice, sancito dall'art. 527 comma 2 c.p.p., riguarda l'effettivo svolgimento dell'intera attività dibattimentale, ed in particolare le acquisizioni probatorie, la risoluzione di questioni incidentali, le decisioni interinali inerenti all'oggetto del giudizio e simili, restandone esclusa l'attività relativa a provvedimenti ordinatori miranti solo all'ordinato svolgimento del processo, senza avere valenza sul giudizio (ad esempio sospensione o rinvio del dibattimento). Ne consegue che il giudice il quale decide sulla richiesta delle prove, ammettendole o negandone l'ammissione, non può non essere lo stesso che delibera la sentenza.

Cassazione penale sez. IV  08 maggio 1996 n. 8411  

 

A norma dell'art. 240 bis, disp. att. e coord. c.p.p., in materia penale la sospensione dei termini processuali, al di fuori dei casi particolari espressamente indicati, opera sempre, senza alcuna distinzione per la fase delle indagini preliminari, cosicché deve ritenersi che nella sospensione rientrano anche i termini, sull'attività del perito, contemplati nell'art. 527 c.p.p., la cui natura processuale è resa palese sia dal fatto che oggettivamente si collocano nel procedimento, inerendo all'incidente probatorio, sia dalla circostanza che le parti sono interessate a seguire le operazioni peritali. Conseguentemente è inapplicabile la disposizione dell'art. 8 della legge n. 319 del 1980, secondo cui l'onorario del perito o del consulente tecnico va ridotto di un quarto nel caso in cui non venga osservato il termine di 90 giorni per il deposito della relazione, quando, in considerazione della sospensione dei termini processuali, non sussista ritardo.

Cassazione civile sez. I  26 giugno 1995 n. 7214



 
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