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Codice proc. penale agg.  al  17 Apr 2015
 
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Art. 529 cod. proc. penale: Sentenza di non doversi procedere

1. Se l’azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita, il giudice pronuncia sentenza di non doversi procedere indicandone la causa nel dispositivo.

2. Il giudice provvede nello stesso modo quando la prova dell’esistenza di una condizione di procedibilità è insufficiente o contraddittoria.


Giurisprudenza annotata

Sentenza di non doversi procedere

Deve essere dichiarata inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 529 c.p.p., sollevata in riferimento agli artt. 2, 3, 24 e 111 della Costituzione, nella parte in cui non prevede una formula di proscioglimento per la 'particolare tenuità del fatto', simmetrica ed analoga a quella prevista, per i soli procedimenti penali di competenza del giudice di pace, dall'art. 34 del d.lg. 28 agosto 2000, n. 274.

Corte Costituzionale  03 marzo 2015 n. 25  

 

In presenza di un decreto di archiviazione si realizza una limitata preclusione all'esercizio dell'azione penale, con la conseguenza che, qualora il p.m. abbia esercitato l'azione penale in ordine al medesimo fatto per il quale sia stata precedentemente disposta l'archiviazione senza la previa autorizzazione del giudice alla riapertura delle indagini, va pronunciata sentenza di non doversi procedere ex art. 529 c.p.p. in quanto l'azione non doveva essere iniziata.

Tribunale Monza  03 ottobre 2011

 

Nell'udienza preliminare il giudice, in presenza di elementi che risultano insufficienti o contraddittori, non deve decidere pro reo come se fosse applicabile il parametro degli art. 529 - 531 c.p.p.; la sentenza di non luogo a procedere trova la sua radice in un compendio probatorio non modificabile nel dibattimento (confermata nella specie la sentenza di non luogo a procedere emessa dal g.i.p. relativamente ad alcuni reati contestati ai titolari di agenzie di pompe funebri, ai loro dipendenti e ai necrofori, atteso che la inconsistenza - non la mera insufficienza - degli elementi a sostegno del teorema accusatorio non potevano essere colmata con ulteriori indagini o il vaglio dibattimentale).

Cassazione penale sez. III  20 settembre 2011 n. 41409  

 

Ai fini della valutazione della sussistenza del reato di deturpamento e imbrattamento non rileva la pretesa natura artistica dei graffiti realizzati. Piuttosto, alla stregua della costante giurisprudenza relativa al problema della distinzione del reato di cui all'art. 639 c.p. dalla fattispecie comune di danneggiamento di cui all'art. 635 c.p., il giudizio sulla tipicità del fatto non può prescindere dalla fisionomia estetica e dalla nettezza che sono state attribuite al bene dal proprietario o, in generale, da chi ne ha legittimamente la disponibilità. Pertanto, in applicazione di tali criteri interpretativi, qualora la condotta criminosa sia stata realizzata su beni che avevano una loro ben precisa fisionomia estetica, non può ritenersi evidente, ai sensi dell'art. 129 c.p.p., la non configurabilità del reato di deturpamento e imbrattamento. Se l'autore di tali graffiti è riuscito ad ottenere un riconoscimento nel mondo dell'arte, questo non esclude che il reato sia stato commesso, tanto più che il legislatore, con il recente intervento riformatore dell'art. 639 c.p., non ha certo colto l'occasione per chiarire che il carattere "artistico" dell'opera esclude il reato secondo il modello di tipizzazione del fatto di cui all'art. 529 c.p., ma al contrario ha confermato ed aggravato la scelta sanzionatoria operata dalla norma incriminatrice.

Tribunale Milano sez. VI  12 luglio 2010 n. 8297  

 

Il dispositivo della decisione che conclude il giudizio d'appello - proposto contro la sentenza di primo grado pronunciata all'esito di giudizio abbreviato - deve essere letto in udienza camerale, non dissimilmente, del resto, da quanto desumibile per il giudizio abbreviato svoltosi in primo grado dalla lettura coordinata degli art. 441 e 442 c.p.p. (in particolare, laddove quest'ultimo richiama gli art. 529 e ss. c.p.p.); e ciò senza che in senso contrario possano trarsi argomenti dall'art. 599 c.p.p., che a sua volta richiama "le forme" previste dall'art. 127 c.p.p., giacché l'uso di tale locuzione è da ritenere riferita proprio alle modalità di celebrazione del procedimento, ma non alla sua decisione la cui forma resta quella richiamata dall'art. 442 c.p.p. e la cui applicazione nel giudizio di appello è imposta dall'art. 598 c.p.p. che rende applicabili al giudizio di appello le disposizioni relative al giudizio di primo grado. (La Corte ha comunque chiarito che l'eventuale mancata lettura del dispositivo non è causa di nullità, ma si risolve in una mera irregolarità, che produce peraltro effetti giuridici perché impedisce il decorso del termine di impugnazione di cui al comma 3 dell’art. 545 c.p.p.).

Cassazione penale sez. un.  21 gennaio 2010 n. 12822  

 

L'art. 25 c.c.n.l. comparto ministeri 16 maggio 1995, secondo il quale il procedimento disciplinare sospeso è riattivato entro centottanta giorni da quando l'amministrazione ha avuto notizia della sentenza definitiva, si interpreta nel senso che detto termine decorra dalla conoscenza, in capo all'amministrazione medesima, del provvedimento decisorio completo di motivazione e non solo del suo estratto, posto che le categorie giuridiche della sentenza e dell'estratto della sentenza di condanna sono, a termini di diritto processuale penale, del tutto differenti, così come, fra l'altro, emerge dalla lettera degli art. 425, 444, 448, 529 e 548 c.p.p. (Cassa App. Milano 2 agosto 2005 n. 569 e decide nel merito).

Cassazione civile sez. lav.  06 febbraio 2008 n. 2772  

 

In tema di contratti collettivi del lavoro di pubblico impiego privatizzato, posto che è possibile denunziarne in cassazione la violazione o falsa applicazione, ai sensi dell'art. 63, comma 5, del d.lg. n. 165 del 2001, il giudice di legittimità deve procedere alla diretta interpretazione degli stessi secondo i criteri dettati dagli art. 1362 ss. c.c. facendo innanzitutto riferimento al significato letterale delle espressioni usate e, quando esso risulti univoco, non utilizzando il ricorso ad ulteriori criteri interpretativi, atteso che questi ultimi esplicano soltanto una funzione sussidiaria e complementare laddove una clausola si presti a diverse e contrastanti interpretazioni. (Nella specie, relativa all'interpretazione dell'art. 25 del c.c.n.l. - Comparto ministeri - del 16 maggio 1995, la S.C., cassando la sentenza impugnata e decidendo nel merito, ha ritenuto che la norma secondo la quale il procedimento disciplinare sospeso è riattivato entro 180 giorni da quando l'amministrazione ha avuto notizia della sentenza definitiva si interpreta nel senso che detto termine decorra dalla conoscenza, in capo all'amministrazione medesima, del provvedimento decisorio completo di motivazione e non solo del suo estratto, posto che le categorie giuridiche della sentenza e dell'estratto della sentenza di condanna sono, a termini di diritto penale, del tutto differenti, così come, fra l'altro, emerge dalla lettera degli art. 425, 444, 448, 529 e 548 c.p.p.).

Cassazione civile sez. lav.  06 febbraio 2008 n. 2772  

 

In tema di prescrizione del risarcimento del danno prodotto dalla circolazione dei veicoli, l'applicazione della seconda parte del comma 3 dell'art. 2947 c.c. - ai sensi della quale il termine breve di prescrizione di due anni decorre dalla data in cui la sentenza penale è divenuta irrevocabile - esige che deve trattarsi non di qualsivoglia sentenza penale ma solo di sentenze che non dichiarano l'estinzione del reato per prescrizione e, cioè, di sentenze di condanna nonché di assoluzione per motivi diversi dalla predetta estinzione; peraltro, poiché a norma dell'art. 648, comma 1, c.p.p., sono irrevocabili le sentenze pronunciate in giudizio contro le quali non è ammessa impugnazione diversa dalla revisione, l'irrevocabilità di una sentenza penale non dipende dal suo contenuto, ma discende solo dal fatto che essa sia stata pronunziata in giudizio e non sia impugnabile, per cui la qualità della irrevocabilità delle sentenze penali investe sia quelle di condanna che di proscioglimento (art. 529 c.p.p., sentenze di proscioglimento, e art. 530 c.p.p., sentenze di assoluzione).

Cassazione civile sez. III  30 ottobre 2007 n. 22883  

 

In tema di revisione, l'art. 631 c.p.p. prevede che gli elementi in base ai quali si chiede la revisione debbano, a pena di inammissibilità della domanda, essere tali da dimostrare, "se accertati", che il condannato deve essere prosciolto a norma degli art. 529, 530 e 531 c.p.p. Pertanto, l'autorità giudiziaria, nella prima fase del procedimento, deve svolgere unicamente una sommaria delibazione degli elementi di prova addotti, finalizzata alla verifica dell'eventuale sussistenza di un'infondatezza che, in quanto definita come "manifesta" (art. 634 c.p.p.). deve essere rilevabile "ictu oculi", senza necessità di approfonditi esami. Mentre è soltanto nel successivo giudizio di merito che gli elementi posti a fondamento della domanda devono essere sottoposti a un'indagine volta ad accertarne la concreta sussistenza. In altri termini, la valutazione preliminare sulla richiesta non può mai consistere in un'anticipazione dell'apprezzamento di merito riservato al vero e proprio giudizio di revisione, da svolgersi nel contraddittorio delle parti, dovendo il giudice di merito, nel corso della fase rescindente che si concluda con la pronuncia in ordine all'ammissibilità della domanda, limitare il proprio compito alla valutazione in astratto, e non in concreto, della sola idoneità dei nuovi elementi dedotti a dimostrare, ove accertati, che il condannato, attraverso il completo riesame di tutte le prove, unitamente a quelle nuove prodotte, debba essere prosciolto.

Cassazione penale sez. IV  15 marzo 2007 n. 18350



 
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