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Codice proc. penale agg.  al  15 Apr 2015
 
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Art. 533 cod. proc. penale: Condanna dell’imputato

1. Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio. Con la sentenza il giudice applica la pena e le eventuali misure di sicurezza.

2. Se la condanna riguarda più reati, il giudice stabilisce la pena per ciascuno di essi e quindi determina la pena che deve essere applicata in osservanza delle norme sul concorso di reati e di pene o sulla continuazione . Nei casi previsti dalla legge il giudice dichiara il condannato delinquente o contravventore abituale o professionale o per tendenza.

3. Quando il giudice ritiene di dover concedere la sospensione condizionale della pena o la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, provvede in tal senso con la sentenza di condanna.

3-bis. Quando la condanna riguarda procedimenti per i delitti di cui all’articolo 407, comma 2, lettera a), anche se connessi ad altri reati, il giudice può disporre, nel pronunciare la sentenza, la separazione dei procedimenti anche con riferimento allo stesso condannato quando taluno dei condannati si trovi in stato di custodia cautelare e, per la scadenza dei termini e la mancanza di altri titoli, sarebbe rimesso in libertà.


Giurisprudenza annotata

Condanna dell'imputato

Ai sensi dell'art. 533, comma 1, del c.p.p., il giudice pronuncia sentenza di condanna "al di là di ogni ragionevole dubbio" quando il dato probatorio acquisito lascia fuori soltanto eventualità remote, pur astrattamente formulabili e prospettabili come possibili in rerum natura,ma la cui effettiva realizzazione, nella fattispecie concreta, risulti priva del benché minimo riscontro nelle emergenze processuali, ponendosi al di fuori dell'ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana.

Cassazione penale sez. III  22 gennaio 2014 n. 13966  

 

Il principio dell'"oltre ogni ragionevole dubbio", introdotto nell'art. 533 c.p.p. dalla l. n. 46 del 2006, non ha mutato la natura del sindacato della Corte di cassazione sulla motivazione della sentenza e non può, quindi, essere utilizzato per valorizzare e rendere decisiva la duplicità di ricostruzioni alternative del medesimo fatto, eventualmente emerse in sede di merito e segnalate dalla difesa, una volta che tale duplicità sia stata oggetto di attenta disamina da parte del giudice dell'appello. Rigetta, Ass.App. Napoli, 01/12/2011

Cassazione penale sez. V  28 gennaio 2013 n. 10411  

 

Il principio dell' "oltre ogni ragionevole dubbio", introdotto formalmente dalla l. n. 46 del 2006, che ha modificato l'art. 533 c.p.p. e che impone al giudice di giungere alla condanna solo se è possibile escludere ipotesi alternative dotate di razionalità e plausibilità, non può valere a far sì che sia la Cassazione a valorizzare e rendere decisiva la duplicità di ricostruzioni alternative del medesimo fatto, eventualmente emersa nella sede del merito e segnalata dalla difesa, una volta che tale eventuale duplicità sia stata il frutto di un'attenta e completa disamina da parte del giudice dell'appello, il quale abbia operato una scelta, sorreggendola con una motivazione rispettosa dei canoni della logica e della esaustività.

Cassazione penale sez. V  28 gennaio 2013 n. 10411  

 

Le motivazioni delle sentenze dei due gradi di merito costituiscono una sola entità alla quale occorre fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione. La locuzione "oltre ogni ragionevole dubbio" è stata recepita, nel testo del novellato art. 533 c.p.p., quale parametro cui conformare la valutazione della prova inerente all'affermazione di responsabilità dell'imputato.

Cassazione penale sez. II  20 novembre 2012 n. 12983

 

In tema di prova, come affermato in giurisprudenza la regola dell' "oltre il ragionevole dubbio" formalizzata nell'art. 533 c.p.p impone di pronunciare condanna quando il dato probatorio acquisito lascia fuori solo eventualità remote, pur astrattamente formulabili e prospettabili come possibili in rerum natura, ma la cui concreta realizzazione nella fattispecie in esame non trova il benché minimo riscontro nelle emergenze processuali, ponendosi al di fuori dell'ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana.

Corte assise La Spezia  30 ottobre 2012 n. 2  

 

In materia di stupefacenti, la destinazione ad un uso non esclusivamente personale configura elemento costitutivo del reato, che deve essere accertato senza possibilità alcuna di attribuire una rilevanza privilegiata agli indici di valutazione legalmente prefigurati che sono espunti dalla descrizione del fatto sostanziale punito per essere più correttamente ricondotti al distinto piano della valutazione della prova; detto esito passa dalla doverosa presa d’atto che la presunzione di innocenza dell’imputato, di cui all’art. 27, comma 2 cost. (e art. 6, comma 2 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali), impone un modello di accertamento del fatto pieno, fondato sulla regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio (cfr. art. 533, comma 1 c.p.p.), che legittima la condanna dell’imputato solo se tutti gli elementi costitutivi del reato risultano provati in positivo. Ciò non esclude la rilevanza e piena utilizzabilità della prova indiziaria, governata dall’art. 192, comma 2 c.p.p., ma comporta il ripudio sia di un sistema di prove legali a carico sia di mezzi presuntivi di accertamento, sia pure iuris tantum, che consente la prova contraria a carico della difesa, che comunque implica un’inammissibile inversione dell’onere probatorio.

Tribunale Rovereto  15 marzo 2012

 

Le risultanze probatorie, quand'anche di natura indiziaria, devono essere valutate in base al principio stabilito dall'art. 533 c.p.p. e non secondo un criterio di probabilità. La condizione richiesta da tale norma per pervenire a una pronuncia di condanna non consente, dunque, di formulare una convinzione in termini di probabilità: per emettere una pronuncia di condanna non è, cioè, sufficiente che le probabilità dell'ipotesi accusatoria siano maggiori di quelle della ipotesi difensiva, neanche quando siano notevolmente più numerose, ma è necessario che ogni spiegazione diversa dall'ipotesi accusatoria sia, secondo un criterio di ragionevolezza, niente affatto plausibile. In ogni altro caso si impone l'assoluzione dell'imputato.

Corte assise appello Perugia  15 dicembre 2011 n. 4  

 

La regola dell' "al di là di ogni ragionevole dubbio", introdotta dalla legge n. 46 del 2006, che ha modificato l'art. 533 cod. proc. pen., impone al giudice un metodo dialettico di verifica dell'ipotesi accusatoria secondo il criterio del "dubbio", con la conseguenza che il giudicante deve effettuare detta verifica in maniera da scongiurare la sussistenza di dubbi interni (ovvero la autocontraddittorietà o la sua incapacità esplicativa) o esterni alla stessa (ovvero l'esistenza di una ipotesi alternativa dotata di razionalità e plausibilità pratica). Rigetta, Ass.App. Milano, 28 settembre 2010

Cassazione penale sez. I  24 ottobre 2011 n.



 
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