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Codice proc. penale agg.  al  9 Apr 2015
 
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Art. 570 cod. proc. penale: Impugnazione del pubblico ministero

1. Il procuratore della Repubblica presso il tribunale e il procuratore generale presso la corte di appello possono proporre impugnazione, nei casi stabiliti dalla legge, quali che siano state le conclusioni del rappresentante del pubblico ministero. Il procuratore generale può proporre impugnazione nonostante l’impugnazione o l’acquiescenza del pubblico ministero presso il giudice che ha emesso il provvedimento.

2. L’impugnazione può essere proposta anche dal rappresentante del pubblico ministero che ha presentato le conclusioni.

3. Il rappresentante del pubblico ministero che ha presentato le conclusioni e che ne fa richiesta nell’atto di appello può partecipare al successivo grado di giudizio quale sostituto del procuratore generale presso la corte di appello. La partecipazione è disposta dal procuratore generale presso la corte di appello qualora lo ritenga opportuno. Gli avvisi spettano in ogni caso al procuratore generale.


Giurisprudenza annotata

Impugnazione del pubblico ministero

Il magistrato del p.m. legittimato alla proposizione dell'impugnazione, ai sensi dell'art. 570 comma 2 c.p.p., è quello che ha presentato le conclusioni, senza che possano avere incidenza limitante di tale potere fattori successivi di natura oggettiva o soggettiva. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittimamente proposto l'appello da un magistrato dell'ufficio di procura che, dopo avere rassegnato le conclusioni in udienza, era stato applicato in altro ufficio di procura). Annulla in parte con rinvio, App. Milano, 18/05/2012

Cassazione penale sez. VI  22 ottobre 2013 n. 45203  

 

La violazione di disposizioni relative alla concreta individuazione del rappresentante della pubblica accusa nel procedimento non integra la nullità prevista dall'art. 178 lett. b) c.p.p., una volta che colui che è chiamato a svolgere tali funzioni sia comunque soggetto investito delle relative attribuzioni e che sia garantita la partecipazione del suddetto organo al procedimento medesimo. (Fattispecie relativa all'esercizio delle funzioni di p.m. nel giudizio d'appello da parte di un sostituto Procuratore della Repubblica presso il tribunale designato senza l'osservanza delle disposizioni dettate in materia di applicazione e in assenza dei presupposti per procedere ai sensi dell'art. 570 comma 3 c.p.p.). Rigetta, Ass.App. Milano, 21/06/2011

Cassazione penale sez. V  04 ottobre 2012 n. 754  

 

In tema di patteggiamento, l'accordo delle parti sulla pena non può essere oggetto di recesso, sicché è inammissibile l'impugnazione del procuratore generale fondata su censure che si risolvono in un recesso dall'accordo, non potendosi riconoscere ad altro ufficio del p.m., nonostante la sovra-ordinazione gerarchica e la titolarità di un autonomo potere di impugnazione, un potere che non spetta alle parti. Infatti, il procuratore generale, pur non essendo partecipe dell'accordo ed essendo titolare, a norma dell'art. 570 c.p.p., di un autonomo potere di impugnazione, non può far valere per il solo p.m. una sorta di "ripensamento", che non è consentito all'imputato e che non può essere oggetto di discriminazione tra le parti del negozio processuale. L'impugnazione, invece, è consentita solo allorquando l'accordo recepito in sentenza si ponga in contrasto con specifiche disposizioni normative e si configuri, pertanto, come illegale. (Nella specie, è stato dichiarato inammissibile il ricorso del procuratore generale che si doleva, in particolare, del riconoscimento in sede di patteggiamento dell'ipotesi attenuata di ricettazione di cui all'art. 648, comma 2, c.p.).

Cassazione penale sez. II  05 dicembre 2008 n. 46983

 

Non costituisce causa di nullità ex art. 178, comma 1, lett. b), c.p.p., ma soltanto una mera irregolarità, la partecipazione al giudizio d'appello, pur in assenza di taluna delle condizioni stabilite dall'art. 570, comma 3, c.p.p., del rappresentante del p.m. che abbia presentato le conclusioni in primo grado.

Cassazione penale sez. V  04 marzo 2008 n. 26027

 

Ai fini della legittima partecipazione al giudizio di secondo grado, ai sensi dell'art. 570 comma 3 c.p.p., del rappresentante del p.m. che ne abbia fatto richiesta, avendo presentato le conclusioni in primo grado, la condizione costituita dall'avvenuta proposizione del gravame è da ritenere soddisfatta anche quando il gravame stesso venga successivamente dichiarato inammissibile (principio affermato, nella specie, con riguardo ad appello incidentale del p.m. che, in quanto proposto avverso sentenza pronunciata all'esito di giudizio abbreviato, era stato dichiarato inammissibile).

Cassazione penale sez. V  04 marzo 2008 n. 26027  

 

È legittima la partecipazione al giudizio di secondo grado, ex art. 570 comma terzo, cod. proc. pen., del rappresentante del Pubblico Ministero che abbia presentato le conclusioni in primo grado, abbia proposto appello e ne abbia fatto richiesta, ancorché successivamente l'appello sia dichiarato inammissibile, considerato che il legislatore non richiede che, a tal fine, l'impugnazione proposta sia fondata o ammissibile, ma semplicemente che essa sia proposta, e che la sussistenza dei detti requisiti deve essere valutata con riferimento al momento in cui viene adottato il provvedimento autorizzatorio da parte del Procuratore Generale. Annulla in parte senza rinvio, App. Potenza, 18 Maggio 2006

Cassazione penale sez. V  04 marzo 2008 n. 26027

 

Il principio stabilito dall'art. 570, comma primo cod. proc. pen., secondo cui il procuratore della Repubblica presso il tribunale e il procuratore generale presso la corte d'appello possono proporre impugnazione quali che siano state le conclusioni del rappresentante del pubblico ministero, trova applicazione, atteso il suo carattere generale, anche per l'impugnazione delle ordinanze cautelari. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso l'inammissibilità dell'appello presentato ai sensi dell'art. 310 cod. proc. pen. dal P.M. avverso l'ordinanza con la quale il giudice delle indagini preliminari, su parere favorevole dello stesso ufficio del P.M., aveva sostituito la misura cautelare della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari) Rigetta, Trib. lib. Ancona, 2 Ottobre 2007

Cassazione penale sez. VI  25 febbraio 2008 n. 30891

 

In tema di impugnazione, il principio di tassatività soggettiva previsto dall’art. 568 comma 3 c.p.p. impone di ritenere che, in mancanza di una espressa previsione attributiva, il potere di gravame non può essere esercitato dal vice procuratore onorario che ha presentato le conclusioni in udienza. (In motivazione la Corte ha precisato che la norma dell’art. 71 ord. giud., nel riconoscere al vice procuratore onorario le funzioni specificatamente attribuite dalla legge, non può intendersi riferita al disposto dell’art. 570 comma 2 c.p.p., norma che disciplina i poteri di impugnazione del p.m. Togato).

Cassazione penale sez. V  08 febbraio 2005 n. 11962

 

Il magistrato applicato, a norma dell'art. 110 comma 1 r.d. 30 gennaio 1941 n. 12 e successive modifiche (c.d. ordinamento giudiziario), alla procura generale della Repubblica presso la Corte d'appello, è da considerare incardinato, a tutti gli effetti di legge, per l'intera durata dell'applicazione, in detto ufficio e pertanto, a differenza di quello che abbia solo preso parte al giudizio di appello ai sensi dell'art. 570 comma 3 c.p.p., è legittimato a proporre ricorso per cassazione avverso la sentenza di secondo grado, a nulla rilevando l'eventuale inosservanza - in quanto sprovvista di sanzione processuale - dei criteri di organizzazione dell'ufficio come stabiliti dalla tabella approvata dal Consiglio superiore della magistratura (nella specie, con riferimento all'attribuzione del compito di redigere i motivi di impugnazione delle sentenze di appello).

Cassazione penale sez. un.  30 ottobre 2003 n. 45276  

 

In tema di impugnazioni, il sostituto procuratore che non sia stato p.m. d'udienza e non sia stato esplicitamente delegato dal procuratore della Repubblica può legittimamente proporre appello, poiché l'art. 570 c.p.p. va interpretato come accrescitivo e non limitativo dei poteri di rappresentanza del p.m. che abbia presentato le conclusioni, conferendogli una propria legittimazione all'impugnazione che resta dilatata ad ogni possibile soluzione e non vincolata alle conclusioni assunte.

Cassazione penale sez. VI  07 febbraio 2003 n. 18357

 

In base alla norma dell'art. 570 c.p.p. nei procedimenti previsti dall'art. 51 comma 3 bis c.p.p. la legittimazione ad appellare va riconosciuta al procuratore distrettuale e, nel caso in cui quest'ultimo si sia avvalso della facoltà prevista dal comma 3 ter del citato art. 51 c.p.p., anche al rappresentante del p.m. presso il giudice competente che ha presentato le conclusioni nel dibattimento di primo grado. (La Corte nel motivare la decisione ha precisato che alla conclusione riportata non può opporsi che la delega di cui al comma 3 ter, essendo prevista solo per il dibattimento, non sarebbe idonea a conferire al p.m. delegato per l'udienza alcun autonomo potere di impugnazione, in quanto la legittimazione ad impugnare deriva direttamente dal comma 2 dell'art. 570 c.p.p. che non prevede deroghe nei procedimenti di cui al comma 3 bis del citato art. 51 c.p.p.).

Cassazione penale sez. I  05 maggio 1999 n. 8777  

 

Nei procedimenti relativi ai reati indicati nell'art. 51 comma 3 bis c.p.p., la legittimazione a proporre appello avverso la sentenza di primo grado spetta, in base al principio generale stabilito dall'art. 570 comma 2 c.p.p., oltre che al procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo di distretto, anche al rappresentante del pubblico ministero presso il giudice competente, il quale sia stato designato ai sensi del comma 3 ter del citato art. 51 ed abbia presentato le conclusioni.

Cassazione penale sez. I  05 maggio 1999 n. 8777

 

Il procuratore generale presso la corte d'appello non è legittimato a proporre ricorso per cassazione avverso provvedimenti emessi in sede di esecuzione, in quanto nel concetto di parte usato nell'art. 570 comma 1 c.p.p. non può comprendersi la procura generale rimasta estranea al procedimento di esecuzione, riferendosi l'espressione usata ai concreti protagonisti della dialettica processuale del procedimento specifico, e non ad altri soggetti rimasti estranei a quella fase processuale.

Cassazione penale sez. I  02 febbraio 1999 n. 943  

 

La legittimazione all'impugnazione del p.m. è disciplinata esclusivamente dall'art. 570 c.p.p. in connessione con l'art 594 per l'appello ed all'art. 608 per il ricorso per cassazione. Tali norme non sono state modificate in occasione dell'introduzione nel nostro ordinamento delle direzioni distrettuali antimafia. Pertanto contro le sentenze pronunziate in I grado da un tribunale periferico per uno dei delitti indicati dall'art. 51 comma 3 bis c.p.p. l'appello può essere proposto dal procuratore della Repubblica presso quel tribunale o dal procuratore generale presso la Corte d'appello. Qualora l'accusa al dibattimento avanti al tribunale periferico venga rappresentata da magistrato appartenente alla direzione distrettuale antimafia, questi è legittimato ad impugnare ai sensi dell'art. 570 comma 2 c.p.p. Analogamente, qualora l'accusa al dibattimento venga rappresentata dal sostituto procuratore presso il tribunale periferico designato ai sensi dell'art. 51 comma 3 ter c.p.p., egli è legittimato all'impugnazione ai sensi del medesimo art. 570 comma 2 c.p.p.

Corte appello Napoli  03 settembre 1998

 

Gli art. 51 e 570 c.p.p., 2 e 70 r.d. 30 gennaio 1941 n. 12 valgono a costituire un sistema per il quale il potere di impugnazione del p.m. è collegato alle funzioni esercitate in via permanente dal giudice che ha emesso il provvedimento da impugnarsi; e le deroghe a tale criterio dettate dagli art. 570 comma 3 e 311 comma 1 c.p.p. costituiscono eccezioni non suscettibili di estensione analogica. (Fattispecie relativa a ricorso per cassazione proposto da procuratore distrettuale antimafia avverso decisione della Corte d'appello su dichiarazione di ricusazione da lui stesso presentata nei confronti di presidente di corte d'assise; nell'enunciare il principio di cui in massima, la S.C. ha dichiarato inammissibile il ricorso, per carenza di legittimazione del ricorrente, ritenendo del tutto irrilevante la circostanza che l'organo della pubblica accusa fosse parte nel procedimento incidentale instaurato con la dichiarazione di ricusazione e che avesse interesse a veder accolta la dichiarazione stessa).

Cassazione penale sez. I  10 giugno 1998 n. 3404  



 
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