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Codice proc. penale agg.  al  9 Apr 2015
 
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Art. 597 cod. proc. penale: Cognizione del giudice di appello

1. L’appello attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti.

2. Quando appellante è il pubblico ministero:

a) se l’appello riguarda una sentenza di condanna, il giudice può, entro i limiti della competenza del giudice di primo grado, dare al fatto una definizione giuridica più grave, mutare la specie o aumentare la quantità della pena, revocare benefici, applicare, quando occorre, misure di sicurezza e adottare ogni altro provvedimento imposto o consentito dalla legge;

b) se l’appello riguarda una sentenza di proscioglimento, il giudice può pronunciare condanna ed emettere i provvedimenti indicati nella lettera a) ovvero prosciogliere per una causa diversa da quella enunciata nella sentenza appellata;

c) se conferma la sentenza di primo grado, il giudice può applicare, modificare o escludere, nei casi determinati dalla legge, le pene accessorie e le misure di sicurezza.

3. Quando appellante è il solo imputato, il giudice non può irrogare una pena più grave per specie o quantità, applicare una misura di sicurezza nuova o più grave, prosciogliere l’imputato per una causa meno favorevole di quella enunciata nella sentenza appellata né revocare benefici, salva la facoltà, entro i limiti indicati nel comma 1, di dare al fatto una definizione giuridica più grave, purché non venga superata la competenza del giudice di primo grado.

4. In ogni caso, se è accolto l’appello dell’imputato relativo a circostanze o a reati concorrenti, anche se unificati per la continuazione, la pena complessiva irrogata e’ corrispondentemente diminuita.

5. Con la sentenza possono essere applicate anche di ufficio la sospensione condizionale della pena, la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale e una o più circostanze attenuanti; può essere altresì effettuato, quando occorre, il giudizio di comparazione a norma dell’articolo 69 del codice penale.


Giurisprudenza annotata

Cognizione del giudice di appello

Anche in presenza della sola impugnazione dell'imputato, non costituisce violazione del divieto di "reformatio in peius" la nuova e più grave qualificazione giuridica data al fatto dal giudice dell'appello, quando da essa consegua, ferma restando la pena irrogata, un più grave trattamento penitenziario. (Nella specie, la Corte ha affermato che non rientrano nel divieto ex art. 597, comma terzo cod. proc. pen. gli eventuali riflessi negativi in sede esecutiva derivanti dalla riqualificazione unitaria delle originarie imputazioni di furto e resistenza ad un pubblico ufficiale nel reato di rapina impropria). (Dichiara inammissibile, App. Bologna, 18/04/2013 )

Cassazione penale sez. II  16 gennaio 2015 n. 2884  

 

In sede di impugnazione, la disposizione di cui all'art. 597, comma 1, c.p.p., attribuisce gli stessi poteri del primo giudice al giudice d'appello, con la conseguenza che questi - fermo restando il limite del divieto di "reformatio in peius" - non è vincolato da quanto prospettato dall'appellante, ma può affrontare, relativamente ai punti della decisione cui si riferiscono i motivi di gravame, tutte le questioni enucleabili all'interno dei punti medesimi, accogliendo o rigettando il gravame in base ad argomentazioni proprie o diverse da quelle dell'appellante. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che legittimamente il giudice di appello, nel valutare il motivo di appello dell'imputato attinente all'attendibilità della persona offesa, abbia ritenuto erroneamente attribuito, durante il giudizio di primo grado, alla persona offesa la veste di testimone assistito pur a fronte di mancata impugnazione, da parte del p.m., dell'ordinanza con cui tale veste era stata appunto assegnata).

Cassazione penale sez. II  09 gennaio 2015 n. 4123  

 

La decisione con cui il giudice di rinvio liquida in favore della parte civile non impugnante una somma di denaro maggiore rispetto a quella indicata nella sentenza annullata limitatamente ai criteri seguiti per la quantificazione del danno su ricorso del solo imputato, è in contrasto con il divieto di "reformatio in peius", con il principio devolutivo previsto dall'art. 597, comma primo, cod. proc. pen., e con le regole processuali che disciplinano l'azione civile nel processo penale. (Annulla senza rinvio, App. Trieste, 17/04/2013 )

Cassazione penale sez. I  30 ottobre 2014 n. 50709  

 

Non rientra nell'ambito della disciplina di cui all'art. 597, comma 3, c.p.p. la previsione della possibile diversità del termine di prescrizione del reato, conseguente alla diversa e più grave qualificazione giuridica del fatto contestato operata nella sentenza di appello rispetto a quella data dal giudice di primo grado. (In motivazione la Corte ha precisato che il divieto di "reformatio in pejus" riguarda il solo trattamento sanzionatorio, in senso stretto, stabilito in concreto dal giudice). (Rigetta, App. Messina, 07/10/2013 )

Cassazione penale sez. VI  16 luglio 2014 n. 32710  

 

Non costituisce violazione del divieto di "reformatio in pejus" previsto dall'art. 597, comma 3, c.p.p., il fatto che il giudice d'appello, su impugnazione del solo imputato, pur accogliendo le richieste di riconoscimento di determinate attenuanti e di prevalenza delle stesse sulle aggravanti, abbia tuttavia confermato, nella ritenuta sussistenza del vincolo della continuazione fra tutti i reati di cui l'imputato era stato dichiarato responsabile, la pena complessiva irrogata dal giudice di primo grado, previa rideterminazione della pena base per il reato ritenuto più grave in misura superiore a quella che quel giudice aveva erroneamente fissato restando al di sotto del minimo edittale.

Cassazione penale sez. II  20 giugno 2014 n. 29017  

 

Ai fini dell'individuazione dell'ambito di cognizione attribuito al giudice di secondo grado dall'art. 597, comma 1, c.p.p., per punto della decisione deve ritenersi quella statuizione della sentenza che può essere considerata in modo autonomo, non anche le argomentazioni esposte in motivazione, che riguardano il momento logico e non già quello decisionale del procedimento. Ne deriva che, in ordine alla parte della sentenza suscettibile di autonoma valutazione che riguarda una specifica questione decisa in primo grado, il giudice dell'impugnazione può pervenire allo stesso risultato cui è pervenuto il primo giudice anche sulla base di considerazioni e argomenti diversi da quelli considerati dal primo giudice o alla luce di dati di fatto non valutati in primo grado, senza, con ciò, violare il principio dell'effetto parzialmente devolutivo dell'impugnazione. (Rigetta, App. Bologna, 05/12/2012 )

Cassazione penale sez. V  15 maggio 2014 n. 40981  

 

Non viola il divieto di "reformatio in peius" ex art. 597 comma 3 c.p.p. il giudice di rinvio che, individuata la violazione più grave ex art. 81 comma 2 c.p. in conformità a quanto stabilito nella sentenza della Corte di cassazione, pronunciata su ricorso del solo imputato, apporti per uno dei reati in continuazione un aumento maggiore rispetto a quello ritenuto dal primo giudice, pur non irrogando una pena complessivamente maggiore. (A supporto della decisione, la Corte ha, tra l'altro, valorizzato il disposto dell'art. 597 comma 4 c.p.p., laddove se ne è tratto il convincimento che il legislatore ha preso in considerazione, come termine di riferimento e vincolo per il nuovo giudice, soltanto la pena complessiva e non certo i singoli segmenti - o passaggi di giudizio - che hanno concorso a determinare quella pena, così accreditando la logica che il nuovo giudizio sul punto conta solo, agli effetti di interesse, nel suo approdo conclusivo).

Cassazione penale sez. un.  27 marzo 2014 n. 16208  

 

Non viola il divieto di reformatio in peius previsto dall'art. 597 c.p.p. il giudice dell'impugnazione che, quando muta la struttura del reato continuato (come avviene se la regiudicanda satellite diventa quella più grave o cambia la qualificazione giuridica di quest'ultima), apporta per uno dei fatti unificati dall'identità del disegno criminoso un aumento maggiore rispetto a quello ritenuto dal primo giudice, pur non irrogando una pena complessivamente maggiore.

Cassazione penale sez. un.  27 marzo 2014 n. 16208  



 
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