codice-proc-penale
Codice proc. penale agg.  al  8 Mag 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 648 cod. proc. penale: Irrevocabilità delle sentenze e dei decreti penali

1. Sono irrevocabili le sentenze pronunciate in giudizio contro le quali non è ammessa impugnazione diversa dalla revisione.

2. Se l’impugnazione è ammessa, la sentenza è irrevocabile quando è inutilmente decorso il termine per proporla o quello per impugnare l’ordinanza che la dichiara inammissibile. Se vi è stato ricorso per cassazione, la sentenza è irrevocabile dal giorno in cui è pronunciata l’ordinanza o la sentenza che dichiara inammissibile o rigetta il ricorso.

3. Il decreto penale di condanna è irrevocabile quando è inutilmente decorso il termine per proporre opposizione o quello per impugnare l’ordinanza che la dichiara inammissibile.


Giurisprudenza annotata

Irrevocabilità delle sentenze e dei decreti penali

Il ricorso straordinario per errore di fatto, ex art. 625 bis c.p.p., è un mezzo di impugnazione straordinario che consente la rescissione delle decisione definitiva solo nell'ipotesi di suo accoglimento, per cui in caso di rigetto o di inammissibilità del ricorso la sentenza di legittimità impugnata resta definitiva a norma dell'art. 648 comma 2 c.p.p. Dichiara inammissibile, Cass., 08/11/2012

Cassazione penale sez. VI  29 novembre 2013 n. 49877  

 

In tema di azioni di recupero dei dazi "a posteriori", qualora l'obbligazione doganale tragga origine da un fatto-reato, indipendentemente dal tipo di provvedimento conclusivo adottato dall'autorità giudiziaria, il termine triennale previsto dall'art. 221 par. 3 del Regolamento Consiglio CEE 12 ottobre 1992, n. 2913 (e dagli artt. 84, comma primo, del d.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43 ed 11, comma quinto, del d.lgs. 8 novembre 1990, n. 374) per il recupero del dazio, inizia a decorrere (ai sensi dell'art. 221, par. 4 del codice doganale comunitario e dell'art. 84, comma terzo, del d.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43) dalla data in cui l'accertamento compiuto dal giudice penale deve intendersi definito, e dunque se trattasi di provvedimenti destinati ad acquistare efficacia di giudicato dal momento in cui divengono irrevocabili ai sensi dell'art. 648 cod. proc. pen., o, in ogni altro caso, dalla data della pubblicazione (artt. 409 e 411 cod. proc. pen.). Cassa con rinvio, Comm. Trib. Reg. Milano, 01/06/2009

Cassazione civile sez. trib.  04 aprile 2013 n. 8322

 

In tema di ragionevole durata del processo, il termine semestrale per proporre la richiesta di equo indennizzo, ai sensi dell'art. 4 l. 24 marzo 2001 n. 89, comincia a decorrere dal momento in cui è divenuta irrevocabile da decisione che ha concluso il procedimento della cui durata ragionevole ci si duole. Ne deriva che nel caso di un procedimento penale in cui la sentenza di primo grado sia stata appellata dal solo P.M. e poi sia intervenuta rinuncia all'impugnazione, il termine di cui all'art. 4 della legge n. 89 cit. inizia a decorrere non dalla lettura del dispositivo che dichiara l'inammissibilità dell'impugnazione ma dal momento in cui sono trascorsi i termini, previsti dall'art. 585 cod. proc. pen., per impugnare la sentenza in parola, in quanto solo in quel momento quest'ultima decisione diviene irrevocabile ex art. 648 c.p.p..

Cassazione civile sez. I  13 luglio 2010 n. 16432  

 

Il p.m. è legittimato a proporre ricorso per cassazione avverso il decreto penale di condanna, in base alla previsione dell'art. 111, comma 7 cost., in ragione del contenuto decisorio del merito che lo caratterizza e dell'assimilazione operata dal codice di rito del decreto di condanna alla sentenza di condanna. L'impugnazione è peraltro proponibile fino a che il decreto di condanna non sia diventato irrevocabile (e lo è, a norma dell'art. 648, comma 3, c.p.p., quando è inutilmente decorso il termine per proporre opposizione o quello per impugnare l'ordinanza che la dichiara inammissibile) o che nei confronti dello stesso non sia stata proposta opposizione: nel primo caso, infatti, si esauriscono i poteri del giudice della cognizione, mentre nel secondo il provvedimento è destinato comunque a essere posto nel nulla. Inoltre, l'impugnazione, laddove proponibile, per essere ammissibile deve essere proposta nei termini di legge: secondo le regole generali, nel termine di trenta giorni (art. 585, comma 1, lett. b), c.p.p.), che decorre dall'avvenuta comunicazione del provvvedimento al pubblico ministero richiedente. (Fattispecie nella quale la Corte ha così dichiarato ammissibile il ricorso con il quale il p.m. si lamentava della mancata applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida con il decreto penale di condanna per il reato di cui all'art. 186 c.strad. e, per l'effetto, ha annullato "in parte qua" il decreto penale rinviando, per la statuizione sul punto, al giudice per le indagini preliminari).

Cassazione penale sez. IV  06 marzo 2008 n. 15710  

 

In tema di prescrizione del risarcimento del danno prodotto dalla circolazione dei veicoli, l'applicazione della seconda parte del comma 3 dell'art. 2947 c.c. - ai sensi della quale il termine breve di prescrizione di due anni decorre dalla data in cui la sentenza penale è divenuta irrevocabile - esige che deve trattarsi non di qualsivoglia sentenza penale ma solo di sentenze che non dichiarano l'estinzione del reato per prescrizione e, cioè, di sentenze di condanna nonché di assoluzione per motivi diversi dalla predetta estinzione; peraltro, poiché a norma dell'art. 648, comma 1, c.p.p., sono irrevocabili le sentenze pronunciate in giudizio contro le quali non è ammessa impugnazione diversa dalla revisione, l'irrevocabilità di una sentenza penale non dipende dal suo contenuto, ma discende solo dal fatto che essa sia stata pronunziata in giudizio e non sia impugnabile, per cui la qualità della irrevocabilità delle sentenze penali investe sia quelle di condanna che di proscioglimento (art. 529 c.p.p., sentenze di proscioglimento, e art. 530 c.p.p., sentenze di assoluzione).

Cassazione civile sez. III  30 ottobre 2007 n. 22883  

 

Va disposta la restituzione al giudice rimettente degli atti relativi alle questioni di legittimità costituzionale dell'art. 175, comma 2, c.p.p., nonché degli artt. 461, comma 1, e 648, comma 3, c.p.p., censurati, in riferimento all'art. 111, comma 5, Cost., il primo, nella parte in cui non prevede la restituzione nel termine per proporre opposizione a decreto penale nel caso in cui la mancata conoscenza effettiva del provvedimento sia dovuta a colpa del destinatario, il secondo e il terzo, nella parte in cui fanno decorrere i termini per l'opposizione e per la conseguente irrevocabilità del decreto penale dalla mera notificazione del provvedimento e non già dall'effettiva conoscenza di esso. Infatti, successivamente all'emanazione dell'ordinanza di rimessione, è intervenuto il d.l. 21 febbraio 2005 n. 17, conv., con modif., in l. 22 aprile 2005 n. 60, che ha modificato l'art. 175, comma 2, c.p.p., indicando nuovi presupposti per la restituzione nel termine, sicché, alla luce di tale sopravvenienza normativa, che incide in modo evidente sull'oggetto del giudizio di costituzionalità, si impone una nuova valutazione circa la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione.

Corte Costituzionale  26 gennaio 2007 n. 16  

 

Dalla lettura del combinato disposto degli art. 648, comma 2, e 591, comma 2, c.p.p., si evince che la sentenza diviene automaticamente irrevocabile nel caso in cui l'impugnazione non sia affatto proposta, dovendosi attendere la pronuncia del giudice dell'impugnazione nel caso in cui la pronuncia venga proposta tardivamente, ai fini della declaratoria di irrevocabilità. Detto principio, però, non opera laddove il processo si trovi nella fase esecutiva (che inizia con l'emissione dell 'ordine di carcerazione), dovendosi in tal caso ritenere che competente a decidere sulla irrevocabilità della sentenza e, quindi, sulla esecutività del titolo, è il giudice dell'esecuzione.

Corte appello L'Aquila  28 settembre 2006

 

La sentenza dí non luogo a procedere non impugnata e non più soggetta ad impugnazione, pur non essendo ricompresa fra quelle assistite dal giudicato formale ai sensi degli art. 648-649 c.p.p., determina una efficacia preclusiva "rebus sic stantibus" e pertanto si risolve nel divieto per il giudice di riesaminare la regiudicanda sulla base del medesimo compendio probatorio già delibato; quando poi tale sentenza è stata emessa per estinzione del reato, l'effetto preclusivo è irreversibile, al pari di quello di cui all'art. 649 c.p.p., non potendosi configurare, neppure in via ipotetica, la sopravvenienza di presupposti per un nuovo esercizio dell'azione penale. L'esercizio dell'azione penale è impedito per il medesimo fatto, sia pure diversamente qualificato e contro la medesima persona. L'effetto preclusivo di improcedibilità, peraltro, opera sino alla sua rimozione mediante revoca, anche in relazione a diverso titolo di reato, quando il fatto nei suoi elementi nucleari (condotta per i reati formali, qualificata altresì dall'oggetto materiale per i reati di evento), sia il medesimo di quello già giudicato. (Nella fattispecie, ritenuta l'identità dei fatti, è stata pronunciata sentenza ex art. 649 c.p.p. nei confronti di alcuni imputati del reato di bancarotta fraudolenta per dissipazione in quanto nei confronti degli stessi era stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere per il reato societario di indebita restituzione dei conferimenti).

Ufficio Indagini preliminari Milano  21 marzo 2006



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti