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Codice proc. penale agg.  al  10 Mag 2015
 
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Art. 653 cod. proc. penale: Efficacia della sentenza penale

1. La sentenza penale irrevocabile di assoluzione ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche autorità quanto all’accertamento che il fatto non sussiste o non costituisce illecito penale ovvero che l’imputato non lo ha commesso.

1-bis. La sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche autorità quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso.


Giurisprudenza annotata

Efficacia della sentenza penale nel giudizio disciplinare

L'accertamento della sussistenza del fatto contenuto in una sentenza penale irrevocabile di condanna ex art. 653 comma 1 bis, c.p.p. ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alla p.a.; il che a dire che i fatti compiutamente accertati nella sede penale vanno assunti nel procedimento disciplinare senza che sugli stessi l'Amministrazione possa procedere a nuovi e separati accertamenti, trattandosi di dati irremovibili, dovendo la p.a. procedere solo all'autonoma e discrezionale valutazione della loro rilevanza sotto il profilo disciplinare.

T.A.R. Napoli (Campania) sez. VI  13 gennaio 2015 n. 164  

 

Al fine di irrogare al pubblico dipendente una sanzione disciplinare non occorre che sul procedimento penale avviato per i medesimi fatti a lui imputati si sia formato il giudicato di condanna, essendo vero il contrario e cioè che, ai sensi dell'art. 653 c.p.p., per escludere la veridicità dei fatti assunti a fondamento del procedimento disciplinare occorre un giudicato assolutorio circa l'insussistenza del fatto o la mancata commissione dello stesso da parte del dipendente pubblico e, invece, nelle rimanenti ipotesi di conclusione del giudizio, per le quali non si è giunti ad una condanna in conseguenza dell'intervento di cause di prescrizione o di altre cause di estinzione del reato, non si ha un giudicato sulla commissione dei fatti di carattere assolutorio e l'Amministrazione può legittimamente utilizzare a fini istruttori gli accertamenti effettuati nella sede penale senza doverli ripetere, salva la possibilità del dipendente di addurre elementi ed argomenti che, qualora dotati di oggettivo spessore e valenza, devono essere adeguatamente ponderati. E', pertanto, pacifica, anche in caso di sentenza di prescrizione del reato, la possibilità per l'Amministrazione di valutare ai fini disciplinari i fatti oggettivamente emersi a carico del dipendente penalmente prosciolto.

T.A.R. Roma (Lazio) sez. II  08 gennaio 2015 n. 146  

 

Nell'ipotesi di assoluzione con sentenza irrevocabile perché il fatto non costituisce reato, il giudicato penale, ai sensi dell'art. 653 c.p.p. (come modificato dalla l. n. 97 del 2001, art. 1) non preclude in sede disciplinare una autonoma valutazione del fatto stesso, in quanto l'illecito penale e quello disciplinare operano su piani differenti e ben può un determinato comportamento del dipendente rilevare sotto il profilo disciplinare, anche se lo stesso non è punito dalla legge penale, fermo restando il solo limite dell'immutabilità dell'accertamento dei fatti nella loro materialità, così come compiuto dal giudice penale (3).

T.A.R. Napoli (Campania) sez. VI  03 dicembre 2014 n. 6310  

 

La sentenza penale irrevocabile di assoluzione perché il fatto non sussiste implica che nessuno degli elementi integrativi della fattispecie criminosa (nella specie, l'intervenuta contraffazione di un testamento olografo) sia stato provato ed, entro questi limiti, esplica efficacia di giudicato nel giudizio civile, sempreché la parte nei cui confronti l'imputato intende farla valere si sia costituita, quale parte civile, nel processo penale, dovendosi far riferimento, per delineare l'ambito di operatività della sentenza penale e la sua idoneità a provocare gli effetti preclusivi di cui agli artt. 652, 653 e 654 cod. proc. pen., non solo al dispositivo, ma anche alla motivazione. Rigetta, App. Venezia, 11/09/2008

Cassazione civile sez. II  25 settembre 2014 n. 20252  

 

Premesso che, a norma dell'art. 653, comma 1- bis, c.p.p., la sentenza penale irrevocabile di condanna esplica efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare quanto all'accertamento della sussistenza del fatto e della sua illiceità penale ed all'affermazione che l'imputato lo ha commesso, con conseguente preclusione di ogni correlativo potere di differente valutazione della rilevanza penale del fatto in questione in sede disciplinare, la valutazione in ordine alla gravità dei fatti addebitati in relazione all'applicazione di una sanzione disciplinare e, dunque, in ordine al rapporto tra l'infrazione e il fatto, costituisce espressione di larga discrezionalità amministrativa, non sindacabile dal giudice della legittimità, se non sub specie di eccesso di potere nelle sue varie forme sintomatiche, quali la manifesta illogicità, la manifesta irragionevolezza, l'evidente sproporzionalità e il travisamento. Conferma Trga , Bolzano, n. 250/2013.

Consiglio di Stato sez. VI  08 agosto 2014 n. 4237  

 

Al fine di comminare al pubblico dipendente una sanzione disciplinare non occorre che sul procedimento penale pendente per i medesimi fatti a lui imputati si sia formato il giudicato di condanna, essendo vero il contrario, e cioè che, ai sensi dell'art. 653 c.p.p., per escludere la veridicità dei fatti assunti a fondamento del procedimento disciplinare occorre un giudicato assolutorio circa l'insussistenza del fatto o la mancata commissione dello stesso da parte del dipendente pubblico, mentre nelle rimanenti ipotesi di conclusione del giudizio, per le quali non si giunga ad una condanna, in conseguenza dell'intervento di cause di prescrizione o di altre cause di estinzione del reato, non si ha un giudicato sulla commissione dei fatti di carattere assolutorio, e l'Amministrazione può legittimamente utilizzare a fini istruttori gli accertamenti effettuati nella sede penale senza doverli ripetere, salva la possibilità del dipendente di addurre elementi ed argomenti che, qualora dotati di oggettivo spessore e valenza, devono essere adeguatamente ponderati. (AnnullaTarCampania, Salerno, sez. I, n. 1 del 2013).

Consiglio di Stato sez. III  02 luglio 2014 n. 3324  

 

L'art. 445 comma 1 bis c.p.p., nel disporre che salvo quanto previsto dall'art. 653, la sentenza prevista dall'art. 444, comma 2 non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi, si riferisce al contenuto della sentenza. L'inefficacia, peraltro, non si spinge fino alla finzione di considerare tamquam non esset la sentenza stessa, ai fini dell'art. 2947, comma 3, c.c., altro essendo l'effetto della sentenza, altro la considerazione della stessa come termine a quo della prescrizione.

Cassazione civile sez. III  16 giugno 2014 n. 13669  

 

Sussiste l'interesse dell'imputato ad impugnare la sentenza di assoluzione con la formula "perché il fatto non costituisce reato", al fine di ottenere la più ampia formula liberatoria "perché il fatto non sussiste" o "perché l'imputato non l'ha commesso", e ciò perché, a parte le conseguenze di natura morale, l'interesse giuridico risiede nei diversi e più favorevoli effetti che gli art. 652 e 653 c.p.p., connettono al secondo tipo di dispositivi nei giudizi civili o amministrativi di risarcimento del danno e nel giudizio disciplinare, a fronte degli effetti pregiudizievoli in tali giudizi derivanti dalla formula assolutoria.

Cassazione penale sez. IV  27 febbraio 2014 n. 10511  

 

A norma degli artt. 445 e 653 c.p.p., le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento) hanno efficacia di giudicato nei giudizi disciplinari che si svolgono davanti alle pubbliche autorità, e quindi anche in quelli che riguardano gli avvocati,quanto all'accertamento del fatto, alla sua illiceità penale e all'affermazione della responsabilità penale dell'imputato; infatti, la sentenza di patteggiamento costituisce un elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscerne l'efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l'imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione. Pertanto la sentenza di applicazione di pena patteggiata, a prescindere dalla sua qualificazione come sentenza di condanna, presuppone pur sempre un'ammissione di colpevolezza ed esonera il giudice disciplinare dall'onere della prova.

Cassazione civile sez. un.  20 settembre 2013 n. 21591  

 

Ai fini della corretta applicazione dell'art. 653 c.p.p., non è affatto necessario operare una scissione tra contegni penalmente rilevanti e contegni non costituenti reato, con conseguente delimitazione solo a questi ultimi della potestà disciplinare. È semplicemente sufficiente escludere dall'ambito disciplinare i fatti la cui materiale insussistenza è stata accertata in sede penale, mentre nulla vieta di procedere ad una rinnovata valutazione di fatti accertati o, comunque, risultanti dal processo penale, posto che i presupposti delle rispettive responsabilità sono diversi e sussiste piena libertà dell'Amministrazione di valutare gli accadimenti, non essendo vincolata quest'ultima alle valutazioni riportate nella sentenza penale, specie nell'ipotesi in cui le stesse esprimano determinazioni riconducibili a finalità del tutto distinte rispetto a quelle del procedimento penale.

T.A.R. Roma (Lazio) sez. I  09 luglio 2013 n. 6799  

 

Il giudicato penale non preclude in sede disciplinare una rinnovata valutazione dei fatti accertata dal giudice penale, posto che sono diversi i presupposti delle rispettive responsabilità. Deve invero restare fermo il solo limite dell'immutabilità dell'accertamento dei fatti nella loro materialità operato dal giudice penale, cosicché, se è inibito all'Amministrazione di ricostruire l'episodio posto a fondamento dell'incolpazione in modo diverso da quello risultante dalla sentenza penale passata in giudicato, sussiste tuttavia piena libertà di valutare i medesimi accadimenti nell'ottica dell'illecito disciplinare, con la conseguenza che l'Amministrazione non è vincolata dalle valutazioni contenute nella sentenza penale laddove essere esprimano determinazioni riconducibili a finalità del tutto distinte rispetto a quelle del procedimento disciplinare. Dunque, la preclusione dell'azione disciplinare a seguito della sentenza penale irrevocabile di assoluzione, prevista dall'art. 653 c.p.p., si verifica allorché il giudice penale abbia accertato che lo stesso fatto per cui si procede in sede disciplinare non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso; altrimenti detto, non è consentito porre a fondamento dell'incolpazione fatti la cui insussistenza, nella loro materialità, è stata accertata dal giudice penale, così come non è consentito all'Amministrazione di ricostruire l'episodio posto a fondamento dell'incolpazione in modo diverso da quello risultante dalla sentenza penale passata in giudicato.

T.A.R. Roma (Lazio) sez. I  09 luglio 2013 n. 6799  

 

Ai sensi dell'art. 653 comma 1 c.p.p., nel testo emendato dall'art. 1, l. 27 marzo 2001 n. 97, la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche Autorità quanto all'accertamento che il fatto sussiste e che costituisce illecito penale ovvero che l'imputato lo ha commesso.

T.A.R. Perugia (Umbria) sez. I  06 giugno 2013 n. 331  

 

Secondo il pacifico orientamento giurisprudenziale, l'art. 653 c.p.p., nel disciplinare l'efficacia della sentenza penale nel giudizio disciplinare, riconosce efficacia di giudicato quanto all'accertamento del fatto e alla responsabilità dell'imputato esclusivamente alle sentenze penali irrevocabili di assoluzione e di condanna.

T.A.R. Milano (Lombardia) sez. I  25 marzo 2013 n. 773  

 

L'art. 653 c.p.p., nella parte in cui conferisce alla sentenza penale efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare, preclude l'esercizio dell'azione disciplinare solo qualora l'assoluzione sia stata pronunciata perché il fatto non sussiste o l'imputato non lo ha commesso, e non quando dalla sentenza penale di assoluzione discenda soltanto che il fatto non costituisce reato, atteso che in questo caso l'Amministrazione conserva il suo potere disciplinare in quanto l'illiceità penale e quella disciplinare operano su piani differenti, ben potendo un determinato comportamento del dipendente rilevare sotto il profilo disciplinare, anche se lo stesso non è punito dalla legge penale.

T.A.R. Napoli (Campania) sez. VI  07 marzo 2013 n. 1301  

 

È vero che la sentenza di patteggiamento è da ritenersi equiparata alla sentenza penale di condanna e che l'art. 653 comma 1 bis, c.p.p. stabilisce che "la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche autorità quanto all'accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all'affermazione che l'imputato lo ha commesso", ma ciò non elimina l'obbligo dell'Amministrazione di valutare i fatti accertati in sede penale al fine di stabilire se irrogare una sanzione disciplinare e di individuare la sanzione più adeguata al caso di specie (nella fattispecie, tale esame e valutazione non sono stati adeguatamente espletati dalla p.a., la quale sembra aver fatto scaturire la destituzione, quasi in modo automatico, dal precedente penale dell'interessato).

T.A.R. Roma (Lazio) sez. I  04 febbraio 2013 n. 1159  

 

L'art. 653 comma 1 c.p.p., nel testo emendato dall'art. 1, l. n. 97 del 2001, afferma che la sentenza penale irrevocabile di assoluzione ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche autorità quanto all'accertamento che il fatto non sussiste o non costituisce illecito penale ovvero che l'imputato non lo ha commesso; ciò significa che una questione disciplinare non può essere posta soltanto quando, in sede penale, abbia avuto luogo un proscioglimento con formula ampia, cioè quando i fatti esaminati nella sentenza penale sono definiti come storicamente inesistenti oppure la sentenza ricostruisce la condotta materiale o l'elemento psicologico in modo tale da collocare con sicurezza gli episodi esaminati al di fuori delle fattispecie disciplinari; lo stesso non può dirsi nel caso in cui si verta su fatti oggetto di procedimenti penali archiviati, in quanto il decreto di archiviazione esprime sì valutazioni afferenti al profilo penale, ma ciò non ne preclude l'apprezzamento in sede disciplinare.

T.A.R. Salerno (Campania) sez. I  07 gennaio 2013 n. 1  

 

A norma degli art. 445 e 653 c.p.p., come modificati dalla l. 27 marzo 2001 n. 97, la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti ha efficacia di giudicato — nei giudizi disciplinari che si svolgono davanti alle pubbliche autorità, e quindi anche in quelli che riguardano avvocati — quanto all'accertamento del fatto, alla sua illiceità penale e all'affermazione che l'imputato lo ha commesso; la stessa, però, non esplica alcuna efficacia in ordine alla valutazione sulla rilevanza del fatto e sulla personalità del suo autore sotto il profilo deontologico, essendo tale apprezzamento riservato al giudice disciplinare, in coerenza con quanto disposto dall'art. 5 del Codice deontologico forense. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione del Consiglio nazionale forense che, nell'applicare la sanzione della radiazione, aveva valutato la condotta dell'incolpato, giudicandone l'offensività in relazione ai principi supremi di giustizia e lealtà processuale ed ai valori di dignità, prestigio e decoro del medesimo professionista, degli altri colleghi coinvolti nella vicenda e dell'intera classe professionale, in piena autonomia rispetto al giudice penale il quale aveva concesso attenuati generiche e sospensione condizionale della pena escludendo il pericolo di recidiva).

Cassazione civile sez. un.  31 ottobre 2012 n. 18701  



 
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