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Codice proc. penale agg.  al  29 Apr 2015
 
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Art. 66 cod. proc. penale: Verifica dell’identita’ personale dell’imputato

1. Nel primo atto cui è presente l’imputato, l’autorità giudiziaria lo invita a dichiarare le proprie generalità e quant’altro può valere a identificarlo, ammonendolo circa le conseguenze cui si espone chi si rifiuta di dare le proprie generalità o le dà false.

2. L’impossibilità di attribuire all’imputato le sue esatte generalità non pregiudica il compimento di alcun atto da parte dell’autorità procedente, quando sia certa l’identità fisica della persona.

3. Le erronee generalità attribuite all’imputato sono rettificate nelle forme previste dall’articolo 130.


Giurisprudenza annotata

Verifica dell'identità dell'imputato

L'identificazione dell'autore del reato è di competenza esclusiva della polizia giudiziaria che non può essere sostituita da soggetti privati per gli accertamenti che è necessario eseguire ex art. 66 c.p.p.

Tribunale La Spezia  19 febbraio 2014 n. 173  

 

È illegittimo ma non abnorme il provvedimento con cui il giudice del dibattimento dichiari la nullità del decreto di citazione a giudizio e disponga restituzione degli atti al p.m. per accertamenti sull'identità dell'imputato. (In motivazione la Corte ha sottolineato che la regressione del procedimento non è caratterizzante di abnormità posto che l'atto del giudice è espressione di un potere riconosciutogli e non determina la stasi del procedimento). Annulla in parte senza rinvio, Trib. Rimini, 03/10/2012

Cassazione penale sez. II  14 novembre 2013 n. 48830  

 

L’identificazione di una persona ex art. 349 c.p.p. è un atto di polizia giudiziaria e come tale non può essere compiuto da chi non rivesta tale qualifica; il semplice controllo di un documento di identità da parte di soggetti terzi (nel caso di specie personale di un supermercato) non permette tutti gli ulteriori accertamenti possibili (ex art. 66 e 349 c.p.p.), né la verifica di autenticità del documento identificativo esibito dalla persona fermata; ne deriva che non si può ritenere certa l’identità tra la persona presunta autrice del tentato furto nel supermercato (che ha esibito il documento al personale del supermercato) e la persona poi tratta a giudizio, che quindi, andrà mandata assolta per non aver commesso il fatto.

Tribunale La Spezia  16 luglio 2013 n. 593  

 

Le sole dichiarazioni rese dall'imputato, privo di documenti e non fotosegnalato, alla polizia giudiziaria in ordine alle proprie generalità non sono sufficienti a fondare con sicurezza l'identificazione dello stesso, incombendo in tal caso alla polizia giudiziaria di procedere ai rilievi di cui all'art. 349, commi 2 e 2 bis, c.p.p. (Fattispecie di intervenuta sentenza di non doversi procedere perché l'azione penale non doveva essere esercitata per essere ignoto l'autore del reato). Rigetta, Trib. Firenze, 20 Ottobre 2008

Cassazione penale sez. III  11 maggio 2010 n. 22777  

 

Integra il delitto di cui all'art. 495 c.p. la falsa attestazione dell'indagato alla polizia giudiziaria - delegata dal p.m. all'interrogatorio del predetto - in ordine ai propri precedenti penali; né ha rilievo, a tal fine, la circostanza che l'art. 66 comma 1 c.p.p. limiti l'obbligo di rispondere del soggetto interrogato alla dichiarazione delle generalità e di quelle strettamente finalizzate alla sua identificazione, con esclusione, pertanto, della dichiarazione relativa ai precedenti penali, prevista dall'art. 21 disp. att. c.p.p., alla quale si può ben rifiutare di rispondere senza incorrere in responsabilità penale; tuttavia, qualora si risponda a tale domanda in modo contrario al vero ricorrono gli estremi del reato di cui all'art. 495 c.p. (Rigetta, App. Torino, 30 Novembre 2005)

Cassazione penale sez. V  06 marzo 2007 n. 18677  

 

L'art. 66 c.p.p. va interpretato nel senso che la mancata conoscenza delle esatte generalità del soggetto non impedisce l'esercizio dell'azione penale quando, mediante le altre modalità di identificazione quali rilievi antropometrici, dattiloscopici ecc. ecc. (art. 349 c.p.p.), sia possibile individuare con certezza la persona fisica alla quale deve addebitarsi il fatto.

Tribunale Milano sez. I  19 dicembre 2005

 

Al termine "identità fisica" della persona, di cui all'art. 66, comma 2, c.p.p., si deve attribuire il significato che l'espressione assumeva nell'art. 81 del codice di procedura previgente, e cioè quello di identità tra la persona nei cui confronti è stato instaurato il processo e quella che si giudica; pertanto, quando sia certa l'identità fisica della persona nei cui confronti è stata iniziata l'azione penale, risulta irrilevante, ai fini della prosecuzione del processo, l'incertezza nell'individuazione anagrafica della stessa, potendosi provvedere alla rettifica delle generalità, erroneamente attribuite, nelle forme prescritte dall'art. 130 c.p.p.

Cassazione penale sez. VI  23 novembre 2004 n. 81

 

L'identificazione dell'autore di un delitto è legittimamente possibile con la comparazione tra l'effigie riportata sul passaporto e le fattezze fisiche scaturenti da videoriprese, i cui risultati devono ritenersi rafforzati dall'impossibilità per lo stesso imputato di fornire un alibi o una ricostruzione alternativa dei fatti che lo provi estraneo alla vicenda, nonché dall'appartenenza del medesimo a gruppi di contestazione giovanile coinvolti negli scontri per cui si procede a giudizio (si tratta degli episodi criminosi posti in essere durante il corteo delle "tute bianche" nel corso dei giorni del G8 di Genova).

Tribunale Genova  03 gennaio 2003

 

In tema di identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini, l'art. 349 c.p.p., non impone - come si desume dalla espressione "può. ove occorra" - l'espletamento dei rilievi dattiloscopici, fotografici e antropometrici, così come il comma 4 della stessa disposizione non prevede come obbligatorio l'accompagnamento da esperirsi solo ove, quanto alla generalità fornite, sussistano elementi per ritenerne la falsità. Ne consegue che il mancato ricorso alle suddette modalità non comporta che sia ritenersi non identificato colui che abbia dato le proprie generalità, ancorché non successivamente rintracciato presso l'indirizzo indicato e che sulla scorta di ciò si debba pervenire alla declaratoria di "non doversi procedere per essere ignoti gli autori del reato". (Nella fattispecie il pretore aveva dichiarato non doversi procedere per essere ignoti gli autori del reato nei confronti dell'imputato che, fermato dalla polizia giudiziaria, si era limitato a declinare le proprie generalità, non essendo in possesso di documenti. Lo stesso era successivamente comparso a prestare l'interrogatorio espletato dalla p.g. su delega del p.m. La S.C. - in applicazione del principio di cui in massima - ha ritenuto che allorché l'attribuzione di generalità alla persona avvenga in un atto formale, espletato alla presenza del difensore di fiducia, una formula di proscioglimento non può essere fondata sui dubbi personali del giudice procedente il quale se del caso potrà disporre i relativi accertamenti).

Cassazione penale sez. II  26 aprile 2000 n. 8105  

 

Poiché con il ricorso "per saltum" non può essere denunciato il vizio della motivazione di cui all'art. 606 lett. e) c.p.p., deve essere convertita in appello, ai sensi dell'art. 569 comma 3 c.p.p., l'impugnazione del p.m. proposta direttamente in sede di legittimità avverso la sentenza di primo grado che ha assolto l'imputato con la formula "per non aver commesso il fatto", sul presupposto del mancato accertamento della sua reale identità; e ciò in quanto la violazione delle norme del codice di rito sulla identificazione dell'imputato o dell'indagato (art. 66 e 349) non comporta nessuna delle sanzioni processuali (nullità, inutilizzabilità, inammissibilità e decadenza) che devono caratterizzare, ai sensi dell'art. 606 lett. c) c.p.p., le disposizioni la cui violazione consente la denuncia degli errores in procedendo, ma si risolve bensì in un vizio di logicità della motivazione il quale non può essere dedotto davanti alla Corte di cassazione se non vi sia stato, per le sentenze appellabili, anche il secondo giudizio di merito. (Nella specie il ricorrente, dedotta la violazione degli art. 66 e 349 c.p.p., aveva altresì testualmente affermato che "l'illogica presunzione ventilata dal pretore stravolge i normali criteri di giudizio").

Cassazione penale sez. II  20 ottobre 1997 n. 10004  



 
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