codice-proc-penale
Codice proc. penale agg.  al  11 Mag 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 679 cod. proc. penale: Misure di sicurezza

1. Quando una misura di sicurezza diversa dalla confisca è stata, fuori dei casi previsti nell’articolo 312, ordinata con sentenza, o deve essere ordinata successivamente, il magistrato di sorveglianza, su richiesta del pubblico ministero o di ufficio, accerta se l’interessato è persona socialmente pericolosa e adotta i provvedimenti conseguenti, premessa, ove occorra, la dichiarazione di abitualità o professionalità nel reato. Provvede altresì, su richiesta del pubblico ministero, dell’interessato, del suo difensore o di ufficio, su ogni questione relativa nonchè sulla revoca della dichiarazione di tendenza a delinquere.

2. Il magistrato di sorveglianza sovraintende alla esecuzione delle misure di sicurezza personali.

 


Giurisprudenza annotata

Misure di sicurezza

Va rigettata la richiesta della Procura di abitualità a delinquere del reo allorquando il soggetto, nel frattempo detenuto, abbia mostrato in carcere un comportamento con, seppur piccoli, progressi volti al reinserimento nella società, facendo così venire meno il requisito della pericolosità sociale ex art. 679 c.p.p. che può legittimare applicazione misura di sicurezza.

Sezione Sorveglianza Milano  16 ottobre 2014 n. 8756  

 

Quando deve essere applicata una misura di sicurezza personale, successivamente alla pronuncia della sentenza di condanna, la decisione del magistrato di sorveglianza competente, è legittimamente emessa anche se fa seguito a domanda formulata da un Ufficio del Pubblico Ministero sprovvisto di competenza per territorio, posto che il magistrato di sorveglianza, a norma dell'art. 679 cod. proc. pen., procede in tale ipotesi anche "d'ufficio". (Rigetta, Trib.sorv. Palermo, 09/07/2013 )

Cassazione penale sez. I  23 settembre 2014 n. 3082  

 

Sono costituzionalmente illegittimi gli art. 666, comma 3, 678, comma 1, e 679, comma 1, c.p.p., nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento per l'applicazione delle misure di sicurezza si svolga, davanti al magistrato di sorveglianza e al tribunale di sorveglianza, nelle forme dell'udienza pubblica. Le disposizioni censurate, prevedendo che le misure di sicurezza siano applicate in esito ad un procedimento camerale senza la partecipazione del pubblico, violano l'art. 6, par. 1, della Cedu, nonché gli art. 111, comma 1, e 117, comma 1, cost., in quanto, nonostante il giudice sia chiamato ad esprimere un giudizio di merito, idoneo ad incidere in modo diretto, definitivo e sostanziale su un bene primario dell'individuo, costituzionalmente tutelato, quale la libertà personale, non contemplano la possibilità per le persone coinvolte nel procedimento di chiederne lo svolgimento in forma pubblica, così ledendo il principio avente valore costituzionale, anche in assenza di un esplicito richiamo in Costituzione, connaturato ad un ordinamento democratico di pubblicità delle udienze giudiziarie (sent. n. 12 del 1971, 212 del 1986, 50 del 1989, 69 del 1991, 373 del 1992, 348, 349 del 2007, 311 del 2009, 93 del 2010, 80, 113, 236 del 2011, 264 del 2012, 30 del 2014).

Corte Costituzionale  21 maggio 2014 n. 135  

 

Le norme della convenzione europea dei diritti dell'uomo, nel significato loro attribuito dalla Corte europea, integrano, quali "norme interposte", il parametro costituzionale espresso dall'art. 117 comma 1 cost. nella parte in cui impone la conformazione della legislazione interna ai vincoli derivanti dagli "obblighi internazionali". Ne deriva che, ove si profili un contrasto, non superabile a mezzo di una interpretazione "adeguatrice", fra una norma interna e una norma della convenzione europea, il giudice comune deve proporre una questione incidentale di legittimità costituzionale. Le conclusioni raggiunte dalla Corte europea rispetto al diritto alla pubblicità delle udienze sancito dall'art. 6, par. 1, della convenzione europea riguardo ai procedimenti per l'applicazione delle misure di prevenzione e per la riparazione dell'ingiusta detenzione non possono non valere anche in relazione al procedimento di applicazione delle misure di sicurezza da parte del magistrato di sorveglianza, regolato negli articoli 666, 678 e 679 c.p.p. Tale procedimento ha per oggetto la pericolosità effettiva dell'interessato e può condurre all'adozione di misure che comportano limitazioni di rilevante spessore della libertà personale.

Corte Costituzionale  21 maggio 2014 n. 135  

 

Sono costituzionalmente illegittimi, in riferimento agli art. 111, comma 1, e 117, comma 1, cost. gli art. 666, comma 3, 678, comma 1, e 679, comma 1, c.p.p., nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento per l'applicazione delle misure di sicurezza si svolga, davanti al magistrato di sorveglianza e al tribunale di sorveglianza, nelle forme dell'udienza pubblica.

Corte Costituzionale  21 maggio 2014 n. 135  

 

Va dichiarata l'illegittimità costituzionale degli art. 666, comma 3, 678, comma 1, e 679, comma 1, c.p.p., nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati, il procedimento per l'applicazione delle misure di sicurezza si svolga, davanti al magistrato di sorveglianza e al tribunale di sorveglianza, nelle forme dell'udienza pubblica, atteso che tali disposizioni confliggono con l'art. 117, comma 1, cost., ponendosi in contrasto - non superabile in via di interpretazione - con il principio di pubblicità dei procedimenti giudiziari, sancito dall'art. 6, par. 1, della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), e con l'art. 111, comma 1, cost., giacché la possibilità di svolgere in forma pubblica il procedimento in questione, almeno su richiesta degli interessati, risulterebbe indispensabile ai fini dell'attuazione di un "giusto processo", tenuto conto della gravità dei provvedimenti adottabili in esito al procedimento stesso, direttamente incidenti sulla libertà personale.

Corte Costituzionale  21 maggio 2014 n. 135  

 

La dichiarazione di abitualità nel reato non comporta l'esercizio di un potere discrezionale attribuito in via esclusiva al giudice di merito, giacché, qualora tale giudice abbia omesso di pronunciarsi, alla dichiarazione di abitualità nel reato può comunque provvedere, ai sensi dell'art. 679, comma 1, c.p.p., il magistrato di sorveglianza, al quale il legislatore ha affidato in via generale ogni questione concernente le misure di sicurezza (la cui applicazione costituisce uno degli effetti della dichiarazione di abitualità nel reato: si veda art. 109, comma 1, c.p.), con le uniche eccezioni della misura di sicurezza patrimoniale della confisca, demandata alla competenza del giudice dell'esecuzione ex art. 676 c.p.p., e dell'applicazione provvisoria di misure di sicurezza ex art. 312 c.p.p., demandata al giudice della fase procedimentale o processuale competente al momento della richiesta avanzata dal p.m. Proprio la possibilità di intervento del magistrato di sorveglianza esclude che il p.m. possa fare oggetto di impugnazione e, in particolare, di ricorso per cassazione l'omessa dichiarazione di abitualità da parte del giudice di merito, sulla base del principio che è carente di interesse a impugnare una decisione, pur in ipotesi erronea o carente, la parte in grado di porre comunque rimedio agli effetti della pronuncia. (Nella specie, la Corte ha così dichiarato inammissibile il ricorso del procuratore generale che si doleva dell'omessa dichiarazione di abitualità da parte del giudice di merito).

Cassazione penale sez. II  07 ottobre 2011 n. 48314  



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti