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Codice proc. penale agg.  al  10 Mag 2015
 
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Art. 743 cod. proc. penale: Deliberazione della corte di appello

1. La domanda di esecuzione all’estero di una sentenza di condanna a pena restrittiva della libertà personale non è ammessa senza previa deliberazione favorevole della corte di appello nel cui distretto fu pronunciata la condanna. A tale scopo il ministro di grazia e giustizia trasmette gli atti al procuratore generale affinché promuova il procedimento davanti alla corte di appello.

2. La corte delibera con sentenza, osservate le forme previste dall’articolo 127.

3. Qualora sia necessario il consenso del condannato, esso deve essere prestato davanti all’autorità giudiziaria italiana. Se il condannato si trova all’estero, il consenso può essere prestato davanti all’autorità consolare italiana ovvero davanti all’autorità giudiziaria dello Stato estero.

4. La sentenza è soggetta a ricorso per cassazione da parte del procuratore generale presso la corte di appello e dell’interessato.


Giurisprudenza annotata

Deliberazioni della corte di appello

Nel caso di domanda di esecuzione di una sentenza di condanna a pena detentiva in uno Stato con il quale vige la convenzione di Strasburgo sul trasferimento delle persone condannate (ratificata con l. n. 334 del 1988), alla Corte di Appello spetta solo l'accertamento delle condizioni che rendono legittimo il trasferimento ai sensi dell'art. 3 della convenzione medesima, restando invece preclusa la valutazione sull'idoneità dell'estradizione al reinserimento sociale del condannato. (In motivazione, la Corte ha osservato che le disposizioni in tema di esecuzione all'estero di sentenze penali italiane, di cui agli art. 742 e 743 c.p.p., trovano applicazione solo in assenza di norme internazionali che regolino diversamente la materia). (Annulla con rinvio, App. Napoli, 09/07/2013 )

Cassazione penale sez. VI  14 ottobre 2014 n. 44089

 

Sulla domanda di esecuzione all'estero di una sentenza a pena restrittiva della libertà, alla Corte d'appello compete non solo accertare la sussistenza delle condizioni che rendono legittimo il trasferimento all'estero del condannato, ma verificare l'esistenza dello stesso presupposto su cui l'istituto dell'esecuzione all'estero si fonda, cioè la possibilità, materiale e giuridica, che la pena inflitta da una sentenza di condanna italiana abbia esecuzione nello Stato estero richiesto, con la conseguenza che, se al momento della deliberazione prevista dall'art. 743 c.p.p. la pena inflitta non risulti eseguibile all'estero, legittimamente l'autorità giudiziaria adotta una deliberazione sfavorevole, in quanto la stessa convenzione europea sul trasferimento delle persone condannate diviene inapplicabile. (Nel caso di specie, si trattava di un condannato alla pena dell'ergastolo per gravi delitti collegati al terrorismo, la cui richiesta di esecuzione della condanna in Spagna era stata respinta dall'autorità giudiziaria italiana, in quanto i reati per cui era stato ritenuto colpevole sarebbero rientrati nell'amnistia concessa con la legge spagnola del 15 ottobre 1977 n. 46).

Cassazione penale sez. VI  02 novembre 2004 n. 47887  

 

La corte d'appello, nel deliberare, ai sensi dell'art. 743 c.p.p. e dell'art. 5 l. 3 luglio 1989, n. 257 (recante disposizioni per l'attuazione di convenzioni internazionali in materia di esecuzione di sentenze penali), sulla domanda di esecuzione all'estero di una condanna a pena restrittiva della libertà personale pronunciata in Italia, deve limitarsi a verificare, in punto di quantificazione di detta pena, se essa sia stata correttamente effettuata in applicazione della disciplina dettata dagli art. 9, 10 e 11 della convenzione di Strasburgo 21 marzo 1983, resa esecutiva in Italia con l. 25 luglio 1988, n. 334, rimanendo quindi escluso che possa, la stessa corte, adottare una decisione negativa sol perché la pena, se espiata all'estero, risulterebbe inferiore a quella da espiare in Italia.

Cassazione penale sez. I  17 marzo 1999 n. 2200  

 

La Corte d'appello, nel deliberare, ai sensi dell'art. 743 c.p.p. e dell'art. 5 l. 3 luglio 1989 n. 257 (recante disposizioni per l'attuazione di convenzioni internazionali in materia di esecuzione di sentenze penali), sulla domanda di esecuzione all'estero di una condanna a pena restrittiva della libertà personale pronunciata in Italia, deve limitarsi a verificare, in punto di quantificazione di detta pena, se essa sia stata correttamente effettuata in applicazione della disciplina dettata dagli art. 9, 10 e 11 della convenzione di Strasburgo 21 marzo 1983, resa esecutiva in Italia con l. 25 luglio 1988 n. 334, rimanendo quindi escluso che possa, la stessa Corte, adottare una decisione negativa sol perché la pena, se espiata all'estero, risulterebbe inferiore a quella da espiare in Italia.

Cassazione penale sez. I  17 marzo 1999 n. 2200  

 

Sulla domanda di esecuzione all'estero di una sentenza di condanna a pena restrittiva della libertà personale (art. 743 c.p.p.), alla corte di appello compete soltanto l'accertamento delle condizioni che rendono legittimo il trasferimento all'estero della persona condannata, mentre l'accordo di cooperazione in materia penale con lo Stato estero rientra nella competenza esclusiva del Ministro della giustizia. L'autorità giudiziaria deve limitarsi a statuire sulla sussistenza delle condizioni previste per il trasferimento del condannato (art. 3 convenzione di Strasburgo, 21 marzo 1983, ratificata con l. n. 334/88), sulla inesistenza di impedimenti all'esecuzione della condanna (art. 744 c.p.p.) e sulla adeguatezza della pena indicata dal Governo estero non rispetto alla sola condanna ovvero ai criteri dettati dall'art. 133 c.p., bensì rispetto ai criteri sanciti dalla citata convenzione ( art. 9 e 10), che conferisce allo Stato di esecuzione la facoltà di optare tra il sistema della continuazione dell'esecuzione e quello della conversione della condanna. Il primo sistema (per il quale ha optato l'Ungheria) comporta, quale regola generale, il vincolo per lo Stato di esecuzione alla natura giuridica e alla durata della sanzione così come stabilita dallo Stato di condanna (art. 10 comma 1), ma è proprio la stessa convenzione a prevedere l'adattamento della sanzione alla pena o misure previste dalla legge dello Stato di esecuzione per lo stesso tipo di reato, in modo da non eccedere il massimo della pena dalla stessa previsto (art. 10 comma 2). Ne consegue che illegittimamente la corte di appello respinge la richiesta di trasferimento da parte del Governo di Ungheria di un detenuto condannato alla pena di anni tredici e mesi sei di reclusione, sulla base della considerazione che, se trasferito in Ungheria per l'esecuzione della pena, il condannato avrebbe beneficiato del fatto che, per il reato commesso, la pena massima ivi prevista è non superiore ad anni 8 di reclusione.

Cassazione penale sez. VI  12 dicembre 1995 n. 4802



 
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