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Restituzione contributi volontari inutili per la pensione: è possibile?


21 ottobre 2015 | Autore:

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 ottobre 2015



Versamento di contribuzione volontaria in attesa di una pensione che non è stato possibile raggiungere: si ha diritto alla restituzione e al risarcimento del danno?

 

Ho versato 15 anni di contributi volontari per raggiungere la pensione a 57 anni con l’opzione contributiva: coi requisiti della Fornero potrò pensionarmi a quasi 68 anni(sono del 1961, ex dipendente e autonoma).Posso chiedere la restituzione dei contributi e il risarcimento del danno?

La risposta al quesito della lettrice, purtroppo, è negativa, poiché i contributi volontari possono essere restituiti solo quando si tratta di versamenti indebiti, successivi alla scadenza perentoria o erronei, né tantomeno è dovuto il risarcimento del danno. Vediamo, però, di analizzare la situazione in maniera completa, per valutare altri possibili rimedi.

Opzione Contributiva Dini

La vecchia Opzione Contributiva Dini [1], da non confondere con l’Opzione Donna della Legge Maroni [2], è ancora vigente, ma i requisiti di età per accedervi sono cambiati con la Legge Fornero, o meglio D.L. Salva Italia [3]: sino al 2007, si poteva optare per il trattamento contributivo avendo almeno 15 anni di contribuzione e 57 anni di età; dal 2008 sino al 2011, l’età è stata spostata a 60 anni; la Riforma Previdenziale , dal 2012, ha poi previsto la stessa età applicabile alla pensione di vecchiaia .

In particolare, per le ex lavoratrici autonome, o le lavoratrici in possesso sia di contribuzione da lavoro autonomo che da lavoro dipendente, come la lettrice, i requisiti di età per la pensione di vecchiaia sono:

64 anni e 9 mesi sino al 31.12.2015;

66 anni e 1 mese sino al 31.12.2017;

66 anni e 7 mesi sino al 31.12.2018;

66 anni e 11 mesi sino al 31.12.2020;

67 anni e 2 mesi sino al 31.12.2022;

67 anni e 5 mesi sino al 31.12.2024;

67 anni e 8 mesi sino al 31.12.2026;

67 anni e 11 mesi sino al 31.12.2028;

68 anni e 1 mese sino al 31.12.2030.

Essendo la lavoratrice del novembre 1961, potrebbe pensionarsi nel 2029, a 68 anni e 1 mese: in pratica, le basterebbe attendere poco più di 3 anni per pensionarsi senza necessità del requisito di 20 anni di contributi, quindi senza bisogno di optare per il trattamento contributivo, per ridurre il requisito a 15 anni.

Parliamo certamente di date lontane, per cui la normativa potrebbe cambiare ancora: ma, vista la situazione delle casse previdenziali, è difficile che le modifiche siano positive.

Pertanto, vien subito spontaneo il pensiero che la lavoratrice abbia “buttato” i suoi soldi, coi versamenti volontari. La situazione, purtroppo, è abbastanza comune: sono in tanti, difatti, i lavoratori che hanno fatto pesanti sacrifici, per accantonare contributi volontari rivelatisi, poi, inutili, per colpa di successive leggi che hanno innalzato i requisiti richiesti per la pensione.

Ci si chiede, allora, se questi lavoratori siano tutelati o meno dai cambiamenti normativi, e se possano almeno domandare la restituzione dei contributi e il risarcimento del danno.

La risposta, come già accennato, è negativa, sia in merito alla restituzione che al risarcimento: vediamo perché.

Cristallizzazione dei requisiti

Secondo il principio di cristallizzazione dei requisiti, chi raggiunge i requisiti per la pensione richiesti da una determinata legge quando la norma è ancora in vigore è salvo, anche se, in seguito, cambiasse; chi non li raggiunge, ahimé, non è coperto da alcuna tutela, riguardo a normative successive meno favorevoli. Questo è ribadito in più messaggi e circolari Inps [4].

Restituzione contributi e risarcimento del danno

Nemmeno esistono precedenti favorevoli, riguardo alla tutela di chi non ha ancora maturato i requisiti: le sentenze reperite sull’argomento, che contemplano casistiche in cui il ricorrente domanda la restituzione dei contributi ed il risarcimento del danno per aver versato contribuzione volontaria senza raggiungere la pensione [5], purtroppo negano entrambe le richieste, in quanto i versamenti volontari contribuiscono comunque ad innalzare i requisiti utili per il diritto e la misura della pensione, anche se da soli non sono sufficienti per raggiungerla.

Nega il risarcimento del danno e la restituzione dei versamenti persino la Corte Costituzionale [6], trattando il caso particolare in cui la pensione, computando i contributi volontari, risulti inferiore al trattamento che lo stesso soggetto avrebbe percepito senza il versamento degli stessi, per il sovrapporsi di due normative (attenzione, però: in questo caso il contribuente deve aver già maturato tutti i requisiti utili per la normativa precedente prima che entri in vigore la nuova legge). In pratica, quando un lavoratore ritarda la pensione, pur potendovi accedere, e continua a versare contributi volontari, per fruire di un trattamento più alto, ed invece scopre che il trattamento comprensivo di contributi volontari è più basso, è comunque negata la restituzione dei contributi ed il risarcimento del danno: questo, in quanto, nella presente ipotesi, la contribuzione volontaria è ritenuta dalla Corte non indebita, né erronea. L’unico “vantaggio” riconosciuto al pensionato in casistiche simili è il diritto di optare per il trattamento più favorevole.

Sfortunatamente, sono parecchi casi, in Italia, di lavoratori che hanno buttato anni ed anni di contributi volontari e fatto sacrifici per poi vedersi strappare tutto da una normativa successiva: sarebbe consigliabile, nonostante i precedenti sfavorevoli, organizzare una class action in merito, e portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica. Il tutto, nella speranza che una futura normativa più elastica ponga rimedio alle situazioni di chi si ritrova, dopo pesanti rinunce, senza stipendio né pensione.

note

[1] L.335/1995.

[2] L. 243/2004.

[3] D.L. 201/2011.

[4] Inps Mess 219/2011.

[5] C. Cass, Sez L Civ., Sent. 3613/2002.

[6] C. Cost, Sent. n.307/1989.

Autore immagine: 123rf com

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