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Banca: quando c’è segnalazione alla Centrale rischi per insolvenza

25 ottobre 2015


Banca: quando c’è segnalazione alla Centrale rischi per insolvenza

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 ottobre 2015



La banca deve segnalare l’insolvenza alla Centrale rischi anche se ci sono solo difficoltà economiche.

Chi ha un conto sconfinato, un mutuo ipotecario, un finanziamento di altro genere o qualsiasi debito con una banca farebbe bene a pagare regolarmente le rate perché, in alternativa, potrebbe scattare la segnalazione alla Centrale rischi della banca d’Italia. Ma attenzione: la banca non è legittimata al “marchio infame” già solo per un semplice ritardo o per l’omesso pagamento di una o poche rate. La segnalazione deve scattare solo in presenza di una accertata insolvenza. Insolvenza che non deve necessariamente essere quella – più grave e irreversibile – che è l’anticamera del fallimento, ma è sufficiente che si concretizzi in una grave difficoltà economica ossia di non facile soluzione.

È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Caltanissetta con una recente sentenza [1].

La circolare del 1991 della Banca d’Italia, che stabilisce le condizioni per la segnalazione alla Centrale rischi, parla di insolvenza del debitore; ma questo concetto – si legge nel provvedimento in commento – non coincide con la nozione prevista dalla legge per l’apertura del fallimento, ma riguarda ogni stima negativa della situazione economico-patrimoniale del debitore. Dunque, è sufficiente il semplice “rischio” (purché oggettivo e fondato) di insolvenza a giustificare la comunicazione alla banca dati dei cattivi pagatori.

In passato diversi tribunali hanno chiarito che la semplice difficoltà economica non giustifica la segnalazione alla Centrale rischi (leggi la guida: “Segnalazione Centrale rischi: quando illegittima”). Questo aspetto viene confermato dalla sentenza in commento che, infatti, richiede non una difficoltà economica temporanea, ma una difficoltà grave.

Il concetto di insolvenza necessario per la segnalazione alla Centrale Rischi – precisa la Corte d’Appello siciliana – consiste in una valutazione negativa della situazione economico-patrimoniale, apprezzabile come deficitaria, ovvero come di “grave difficoltà economica”. Di conseguenza, in questa valutazione non si deve fare “alcun riferimento al concetto di incapienza o irrecuperabilità”.

La segnalazione può essere effettuata solo a seguito di una valutazione complessiva del cliente, non limitata alla considerazione del mero ritardo nel pagamento. Potrebbe, per esempio, essere sintomatico di una grave difficoltà economica il comportamento del debitore, protratto per lungo tempo, di assenza di movimentazioni sul conto corrente, il che dimostrerebbe che la situazione d’insolvenza.

Non rileva neanche il fatto che il debitore si sia dichiarato disposto ad adempiere o, al contrario, abbia manifestato motivi di contestazione del credito da parte della banca (per esempio, la presenza di anatocismo o di usura bancaria).

Ovviamente è richiesto che il creditore abbia costituito in mora il debitore con una diffida ad adempiere e che, dalla stessa raccomandata, sia decorso un tempo sufficientemente ampio per consentire al cliente di provvedere a sanare la propria posizione. È inoltre necessario l’invio del preavviso al cliente moroso.

note

[1] C. App. Caltanissetta sent. del 6.05.2015.

Autore immagine: 123rf com

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DI APPELLO DI CALTANISSETTA SEZIONE CIVILE

Composta dai signori magistrati: Dott. Michele Perriera
Dott. Gabriella Canto
Dott. Cesare Zucchetto

SENTENZA

nella causa iscritta al n. …/2009 R.G.C.A., posta in decisione all’udienza collegiale del 27 novembre 2014, promossa

DA
-(A) s.r.l., con sede a … in Viale … n. …, in persona del legale

rappresentante pro tempore, (B), -(B), nato ad … il …,

entrambi rappresentati e difesi dall’avv. …

CONTRO
Banca (C) s.p.a., con sede a … in Piazza … n. .., in persona del suo

procuratore speciale, (D) s.p.a., con sede a … in Piazza … n. , giusta procura speciale rilasciata con atto in notar … di … in data …, rappresentata e difesa dall’avv. ….

APPELLATA ED APPELLANTE INCIDENTALE

APPELLANTI

Conclusioni delle parti.

Per gli appellanti: “piaccia alla ecc.ma Corte d’Appello (…) in via principale e nel merito: 1) annullare, revocare e comunque riformare, con qualsivoglia formula, la sentenza n. 213/08 (….) in quanto errata ed ingiusta oltre che carente di motivazione; 2) accertare e dichiarare, conseguentemente, la illegittimità della segnalazione alla centrale rischi della Banca d’Italia operata dalla (E) per inesistenza dei presupposti di legge; 3) disporre, conseguentemente, la cancellazione del nominativo dell’arch. (B) dagli elenchi della centrale predetta; 4) condannare la banca convenuta al risarcimento degli ingenti danni all’immagine ed alla reputazione subito dagli appellanti, liquidati, eventualmente, in forma equitativa dall’adita Corte; il tutto con condanna della società appellata alle spese ed ai compensi del doppio grado di lite”.

Per l’appellata: “(….) a preliminarmente, nel rito, dichiarare nullo e quindi inammissibile e/o improcedibile l’appello proposto e nulla la notifica dell’atto d’appello rivolta alla (E) s.p.a., con conseguente pronuncia di passaggio in giudicato della sentenza appellata; b nel merito, in accoglimento dell’appello incidentale con quest’atto proposto, dichiarare la carenza di legittimazione attiva e di interesse ad agire della (A) s.r.l. riformando la relativa statuizione della sentenza impugnata; c in ogni caso e comunque, dichiarare infondato l’appello e, rigettate le domande, le richieste e le eccezioni tutte formulate da parte appellante in quanto del tutto infondate in fatto ed in diritto, per i motivi esposti in narrativa, conseguentemente confermando la sentenza appellata; d con vittoria di spese e compensi di entrambi i gradi del giudizio”.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza emessa in data 25 marzo 2008, depositata l’8 aprile 2008, il Tribunale di Caltanissetta, in composizione monocratica, rigettava l’eccezione di difetto di legittimazione attiva avanzata dalla (E) nei confronti della società (A); dichiarava che la registrazione tra i debiti a sofferenza effettuata dalla suddetta banca nei confronti di (B) presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia era legittima; rigettava, in conseguenza, le domande di risarcimento danni formulate dagli attori (A) e (B), con integrale compensazione delle spese di lite.

Avverso la sentenza ha proposto appello, in via principale, (B), in proprio e nella qualità di amministratore unico e legale rappresentante della società (A), lamentandone l’erroneità e chiedendone la riforma, con accoglimento della domanda di primo grado.

Costituitasi, la (D), quale procuratrice della Banca (C) – subentrata alla (E) a seguito di fusione per incorporazione in forza di atto rogato dal notaio … di … in data … – ha contestato le doglianze avversarie, chiedendone il rigetto, e, mediante appello incidentale, domandato che, in parziale riforma della sentenza di primo grado, fosse accolta l’eccezione di difetto di legittimazione attiva della società (A).

All’udienza del 27 novembre 2014, sulle conclusioni delle parti come in epigrafe riportate, la causa è stata posta in decisione, con l’assegnazione dei termini di sessanta e venti giorni per lo scambio, rispettivamente, delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente, deve essere disattesa, stante la sua infondatezza, l’eccezione di inammissibilità dell’appello principale, proposta dalla parte appellata e fondata sul rilievo che l’atto introduttivo è stato irritualmente notificato al procuratore della (E), estinta per effetto della fusione per incorporazione nella Banca (C) s.p.a., operata in forza di atto pubblico del 22/12/2008.

Invero, ai sensi dell’art. 2504 bis c.c., nel testo modificato dalla legge n. 310/2004, applicabile ratione temporis alla fattispecie – essendosi la fusione per incorporazione realizzata dopo la sua entrata in vigore – la società risultante dalla fusione, o quella incorporante, assume i diritti e gli obblighi delle società partecipanti all’operazione, proseguendo in tutti i rapporti, anche processuali, anteriori ad essa.

Pertanto, la notificazione dell’atto di appello, in quanto eseguita presso il procuratore della (E) in primo grado, peraltro coincidente con il procuratore dell’appellata (D), avv. …, è idonea alla instaurazione di un valido rapporto processuale.

In ogni caso, anche accedendo alla tesi difensiva, si tratterebbe di notificazione nulla e non inesistente, con la conseguenza che l’appello non sarebbe, comunque, inammissibile, dovendosi assegnare all’appellante un termine perentorio per la rinnovazione della notificazione, ex art. 350, secondo comma, c.p.c.

Nella fattispecie, la banca appellata si è tempestivamente costituita, difendendosi nel merito e proponendo appello incidentale, sicché l’eventuale nullità, in ogni caso, sarebbe sanata, per il raggiungimento dello scopo cui l’atto era preordinato.

A questo punto, occorre esaminare, per ragioni di priorità logica, l’eccezione di difetto di legittimazione attiva della società (A), proposta dalla (E) in primo grado e reiterata nel presente giudizio dalla (D) mediante appello incidentale, ammissibile, essendo stata la infondatezza dell’eccezione pronunciata mediante apposita statuizione nel dispositivo della sentenza.

Al riguardo, si reputa di dovere ribadire le considerazioni espresse dal Tribunale, peraltro conformi a quelle svolte nell’ordinanza emessa in sede di reclamo avverso l’ordinanza ex art. 700 c.p.c., laddove si evidenzia come la segnalazione alla centrale rischi della Banca d’Italia dell’amministratore unico della società abbia, indubbiamente, refluenza sulla posizione di quest’ultima, la cui affidabilità nel mercato creditizio può essere lesa da una segnalazione illegittima; di qui, la sua legittimazione ad agire per la cancellazione della segnalazione e per il risarcimento dell’eventuale danno.

Premesso quanto sopra, passando all’esame dell’appello principale, si osserva quanto segue.
Con un unico, articolato, motivo, il (B), dopo avere richiamato i fatti di causa, lamenta l’erroneità della sentenza, per avere il primo giudice ritenuto che ricorressero i presupposti per la segnalazione a sofferenza della propria posizione presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia. Viceversa, tali presupposti non sarebbero configurabili, essendo insufficienti, ai fini della prova dello stato di decozione, il fatto che l’esposizione debitoria risalisse al 1997 e che il conto fosse immobilizzato.

Quindi, la difesa deduce che il semplice inadempimento, anche se accompagnato da un esplicito rifiuto di adempiere, è inidoneo a determinare, automaticamente, il passaggio della posizione debitoria a sofferenza.

Inoltre, richiama la corrispondenza intercorsa tra le parti, con specifico riferimento alla lettera che sarebbe stata inviata dal (B) alla banca il 12/4/2000, dopo la comunicazione della revoca dell’affidamento, non presa in considerazione dal giudice di primo grado, che avrebbe erroneamente ricostruito la condotta del cliente.

A quanto sopra, andrebbe aggiunta, sempre secondo l’allegazione difensiva, la contrarietà a buona fede della condotta della banca, consistita nel richiedere il pagamento di interessi con capitalizzazione trimestrale, senza tenere conto del mutato indirizzo della giurisprudenza di legittimità sul punto.

Le censure sono contestate dalla (D), che, nel richiamare la motivazione della sentenza impugnata, sottolinea gli aspetti relativi, rispettivamente: alla risalenza nel tempo dell’esposizione debitoria; alla condotta del (B), che nel tempo non avrebbe provveduto ad effettuare alcuna rimessa sul conto, né avrebbe contestato il credito; ciò nonostante i reiterati inviti al pagamento rivoltigli dalla banca.

La difesa, inoltre, deduce la infondatezza della domanda, sotto il profilo del danno, la cui esistenza ed il cui ammontare non sarebbero stati dimostrati dalla controparte, che ne aveva l’onere.
Riassunti, come sopra, i motivi d’impugnazione, si rileva, innanzi tutto, come sia corretta la interpretazione data dal giudice di primo grado alle norme che regolano la materia (v. la circolare della Banca d’Italia, n. 137/1991), con specifico riferimento alla nozione di insolvenza, quale requisito necessario ai fini della segnalazione della posizione a sofferenza da parte dell’istituto di credito.

Infatti, l’insolvenza non si identifica con quella propria fallimentare, concretizzandosi in una valutazione negativa della situazione economico- patrimoniale, apprezzabile come deficitaria, ovvero come di “grave difficoltà economica”, senza, quindi, alcun riferimento al concetto di incapienza o irrecuperabilità, e senza che assuma rilievo la manifestazione della volontà di non adempiere, seppure giustificata da una seria contestazione dell’esistenza del credito (cfr. Cass. Civ., sez. III, n. 26361/2014).

Nella fattispecie in esame, il requisito in parola è configurabile alla stregua della ricostruzione dei fatti correttamente operata in sentenza, sulla base delle prove acquisite e delle stesse allegazioni difensive.
Come ritenuto dal Tribunale, la (E) ha effettuato la segnalazione a sofferenza della posizione dell’arch. (B), titolare di un conto corrente con scopertura, tra i mesi di giugno e luglio del 2001, in relazione ad una esposizione che perdurava dal 1997.

Durante questo lungo arco di tempo, il correntista non aveva operato alcuna movimentazione.
Neppure, aveva eseguito versamenti, o comunque, contattato i funzionari della banca per un pagamento, anche parziale, del debito. Tale condotta il predetto aveva mantenuto anche dopo la revoca del conto corrente – comunicata con lettera del 27 marzo 2000 – con contestuale diffida dall’emettere assegni ed invito a rimborsare le somme dovute, per un ammontare complessivo, a quella data, di lire 36.637.958.

Analoga condotta il (B) aveva tenuto a seguito della lettera, datata 11 gennaio 2001, ricevuta il 13 gennaio 2001, a firma del responsabile della filiale di Caltanissetta, con cui la banca, dopo avere dato atto del mancato riscontro alla precedente lettera del 27/3/2000, lo invitava a ripianare la posizione, assegnandogli all’uopo il termine di cinque giorni, nonché a seguito della lettera del 12/7/2001, ricevuta il 16/7/2001, questa volta a firma del legale della banca, con cui quest’ultimo gli comunicava di avere ricevuto l’incarico di agire per il recupero coattivo del credito e lo invitava ad adempiere entro otto giorni, con l’avvertimento che, in difetto, avrebbe senz’altro proceduto.

Il (B) si era attivato solo nel mese di settembre del 2001 (v. la lettera datata 14/9/2001), dopo la segnalazione alla centrale rischi, proponendo una soluzione transattiva della controversia, con il pagamento di lire 25.000.000.

Conformemente a quanto reputato dal Tribunale, la Corte ritiene che ricorressero i presupposti di cui alla circolare della Banca d’Italia, n. 137, dell’11/2/1991, e che, pertanto, la condotta della banca in ordine alla segnalazione sia stata legittima.

Quanto all’assunto difensivo secondo cui, con lettera del 12 aprile 2001, prodotta nell’ambito del procedimento cautelare d’urgenza, il (B) avrebbe contestato il debito e fornito adeguata spiegazione in ordine alla propria condotta, si osserva che manca la prova che la suddetta lettera – priva di data e di sottoscrizione e facente riferimento, peraltro in modo confuso, ad una presunta condotta scorretta dei funzionari della banca a seguito del pagamento, da parte del (B), di un ingente debito a titolo di fideiussione – fosse stata inviata alla banca. Questa non ne ha avuto conoscenza, come si evince dalla lettera dell’11/1/2001, in cui si dà atto del mancato riscontro alla precedente del 27/3/2000. In ogni caso, le ragioni addotte a giustificazione ed i fatti in essa richiamati, non sono stati allegati nel presente giudizio.

Alla stregua dei fatti accertati, quali sopra succintamente esposti, risulta comprovato che il (B) si trovava in una situazione di insolvenza ai sensi della normativa citata, atteso che aveva dimostrato, con un comportamento protratto per lungo tempo (dal settembre 1997 al settembre 2001), di non essere in grado di pagare, neanche in parte, il debito verso la banca, di ammontare consistente, ove si consideri che faceva capo ad una persona fisica.

Come rilevato, durante questo arco temporale il predetto, infatti, non aveva eseguito alcun versamento, non aveva proposto una rateizzazione e non aveva fornito alcun riscontro ai reiterati inviti e solleciti rivoltigli dalla banca.

Neppure, risulta, né è stato allegato, che il predetto avesse disponibilità finanziare tali da escludere la situazione di grave difficoltà evincibile dai fatti su richiamati.
Quindi, è evidente che la banca ha legittimamente operato, sulla base di una valutazione complessiva della situazione del cliente e non limitata alla considerazione del mero ritardo nel pagamento.

Per le ragioni esposte, e prescindendo dall’esame delle ulteriori doglianze, riguardanti il profilo del danno, in quanto assorbite, l’appello del (B) deve essere respinto, siccome infondato, con conseguente conferma della sentenza di primo grado.

In considerazione del rigetto, sia dell’appello principale, che di quello incidentale, nonché della totale infondatezza, nel merito, della pretesa azionata dal (B), si ravvisano i presupposti per compensare per metà le spese processuali, con condanna del predetto al pagamento della rimanente metà, che per tale quota si liquidano come in dispositivo.

P .Q.M.
Definitivamente pronunciando, rigetta gli appelli avverso la sentenza emessa dal Tribunale di Caltanissetta, in composizione monocratica, in data 25 marzo 2008, depositata l’8 aprile 2008, proposti, rispettivamente, in via principale, da (B) e, in via incidentale, dalla Banca (C) s.p.a., in persona del suo procuratore, (D) s.p.a;
compensa tra le parti, in ragione di metà, le spese del presente grado di giudizio, condannando l’appellante principale al pagamento, in favore della controparte, della rimanente metà, che per tale quota liquida in euro 4.757,50, oltre al rimborso delle spese generali, IVA e CNPA.

Così deciso a Caltanissetta, nella camera di consiglio del 28 aprile 2015.

IL CONSIGLIERE rel. est. IL PRESIDENTE Depositata il 6 maggio 2015


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1 Commento

  1. ma insomma cosa si deve fare con equitalia se le cartelle non sono firmate dagli aventi diritto cioè falsi firmatari????? qua tutti parlano ma il come e come fare , non si riesce a capire cè qualcuno che può chiarire . e come fare ricorso grazie mille pietro

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