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Le Guide La tutela dei nomi a dominio: vere e proprie opere d’ingegno. Il caso CocaColla

Le Guide Pubblicato il 19 marzo 2012

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> Le Guide Pubblicato il 19 marzo 2012

Registrazione di nomi a dominio simili a marchi di prodotti noti: rischio di confusione fra i consumatori. Il caso CocaColla.it.

La registrazione dei nomi a dominio è divenuta una vera e propria guerra commerciale all’accaparramento dell’indirizzo più cliccabile dagli utenti del web; ma l’iniziale possibilità di acquistare liberamente nomi di qualsiasi tipo ha generato fenomeni come il cybersquatting (squat = occupare) o il cybergrabbing (da grab = arraffare), ossia l’occupazione abusiva di domini corrispondenti a nomi di marchi noti registrati o di personaggi pubblici.

Uno dei più recenti casi è quello che ha coinvolto i titolari del dominio CocaColla.it, diffidati dalla nota azienda americana a chiudere i battenti a causa della confondibilità con il nome del drink a bollicine nere.

CocaColla.it era un blog di successo che, dal 2010, si occupava di arte, design, advertising, lifestyle e trend della rete. Gli uffici legali della Coca-Cola Company hanno recapitato ai titolari del blog due lettere di diffida, chiedendo di abbandonare il nome a dominio e cedere nei loro confronti l’URL www.cocacolla.it, pena la citazione a giudizio.

Il 5 marzo CocaColla ha preferito chiudere, evitando la diatriba legale. Ma è stata una scelta saggia? Si poteva realmente parlare di rischio confusione tra due brand che praticavano attività completamente diverse e, soprattutto, quando l’uno poteva classificarsi come la chiave umoristica dell’altro (diritto di satira che, ricordiamo, viene tutelato dal diritto d’autore)?

Così leggi e tribunali, nel tentativo di disciplinare il mercato, si sono sforzati di inquadrare il dominio ora come un prodotto tutelabile con il diritto d’autore, ora con le leggi sulla proprietà industriale.

Il nome a dominio, ossia l’indirizzo che il navigatore digita sulla barra degli indirizzi web del proprio browser, è composto da:

– una desinenza finale (per es.: .com, .it, .net, .org, ecc.), denominata Top Level Domain, che identifica l’area tematica o geografica del sito;

– un’altra parte, posta alla sinistra del punto, detta Second Level Domain, espressione alfanumerica liberamente scelta dal proprietario. È l’elemento fondamentale di un sito web, che ne identifica poi tutte le pagine.

In passato, la giurisprudenza italiana ha risolto alcune celebri controversie legate ai nomi a dominio, in particolare per quelli di testate giornalistiche, sulla base dei principi previsti dalle norme sul diritto d’autore [1].

Più recentemente, invece, si è fatto riferimento alla tutela dei segni distintivi, trattando il domain name proprio come un marchio o un’insegna [2].

Pertanto il titolare di un marchio può opporsi all’adozione di un domain name uguale o simile al proprio segno distintivo se possa crearsi un rischio di confusione o anche un semplice rischio di associazione tra i due nomi [3].

Indubbia è la funzione distintiva del nome a dominio [4]. Esso non può essere ritenuto un semplice “indirizzo telematico” [5]. E ciò perché la scelta del nome dell’indirizzo non viene fatta a caso, ma richiama sempre l’attività svolta dal titolare del dominio, attraverso la coincidenza con il nome del proprio marchio. Il domain name, infatti, non svolge solo una funzione telematica di codici, ma è volto anche a identificare sul mercato l’azienda e attirare l’attenzione degli utenti sulla rete. Esso dunque non può essere considerato solo un semplice indirizzo volto a consentire all’utente l’accesso al sito [6].

Questa qualificazione però non può essere fatta in via generale per tutti i nomi a dominio, ma – secondo il Tribunale di Bergamo [6] – necessita di un vaglio caso per caso: a seconda dunque delle circostanze e avuto riguardo alla configurazione del sito, si potrà ragionare se equiparare il nome a dominio a un segno distintivo del tipo marchi di impresa, con conseguente applicazione della specifica normativa di legge.

Dunque la funzione di marchio, con conseguente applicazione della legge sulla proprietà industriale [7], ricorrerà solo dove il nome a dominio venga utilizzato in chiave commerciale, mentre invece è da escludersi quando  esso è un semplice mezzo di trasmissione di opinioni e di idee e quindi in una prospettiva ben diversa e lontana da quella commerciale [6].

La legge sulla proprietà industriale [2] ormai tutela in modo esplicito il nome a dominio e vieta la registrazione di nomi a dominio simili all’altrui marchio: ma ciò solo se, a causa di tale identità o anche semplice affinità tra l’attività di impresa del titolare del marchio e del titolare del sito possa aversi un rischio di confusione per il pubblico e un rischio di associazione dei due segni.

Il divieto si estende anche al caso di un nome a dominio corrispondente ad un marchio registrato per prodotti o servizi anche non affini, che goda nello Stato di rinomanza se l’uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi.

È alla luce di questo secondo aspetto, dunque, che la CocaCola ha inteso intraprendere l’azione di diffida nei confronti di CocaColla, attesa la non affinità tra i due prodotti commerciati.

In ogni caso, la giurisprudenza è concorde nel ritenere non pienamente equiparabile il nome a dominio ai segni distintivi dell’azienda. Ciò perché spesso si registrano nomi a dominio corrispondenti a nomi di persona e non v’è dubbio che questi ultimi non possano considerarsi marchi, brevetti o comunque segni distintivi aziendali.

Noto a riguardo è il caso della illegittima registrazione del domain name www.alessiamerz.it, inquadrata dal tribunale di Torino [8] come violazione del diritto al nome [9]. Il Tribunale di Torino ha rilevato che l’illecito utilizzatore del dominio www.alessiamerz.it aveva di fatto impedito alla stessa di registrare un identico nome a dominio che le consentisse l’accesso a un proprio sito.

 

 

note

[1] In particolare con l’art. 100 L.d.A. Cfr. Trib. Roma, 2 agosto 1997, in Dir. ind., 1998, pag. 138; Trib. Macerata, 2 dicembre 1998, in Dir. ind., 1999, pag. 35; Trib. Padova, 14 dicembre 1998, in Foro it., 1999, I, col. 3061; Trib. Messina, 6 novembre 2000, in Foro it., 2001, I, col. 2032; Trib. Modena, 20 luglio 2000, in Internet Law Digest; Trib. Milano, 10 giugno e 22 luglio 1997 in Giur. It., 1997, I, 2, pag. 697; Trib. Modena 23 maggio 2000, inedita; Trib. Pescara, 9 gennaio 1997, in Dir. Informazione e informatica, 1997, pag. 952; Trib. Roma, 2 agosto 1997, in Foro it., 1998, I, col., 921.

[2] Cfr. art. 22 cod. propr. ind.: 1. “È vietato adottare come ditta, denominazione o ragione sociale, insegna e nome a dominio di un sito usato nell’attività economica o altro segno distintivo un segno uguale o simile all’altrui marchio se, a causa dell’identità o dell’affinità tra l’attività di impresa dei titolari di quei segni ed i prodotti o servizi per i quali il marchio è adottato, possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico che può consistere anche in un rischio di associazione fra i due segni.

2. Il divieto di cui al comma 1 si estende all’adozione come ditta, denominazione o ragione sociale, insegna e nome a dominio di un sito usato nell’attività economica o altro segno distintivo di un segno uguale o simile ad un marchio registrato per prodotti o servizi anche non affini, che goda nello Stato di rinomanza se l’uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi”.

Cfr.: Cass. 28 febbraio 2006 n. 4405, in Mass. Foro it., 2006.

[3] Trib. Bologna, 14 novembre 2008, in Dir. Ind., 2009, fasc. 4, pag. 325.

[4] Trib. Viterbo, 24 gennaio 2000, in Corr. Giu., 2010, fasc. 10, pag. 1367.

[5] Trib. Firenze, 28 maggio 2011, in Corr. Giur., 2002, fasc. 10, pag. 1348.

[6] Trib. Bergamo, 7 febbraio 2003, in Corr. Giur., 2004, fasc. 6, pag. 786.

[7] D.lgs. 10 febbraio 2005 n. 30.

[8] Trib. Torino, 13 gennaio 2004, in Guida dir,, 2004, fasc. 17, pag. 52.

[9] Tutelato dall’art. 7 c.c. e, secondo la motivazione del Tribunale di Torino, anche dal d.lgs. 196/2003, quale dato identificativo.


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