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Prezzo o acconto versato e prestazione mancata: non è truffa

28 ottobre 2015


Prezzo o acconto versato e prestazione mancata: non è truffa

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 ottobre 2015



Quando il raggiro e l’inganno consentono di agire con una querela per truffa e non solo con l’azione civile di risarcimento del danno.

Non costituisce truffa [1] il comportamento del venditore che prima riceve l’acconto o l’intero corrispettivo e poi non consegna all’acquirente il bene o la prestazione pagata: si tratta, infatti, di un semplice inadempimento contrattuale perseguibile solo in via civilistica con una normale azione di risoluzione del contratto e risarcimento del danno. È quanto chiarito dal tribunale di Trento con una recente sentenza [2]. Il giudice ricorda infatti che, ai fini del reato di truffa, è necessario che vi sia una condotta dolosamente preordinata, sin dall’inizio, a far incorrere l’acquirente nell’errore di ritenere che la prestazione verrà regolarmente eseguita, mentre invece non è così. Insomma, è richiesto un comportamento del venditore volto a trarre in inganno l’acquirente, con artifici e raggiri. Non è questo il caso in cui l’acquirente si sia recato presso il venditore, abbia firmato un contratto (anche oralmente) e questi poi sia sparito nel nulla oppure abbia subordinato l’esecuzione della propria prestazione al pagamento di un extra inizialmente non previsto.

Potrebbe invece configurarsi la truffa – con possibilità, quindi, di agire anche in via penale con una querela – se il venditore abbia tratto in inganno l’acquirente, spingendolo a concludere il contratto, prospettandogli grandi vantaggi dall’accordo o, magari, prevendendo un prezzo “stracciato” rispetto a quello di mercato: proprio questa condotta “attiva”, rappresentata da una “forzatura” della volontà dell’acquirente e preordinatamente volta a far sì che questi cada nell’inganno, è indice di un comportamento penalmente rilevante.

Nel caso di acquisti via internet, è stata ritenuta integrata la truffa nel caso del venditore che si doti di un sito particolarmente attraente, dal quale si possa intuire l’esistenza di un’attività commerciale organizzata, mentre nulla di tutto ciò esiste.

note

[1] Art. 640 cod. pen.

[2] Trib. Trento sent. n. 467/2015.

Autore immagine: 123rf com

Tribunale di Trento – Sezione penale – Sentenza 29 maggio 2015 n. 467

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO TRIBUNALE DI TRENTO

Il Tribunale, in composizione monocratica, presieduto dal Giudice dr. MARCO LA GANGA alla pubblica udienza del 25.05.15 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nel procedimento penale

CONTRO

Ca.Da., nato (…) e residente a Vigolo Vattaro (TN) via (…) ed elettivamente domiciliato in Mezzocorona via (…);

difeso di fiducia dagli avv.ti Gi.ME. e Lo.EC. del Foro di Trento

Be.Mi. nato (…) e residente a Caldonazzo (TN) via (…) (domicilio ivi dichiarato); difeso di fiducia dall’avv. Lo.EC. del Foro di Trento;

LIBERI ASSENTI

IMPUTATI

del reato p. e p,. dagli artt. 110 e 640 c.p. perché in concorso tra loro, in qualità di agente e rappresentante della società Wi. S.r.l. con sede in Ravina inducevano in errore Ad.An. sulla serietà del contratto posto in essere per la fornitura di impianti fotovoltaici, facendosi versare due acconti di Euro 22.000 senza fornire alcunché; in Trento, luogo di percezione del bonifico fino al (…)

Fatto da cui risultano offesi interessi giuridicamente tutelati di: e Ad.An., nato (…) e residente Lire Sommacampagna (VR) in via (…).

FATTO E DIRITTO

A seguito di querela sporta il 29.7.2013 da Ad.An. e di citazione diretta da parte del PM, Ca.Da. e Be.Mi. venivano tratti a giudizio davanti a questo Tribunale imputati come da epigrafe. Nei preliminari del dibattimento vi era costituzione di parte civile della querelante, mentre il difensore degli imputati, munito di procura speciale, chiedeva il giudizio allo stato degli atti. Il PM depositava il proprio fascicolo.

In esito al giudizio così celebrato, ritiene questo giudice non provata la responsabilità degli imputati in ordine al reato loro ascritto.

Emerge dalla querela che in data 29.06.2012 e 05.10.2012, Ad.An. stipulava con il referente della Società “WI.”, Ca.Da. due contratti per l’installazione di due impianti fotovoltaici in Sommacampagna (VR) di cui uno presso la sua abitazione ed uno presso l’azienda agricola sempre di sua proprietà. I contratti erano stipulati per un valore complessivo di Euro 44.000,00. Successivamente, Ad.An. effettuava acconti tramite due bonifici alla “WI.” per un valore complessivo di Euro 22 000,00, senza peraltro ottenere più, nonostante i ripetuti solleciti, l’installazione dei due impianti e senza riuscire più a contattare la suddetta ditta. Legale rappresentante della S.r.l. Wi. risultava il sig. Be.Mi.

Sulla base della documentazione depositata in atti, emerge come la vicenda presenti i chiari connotati di una vertenza civilistica senza profili di rilevanza penale. In particolare, rispetto al reato contestato, risultano difettare del tutto i requisiti degli artifizi e/o raggiri, mentre si manifestano piuttosto degli inadempimenti contrattuali, tutti da verificare, in ordine alle rispettive responsabilità.

Innanzitutto emerge in atti come la ditta Wi. operi effettivamente e da anni nel settore degli impianti fotovoltaici.

Dopo la conclusione dei contratti con la querelante, la ditta stessa iniziava i sopralluoghi presso gli immobili dove i pannelli dovevano essere installati e richiedeva al comune di Sommacampagna le necessarie autorizzazioni. A seguito di una prima autorizzazione sindacale, Wi. inoltrava ad Ad.An., in data 16.4.2013 e 24.4.2013 l’avviso di merce pronta e l’imminente installazione degli impianti, con contestuale richiesta di pagamento in base allo stato di avanzamento dei lavori. Il 29 aprile la querelante scriveva alla Wi. contestando gli importi delle fatture inviatele. Quasi nello stesso tempo la Wi. apprendeva che con determina dd. 27.3.2013 il comune di Sommacampagna, recependo una prescrizione della competente Soprintendenza per i beni ambientali e il paesaggio, condizionava l’autorizzazione alla installazione dei pannelli fotovoltaici alla colorazione rosso – bruna degli stessi.

Questa variante comportava aumento dei costi per la Wi. che conseguentemente comunicava ad Ad.An. la necessità di rivedere il corrispettivo della prestazione.

Da tale richiesta originava un ulteriore contenzioso tra le parti che, lungi dal comporsi, cagionava il fermo della fornitura con pretese creditorie da entrambe le parti.

Come detto, anche alla luce delle missive inviate alla Wi. dal legale della querelante, il contratto appare risolto lasciando aperte le questioni relative alla restituibilità da parte di Wi. degli acconti ricevuti e alle pretese risarcitone rispettivamente avanzate.

Ma si tratta, occorre ribadirlo, di vertenze puramente civilistiche, senza che possano rinvenirsi profili di frode ex artt. 640 o 641 c.p., sia sotto l’aspetto della costituzione di artifici e/o raggiri sia dell’induzione in errore.

L’unilaterale modificazione, da parte di Wi., in corso di esecuzione dell’accordo contrattuale, delle modalità esecutive di esso rispetto a quelle previste nel progetto inizialmente concordato tra le parti, con conseguente variazione in aumento del corrispettivo concordato, oltre che giustificata dall’imprevedibile decisione del comune interessato di variare la

tipologia dell’impianto da installare (quando ormai quello precedentemente concordato era stato predisposto ed era pronto per la messa in opera), non è comunque idonea ad integrare il delitto di truffa, in quanto manca l’elemento specifico di detta ipotesi criminosa costituito dall’esistenza di un diretto rapporto causale tra gli artifici posti in essere dall’agente e la prestazione di un consenso viziato da parte del soggetto in tal modo tratto in inganno, e può solo configurare, come detto e ricorrendone i presupposti, un inadempimento contrattuale. Né emerge in alcun modo una iniziale e preordinata volontà di non adempiere da parte di Wi., tale da far configurare un’ipotesi di insolvenza fraudolenta. Alcun addebito pare poi potersi muovere a Ca.Da. che, quale agente della Wi., si era limitato a proporre alla querelante la stipula contrattuale. Per detti motivi, gli imputati vanno prosciolti dal reato loro ascritto per insussistenza del fatto.

P.Q.M.
Assolve i due imputati dal reato loro ascritto perché il fatto non sussiste. Motivazione riservata in gg. 60.
Così deciso in Trento il 25 maggio 2015.
Depositata in Cancelleria il 29 maggio 2015.

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