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Filtro in appello: la motivazione dell’atto deve essere analitica

28 ottobre 2015


Filtro in appello: la motivazione dell’atto deve essere analitica

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 ottobre 2015



Necessario indicare non solo gli errori di diritto, ma anche il peso che gli stessi abbiano avuto sulla sentenza impugnata.

Dopo la riforma del 2012 [1], che ha modificato il codice di procedura civile [2] l’atto di appello deve individuare:

– gli errori di diritto per i quali la sentenza si ritiene viziata

– il nesso causale tra l’errore denunciato e la decisione impugnata. In particolare, per dirla con le stesse parole del Consiglio superiore della magistratura [3], esso deve contenere “un vero e proprio progetto alternativo di sentenza”, così da agevolare il giudice nel valutare – attraverso la fase del cosiddetto filtro di ammissibilità – le probabilità di accoglimento dell’impugnazione.

Come ha evidenziato la Corte di Appello di Taranto in una recente sentenza [4], l’appellante non può più limitarsi a una semplice esposizione sommaria dei fatti e dei motivi specifici dell’impugnazione, ma deve, a pena di inammissibilità, indicare:

 

– le parti della sentenza che intende appellare

– le modifiche richieste

– le circostanze da cui deriva la violazione della legge

– e la loro rilevanza ai fini della decisione impugnata.

Diventa dunque essenziale non solo l’indicazione degli errori giuridici commessi dal giudice di primo grado, ma anche il loro rapporto causale con la decisione, ossia quanto quegli errori abbiano pesato sulla sentenza.

Tale modifica, poi, va coordinata con l’introduzione del cosiddetto “filtro in appello”: in particolare, il codice ora impone al giudice di dichiarare inammissibile l’impugnazione quando “non ha una ragionevole probabilità di essere accolta”. Una misura quest’ultima predisposta “proprio al fine di favorire la corretta applicazione del nuovo istituto”.

note

[1] Dl n. 83/2012 convertito dalla legge n. 134/2012

[2] Modifica dell’art. 342 cod. proc. civ. e introduzione dell’art. 348-bis cod. proc. civ.

[3] CSM parere del 5.07.2012.

[4] C. App. Taranto sent. n. 262 del 5.06.2015.

Autore immagine: 123rf com

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte di Appello di Lecce – Sezione distaccata di Taranto Sezione Unica Civile – composta dai Signori:

1) Dott. Riccardo ALESSANDRINO – Presidente Est. 2) Dott. Ettore SCISCI – Consigliere
3) Dott. Franco MOREA – Consigliere
ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta Generale dell’anno 2014 riservata per la decisione all’udienza di trattazione del 6/2/2015

TRA

Società ES. a r.l. in Liquidazione, in persona del Liquidatore e legale rappresentante p.t. sig. Fr.D’O., con sede in Massafra alla C.da (…)

Do.Fr., nato (…), residente in Massafra alla C.da (…) e Ge.Ro., nata (…), residente in Massafra alla C.da (…), nella qualità di fideiussori della Es. S.r.l., tutti rappresentati e difesi, in virtù di mandato a margine dell’atto di appello, dall’avv. Fr.Ca., presso il cui studio in Martina Franca alla Piazza (…) eleggono domicilio

– APPELLANTI –
e
BA.CR., in persona del legale rappresentante p.t.
– APPELLATA –
nonché

BA.CR. Soc. Coop. – in amministrazione (straordinaria – in persona del commissario straordinario – Dott. Gi.Ta. – in virtù dei poteri lui conferiti con provvedimento della Ba.D’I. del 2 0.06.2013 – con sede legale in Alberobello (BA) al Viale (…), elettivamente domiciliata presso l’avv. Sa.Mo. con studio in Bari, alla Via (…) dal quale è rappresentata e difesa giusta mandato a margine della comparsa di costituzione e risposta con appello incidentale

– APPELLATA ED APPELLANTE INCIDENTALE –
I procuratori delle parti precisano le proprie conclusioni come da verbale d’udienza del 6/2/2015. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione ritualmente notificato la Ex. s.r.l. in liquidazione e i fideiussori D’O.Fr. e Ge.Ro. proponevano opposizione nei confronti della Ba.Cr. avverso il decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Taranto in data 7 aprile 2005 per il pagamento della somma di Euro 68.537,93 oltre interessi e spese di scoperto del conto corrente alla chiusura del rapporto. Deducevano gli opponenti che il provvedimento era stato emesso fuori dalle condizioni di legge, che la somma pretesa era eccessiva in quanto comprensiva di commissioni non dovute di massimo scoperto e di interessi passivi calcolati arbitrariamente con capitalizzazione trimestrale e che la banca convenuta doveva essere condannata al risarcimento del danno pari a Euro 50.000 verso la società opponente cui era stato comunicato con notevole ritardo il protesto di un assegno bancario girato per l’incasso.

Stabilito il contraddittorio, l’istituto bancario respingeva le avverse ragioni, precisava che i fideiussori dovevano essere tenuti a pagamento dell’intera somma ingiunta in considerazione dell’autonomia della loro obbligazione di garanzia, non accessoria a quella del debitore principale.

In esito ad una consulenza contabile il Tribunale di Taranto, con sentenza in data 9 gennaio 2013, accoglieva per quanto di ragione l’opposizione proposta e condannava in solido gli opponenti, nelle loro rispettive qualità, al pagamento verso la controparte della somma di Euro 40.921,84 oltre interessi moratori e compensava integralmente le spese di lite.

Osservava il primo giudice che la clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito del correntista era nulla per violazione del divieto di cui all’articolo 1283 del codice civile, che le commissioni di massimo scoperto non erano state espressamente convenute tra le parti, che la mancata contestazione dell’estratto conto determinava solo l’inoppugnabilità degli addebiti e degli accrediti sul conto, ma non incidevano sulla validità ed efficacia dei rapporti obbligatori da cui derivavano le partite contabilizzate, che le conclusioni alle quali era giunto il consulente tecnico d’ufficio erano congruamente motivate e condivisibili, che andava respinto l’assunto della banca opposta circa la natura autonoma e non accessoria delle obbligazioni di garanzia assunte dagli opponenti D’O. e Ge.

Avverso la detta sentenza hanno proposto appello la Ex. in liquidazione nonché D’O.Fr. e Ge.Ro. e ne hanno chiesto riforma nei termini di cui in epigrafe; resiste l’istituto bancario appellato il quale in via (preliminare ha chiesto la declaratoria di inammissibilità dell’appello principale ai sensi degli articoli 342 e 348bis del codice civile, nel merito il rigetto dell’appello perché infondato ed in accioglimento dell’appello incidentale la condanna dei fideiussori al pagamento della maggior somma rispetto a quella oggetto di condanna nella sentenza impugnata, dolendosi peraltro del regolamento delle spese processuali operato dal primo giudice.

In esito alla precisazione delle conclusioni la causa è stata riservata per la decisione con la concessione dei termini di cui all’articolo 190 del codice di procedura civile.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Occorre affrontare preliminarmente là questione della inammissibilità dell’appello formulata dall’appellato istituto bancario per il mancato rispetto del nuovo testo dell’articolo 342 del codice di procedura civile nella nuova formulazione. Come è noto il legislatore del 2012, pur lasciando

inalterata la forma dell’atto, ha richiesto, a modifica della precedente formulazione che comportava solo l’esposizione sommaria dei fattile dei motivi specifici dell’impugnazione, una motivazione dell’appello che contenga, a pena di inammissibilità, l’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado con l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della, legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata.

In sostanza l’appellante, oltre ad individuare specificatamente gli errori di diritto per i quali la sentenza si assume viziata, deve anche espressamente evidenziare il nesso causale tra l’errore denunciato e la decisione impugnata. Il che la dottrina, conformemente al dettato legislativo e alle intenzioni del legislatore del testo novellato, concordemente ritiene essere un requisito imprescindibile di inammissibilità dell’impugnazione. Anche a prescindere dalla circostanza se i detti requisiti lascino l’appello come un giudizio a critica libera ovvero a critica vincolata, dal momento che comunque i possibili motivi di impugnazione non sono predeterminati dalla legge, ciò nondimeno la nuova disciplina indubbiamente avvalora sul piano del diritto positivo ima ricostruzione dell’appello che tende a concepirlo non più come mezzo di gravame, bensì quale mezzo di impugnazione in senso stretto, il cui giudizio ha cioè per oggetto direttamente la sentenza di primo grado ed è incentrata sui relativi vizi (Cass. S.U. 23 dicembre 2005 numero 28498).

Non va taciuto infine che la modifica apportata all’articolo 342 del codice di procedura civile si ricollega all’introduzione del cosiddetto filtro di cui all’articolo 348 bis dello stesso codice di rito, in quanto può dirsi predisposta proprio al fine di favorire la corretta applicazione del nuovo istituto. Sul punto, è il caso di rimarcarlo, il legislatore ha mostrato di avere recepito nella sostanza le indicazioni del Consiglio Superiore della Magistratura, il quale, prendendo posizione sulla riforma, aveva suggerito l’opportunità di prevedere che l’atto di appello dovesse contenere, a pena di inammissibilità, “un vero e proprio progetto alternativo di sentenza”. In tal modo non solo il giudice avrebbe visto agevolato il proprio compito di delibare la sussistenza o meno della ragionevole v probabilità di accoglimento dell’impugnazione, ma si sarebbe anche “fugato il rischio di un utilizzo arbitrario del nuovo rimedio processuale” posto che una “delibazione sommaria e corposamente superficiale” è di per sé impedita “qualora la parte appellante, in via principale o incidentale, indica puntualmente la strada su cui deve incamminarsi il ragionamento del giudice” (v. Parere del consiglio superiore della magistratura espresso con la delibera consiliare 5 luglio 2012 in Foro it. Archivio elettronico n. 2012, 387).

Peraltro le prime pronunce di merito non hanno tardato a chiarire che l’atto di appello deve essere redatto in modo più organico ristrutturato rispetto al passato, quasi come una sentenza (App. Roma 29 gennaio 2013 in Foro it. 2013, i, 969; App. Roma 15 gennaio 2013, App. Salerno 1 febbraio 2013).

Date queste premesse, l’appello deve considerarsi ammissibile. L’appellante principale infatti ha fatto riferimento agli adempimenti di cui all’articolo 342, primo e secondo comma del codice di procedura civile individuando le modifiche che vengono richieste alla ricostruzione dei fatti e le violazioni di legge cui pretesamente sarebbe incorso il giudice di primo grado: in particolare ha individuato il mancato riferimento agli articoli 1175 e 1375 del codice civile nella parte in cui individuano la buona fede come requisito fondamentale della esecuzione del contratto.

Tuttavia le allegazioni formulate dall’appellante non colgono nel segno quanto al merito delle stesse. La disciplina dettata dall’articolo 1845 del codice civile secondo la quale, salvo patto contrario, la banca non può recedere dal contratto prima della scadenza del termine se non per giusta causa non è espressamente richiamata dal terzo comma dello stesso articolo che fa riferimento all’apertura di credito a tempo indeterminato. Ma, in ogni caso, ove manchi una

indicazione convenzionale delle cause di recesso, si considerano giusta causa tutte quelle ipotesi che nel caso concreto determinano una menomazione della fiducia che è alla base del contratto in esame ed in particolare il mutamento delle condizioni patrimoniali dell’accreditato (Cass. 97/4538).

Sotto tale profilo deve ritenersi esatto il rilievo dell’istituto bancario secondo cui le condizioni della società Ex., peraltro confermate dalla consulenza svolta in corso di causa, erano tali da lasciar presagire alla banca il fondato timore della perdita delle proprie garanzie di credito, avvalorate dalla circostanza delle movimentazioni del conto proprio pochi giorni dopo l’invio delle lettere di recesso. A ciò deve aggiungersi che la consistente posizione debitoria della società è emersa in corso di causa tanto che la medesima è stata condannata nella sentenza impugnata al pagamento di oltre Euro 40.000 oltre interessi di mora per lo scoperto di conto corrente. Ciò toglie spazio al profilo della denunciata doglianza formulata dall’appellante principale, che peraltro non ha nemmeno indicato i profili di danno e la sua quantificazione nello stesso atto d’appello, asserendo che la misura del risarcimento non è quantificabile analiticamente, ma va rimesso al prudente apprezzamento del giudice. Non merita miglior sorte la seconda censura relativa al protesto dell’assegno di Lire 18 milioni e dei danni provocati alla società opponente ed anche ai fideiussori: innanzitutto non vi è prova che il protesto in questione fosse illegittimo; in secondo luogo il protesto, quale evento dannoso, non è riferibile alla condotta dell’istituto di credito, ma semmai è a carico del correntista il quale, per avere già avuto conoscenza della situazione del conto corrente a lui intestato, non poteva certo essere all’oscuro della consistenza del conto medesimo. Va solo qui aggiunto che sussiste un interesse di mero fatto nell’aspettativa del correntista ad essere informato dell’assegno privo di copertura giacché l’ordinamento non accorda alcuna tutela alla detta situazione, né nella forma del diritto soggettivo né in quella dell’interesse legittimo (Cass. 12 febbraio 2013 numero 3286). Peraltro nella specie non è neppure indicato né individuato il danno subito e neppure la sua consistenza. L’appello principale deve essere conseguentemente rigettato.

Passando all’esame dell’appello incidentale proposto dall’istituto bancario va rilevato che esso si fonda sulla natura autonoma e non accessoria delle fideiussioni. A questo proposito va precisato che il contratto autonomo di garanzia è il contratto in base al quale una parte si obbliga, a titolo di garanzia, ad eseguire immediatamente e cioè a prima richiesta, la prestazione del debitore indipendentemente dall’esistenza, dalla validità o dall’efficacia del rapporto di base, senza poter sollevare eccezioni di sorta salvo la sola exceptio doli generalis. Il garante deve quindi provvedere immediatamente al pagamento nei confronti del creditore, senza possibilità di opporre contestazioni. Ciò che contraddistingue il contratto autonomo di garanzia è l’assoluta mancanza di accessorietà rispetto al rapporto principale, a differenza di quanto accade con la fideiussione che è il rapporto accessorio rispetto all’obbligazione principale. Mentre il fideiussore è debitore allo stesso modo e ampiezza del debitore principale e si obbliga direttamente ad adempiere, il garante si obbliga piuttosto a tenere indenne il creditore dalla mancata prestazione del garantito, per qualsiasi ragione ciò avvenga. In relazione alla possibilità di qualificare un negozio quale contratto autonomo di garanzia piuttosto che fideiussione è necessario l’inserimento in un contratto di fideiussione di una clausola di pagamento a prima richiesta e senza eccezioni che vale di per sé a qualificare il negozio come contratto autonomo di garanzia, in quanto incompatibile con il principio di accessorietà che caratterizza il contratto di fideiussione, salvo quando vi sia un’evidente discrasia rispetto all’intero contenuto della convenzione negoziale (Cass. S.U. 3947/2010; 19736/2011; 10998/2011). In sostanza la caratteristica fondamentale che distingue il contratto autonomo di garanzia dalla fideiussione è l’assenza dell’elemento dell’accessorietà insita nel fatto che viene esclusa la facoltà del garante di opporre al creditore le eccezioni che spettano al debitore principale, in deroga alla regola essenziale posta dall’articolo 1945 del codice civile: è dunque necessario che il contratto autonomo di garanzia preveda espressamente l’inciso “senza eccezioni” o quanto meno neghi, in deroga all’articolo 1945 del codice civile, la facoltà per il garante di opporre eccezioni al creditore. Ma anche ove l’impiego o meno di detta espressione dovesse essere ritenuta non decisiva,

è necessario ai fini della configurabilità di un contratto autonomo di garanzia la relazione in cui le parti hanno inteso porre l’obbligazione principale e l’obbligazione appunto di garanzia (Cass. 17 giugno 2013 numero 15108). Orbene, nella lettera del 27 ottobre 1997 non è dato rinvenire alcuna clausola che preveda una deroga espressa ed esplicita al principio di accessorietà, né l’inserimento di una clausola “a semplice richiesta” ovvero “senza eccezioni” che consenta di ipotizzare l’esistenza di un contratto autonomo di garanzia, con il che deve essere rigettato anche l’appello incidentale, e ciò anche con riguardo alla doglianza concernente il preteso erroneo regolamento delle spese di lite operato dal giudice di primo grado, che ha dato contezza di tale distribuzione del carico delle spese in ragione della reciproca soccombenza e della consistenza delle deduzioni e delle eccezioni che le parti si erano reciprocamente mosse, non senza considerare che la nullità delle clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi e delle commissioni di massimo scoperto corrispondevano ad una consolidata e ormai diuturna giurisprudenza sul punto.

Il rigetto odierno di entrambe le impugnazioni consente di compensare integralmente anche le spese di questo grado di giudizio. Il pagamento del contributo unificato va posto a carico di entrambe le parti in considerazione del rigetto dei rispettivi appelli.

P.Q.M.

La Corte rigetta l’appello principale e quello incidentale e compensa integralmente tra le parti le spese di questo grado di giudizio. Contributo unificato a carico di entrambe le parti.

Così deciso in Taranto il 4 maggio 2015. Depositata in Cancelleria il 5 giugno 2015.


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