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Adozione: evoluzione storica

28 ottobre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 28 ottobre 2015



Evoluzione storica dell’istituto dell’adozione: dai romani alla legge sull’adozione.

L’adozione è da sempre un istituto giuridico che determina un rapporto genitore-figlio tra persone che non hanno tra loro alcun rapporto di tipo «biologico».

In sostanza, volendo usare una terminologia ormai superata dalla riforma della filiazione (L. 219/2012 e D.Lgs. 154/2013) , un bambino, figlio di genitori «naturali», in virtù dell’istituto dell’adozione, diviene figlio «legittimo», dei soggetti che lo «adottano».

Alcune forme di adozione, anche se con finalità del tutto diverse da quelle perseguite dall’istituto attuale, erano conosciute sin dalla più remota antichità.

Storicamente, le forme di adozione codificate che più si avvicinano alla concezione attuale, come spesso accade per il nostro diritto, sono quelle legate alla legislazione romana.

Prima delle legge delle XII tavole, l’istituto era rappresentato dall’adrogatio ove un soggetto sui iuris, spesso pater familias, con tutto il suo nucleo familiare, entrava a far parte di quello dell’adrogator.

Con l’adoptio, istituto successivo alle XII tavole, un pater familias, invece, poneva sotto la sua potestà un soggetto appartenete ad altra famiglia.

Nella sua evoluzione, l’adoptio previde, in una prima modificazione, che l’adottante avesse età maggiore di quella dell’adottato, così configurandosi una sorta di filiazione e, poi, che l’adoptio dovesse avvenire nell’interesse dell’adottato, cosicché non era possibile adottare da parte di chi non era in grado di mantenere il figlio adottato.

Secondo autorevole dottrina , «proprio questi ultimi elementi, in epoca postclassica e poi con Giustiniano, rappresentarono le caratteristiche fondanti dell’istituto». Venne, infatti, diffusamente affermato che adotio natura imitatur e cioè che l’adozione era effettuata ad imitazione della filiazione e quindi chi non era dotato degli organi necessari alla procreazione non poteva adottare e l’adottante doveva avere almeno diciotto anni più dell’adottato. Venne inoltre fissato un altro fondamentale principio, in base al quale il giudice non poteva consentire l’adozione se non dopo aver sentito il soggetto da adottare.

Nel cosiddetto diritto intermedio, l’adozione prevedeva che l’adottato restasse sotto la «potestà» del proprio genitore «naturale», acquisendo esclusivamente diritti ereditari nei confronti dell’adottante.

Sono questi gli anni in cui perde rilievo l’intervento pubblico attraverso il giudice e le diverse forme adottive restano un fatto privato in seno alla famiglia che non ammette ingerenze esterne di alcun genere. Sono, tuttavia, anni di grande confusione e l’istituto, spesso, venne utilizzato per rendere legittimi figli naturali.

Perché l’adozione abbia una sua nuova dignità e una regolamentazione certa si dovrà attendere il codice napoleonico che fissò alcuni principi come l’impossibilità ad avere figli per l’adottante, l’aver compiuto cinquanta anni e una differenza di età con l’adottato di almeno quindici anni. Principi che saranno poi ripresi dalle legislazioni di numerosi stati e, tra questi, il Regno delle due Sicilie, ove la legge promulgata da Ferdinando I il 26-3-1819, affrontò l’istituto nel titolo VIII, artt. da 266 a 286. Il codice post-unitario del 1865, sostanzialmente, riprese quanto previsto dal codice napoleonico.

Sarà con il codice del 1942 che cominceranno poi ad affermarsi nel nostro ordinamento principi fondamentali come quello che l’adozione è un istituto realizzato per offrire assistenza all’infanzia e comincia, quindi, ad essere superato il concetto di adozione come strumento di salvaguardia e trasmissione di patrimoni .

Sarà solo negli anni sessanta, all’indomani della Dichiarazione Universale dei diritti del fanciullo (20-11-1959) e delle sollecitazioni del Concilio Vaticano II, che in Italia il dibattito sull’adozione apre nuovi orizzonti che sfoceranno nella legge 431/1967 sull’adozione speciale.

La normativa, approvata all’unanimità dalle forze del cosiddetto arco costituzionale, sovvertirà definitivamente i fini dell’adozione, che saranno esclusivamente quelli di offrire al minore una famiglia in cui crescere.

Come autorevole dottrina ha scritto, «La procedura prevedeva l’intervento dell’amministrazione della giustizia e dei servizi sociali, la rottura, all’atto dell’adozione, di ogni legame con la famiglia di origine, il pieno inserimento nella famiglia adottante come figlio legittimo (posizione identica ai figli biologici della coppia sposata) e un divario di età tra adottante ed adottato che garantiva al minore due genitori in grado di svolgere la funzione genitoriale e non due soggetti anziani e soli che cercavano sostegno per la vecchiaia» .

Dunque, il capovolgimento delle posizioni di interesse a cui guardava la nuova disciplina dell’adozione consentiva di affermare che le posizioni di adottante ed adottato si erano reciprocamente scambiate.

Dunque, «in quest’ottica, la domanda di adozione più che domanda diventava offerta di disponibilità ad accogliere come figlio un bambino abbandonato. La coppia desiderosa di adottare non era più l’attore principale, ma una risorsa da utilizzare in caso di bisogno. Il soggetto principale, il protagonista della procedura diventava, finalmente, il bambino» .

Questa autorevole affermazione, tuttavia, non trovò riscontro nella realtà che si era determinata anche perché la legge consentiva agli aspiranti adottanti di porre condizioni come l’assenza da tempo di contatti del bambino da adottare con la sua famiglia di origine o la sua normale evoluzione psico-fisica.

In conseguenza dei radicali cambiamenti sociali determinatisi negli anni settanta e ottanta e della più capillare assistenza socio-sanitaria sia alle famiglie in disagio sia alle ragazze madri riducendo radicalmente il numero di minori in evidente stato di abbandono, determinò una drastica diminuzione dei minori adottabili nei primi anni di vita, rendendo il limite degli otto anni previsto dalla legge del 1967 un blocco che, in modo sempre più marcato, indusse chi desiderava adottare un bambino in tenera età a rivolgersi all’adozione internazionale che risultava del tutto priva di regole.

Nel 1983, con la legge 184 (L. adoz.), si intervenne ancora una volta tentando di spostare ancora l’ottica legislativa nel senso di garantire al minore una famiglia e, in primo luogo, la sua famiglia di origine.

I primi articoli della legge, infatti, disciplinano, ancora oggi seppur con le già citate modifiche legislative, l’affido familiare, che ha lo scopo di dare sostegno alle famiglie in difficoltà così tentando il recupero di un corretto rapporto genitori-figli che permetta al minore di crescere in modo armonico tra i suoi affetti biologici.

La legge, tuttavia, prese anche atto del fatto che l’Italia, investita dal benessere, era diventato paese in cui le coppie che desideravano un bambino lo adottavano nei paesi più poveri, ricorrendo l’adozione.

Secondo quanto ha commentato autorevole dottrina, tuttavia, la legge non riuscì a fermare il mercato dei bambini, cui si tentò di porre rimedio con la Convenzione dell’Aja del 1993 che, sottoscritta anche dall’Italia, avrebbe portato alla legge 476/1998 .

Nel 2001, con un accordo tra le forze politiche, è stata poi promulgata la legge n. 149 che, sin dal titolo, «Diritto del minore ad una famiglia» rese chiaro il suo intento.

L’effettiva novità, infatti, è stata quella di aver specificato, in modo molto più preciso rispetto a quanto era stato fatto dalle precedenti disposizioni, quali sono i requisiti che consentono la dichiarazione di adottabilità di un minore.

Va detto, tuttavia, che le diverse leggi succedutesi nel tempo non sono ancora riuscite a rendere completamente centrale il bambino e il suo bisogno di amore per crescere sereno.

L’adozione risulta ancora un istituto giuridico che da molti è visto, sia pur non palesando il pensiero, come strumento per poter soddisfare il proprio desiderio di genitorialità e, solo in secondo luogo, come strumento per donare amore ad un bambino.

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Autore immagine: 123rf com

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