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Lo sai che? Lecite le mansioni inferiori se l’alternativa è il licenziamento

Lo sai che? Pubblicato il 29 ottobre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 29 ottobre 2015

Il datore può demansionare il dipendente in caso di una crisi aziendale che non gli consenta di reimpiegarlo altrove e dove l’unica alternativa sarebbe il licenziamento.

L’azienda può adibire il proprio dipendente a mansioni inferiori rispetto a quelle di assunzione al solo fine di evitare un sicuro licenziamento. Di conseguenza è anche valida la diminuzione di retribuzione: in tal caso, infatti, prevale l’interesse del lavoratore a mantenere il posto di lavoro su quello tutelato dal codice civile che vieta, di norma, il demansionamento [1]. A chiarirlo ancora una volta è la Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [2].

Valido il demansionamento onde evitare il licenziamento

La Cassazione ha più volte giustificato, in passato, il patto di demansionamento che ai soli fini di evitare un licenziamento, attribuisca al lavoratore mansioni, e, conseguentemente, retribuzione inferiori a quelle per le quali era stato assunto o che aveva successivamente acquisito.

In tali situazioni “estreme”, l’adibizione del dipendente a mansioni inferiori è consentita non solo quando la richiesta provenga dal lavoratore – che deve manifestare il suo consenso libero e non viziato –, ma anche quando l’iniziativa venga presa dal datore di lavoro, purché vi sia il consenso del lavoratore e sussistano le condizioni che avrebbero legittimato il licenziamento in mancanza dell’accordo.

note

[1] Art. 2103 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 22029/15 del 28.10.2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 16 settembre – 28 ottobre 2015, n. 22029
Presidente Stile – Relatore Manna

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 22.12.09 la Corte d’appello di Genova, in totale riforma della sentenza n. 2249/08 del Tribunale della stessa sede, rigettava la domanda di G.C. e G.M. intesa ad ottenere la condanna di Poste Italiane S.p.A. a reintegrarli nelle precedenti mansioni tecniche di addetti alla manutenzione dei macchinari del Centro di Meccanizzazione Postale (CMP) di Genova e Aeroporto – che erano state esternalizzate – o ad assegnare loro altre mansioni tecniche di contenuto equivalente, e a risarcire il danno derivante dal demansionamento consistito nell’essere stati adibiti a mansioni di sportello o comunque ad altre gestionali (anziché tecniche) dell’area operativa in cui erano inquadrati in base al CCL di Poste Italiane.
Per la cassazione della sentenza ricorrono G.C. e G.M. affidandosi ad un solo articolato motivo.
Poste Italiane S.p.A. resiste con controricorso, poi ulteriormente illustrato con memoria ex art. 378 c.p.c.

Motivi della decisione

1- Con unico articolato motivo di ricorso si denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2103 e 1362 e ss. c.c. in connessione con gli artt. 43 e 46 CCL 26.11.94 per i dipendenti di Poste Italiane S.p.A. recanti la clausola di fungibilità di mansioni equivalenti e degli accordi 23.5.95 e 20.3.98 sull’alternanza delle predette mansioni equivalenti e dell’art. 5 legge n. 604/66, oltre che vizio di motivazione: lamentano i ricorrenti che la sentenza impugnata, malamente interpretando un precedente di questa Corte (Cass. n. 8596/07), ha trascurato che, se è vero che è legittima una clausola di cd. fungibilità funzionale tra mansioni diverse, è tuttavia necessario che fra di esse permanga un nucleo di omogeneità e affinità; inoltre – prosegue il ricorso – è vero che un patto di demansionamento può essere legittimo se costituisce l’unica alternativa al licenziamento (in caso di
impossibilità di allocare diversamente la professionalità del lavoratore), ma il relativo onere probatorio incombe sul datore di lavoro e non sul lavoratore, mentre la sentenza impugnata ha affermato che i ricorrenti non avrebbero dedotto alcunché in ordine alla possibilità di essere adibiti, dopo l’estemalizzazione, a mansioni di carattere tecnico equivalenti a quelle precedentemente espletate.
2- Il ricorso è infondato.
È noto che è valido il patto di demansionamento che, ai soli fini di evitare un licenziamento, attribuisca al lavoratore mansioni, e conseguente retribuzione, inferiori a quelle per le quali era stato assunto o che aveva successivamente acquisito, prevalendo in tal caso l’interesse del lavoratore a mantenere il posto di lavoro su quello tutelato dall’art. 2103 c.c.; tale patto è valido non solo ove sia promosso dalla richiesta del lavoratore – il quale deve manifestare il suo consenso non affetto da vizi della volontà – ma anche allorquando l’iniziativa sia stata presa dal datore di lavoro, purché vi sia il consenso del lavoratore e sussistano le condizioni che avrebbero legittimato il licenziamento in mancanza dell’accordo (cfr., ex aliis, Cass. n. 11395/14; Cass. n. 25074/13; Cass. n. 2375/05).
Nel caso di specie la Corte territoriale, lungi dal decidere la controversia in base alla mera ripartizione dell’onere probatorio, ha – invece – positivamente accertato che tale demansionamento ha costituito l’unica alternativa praticabile ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo (v. pag. 9 della sentenza impugnata), anche perché la società convenuta si è trovata di fronte alla necessità di ricollocare ben 513 unità adibite all’esercizio tecnico di manutenzione, di guisa che il rilievo della mancata allegazione – da parte degli odierni ricorrenti – di altre collocazioni lavorative con mansioni di carattere tecnico equivalenti a quelle svolte in precedenza si risolve in un’argomentazione meramente rafforzativa, non già in una autonoma ratio decidendi basata su un’errata inversione dell’onere della prova.
Si tratta, in altre parole, d’una motivazione in punto di fatto esposta senza illogicità o contraddittorietà di sorta (in quanto tale incensurabile in sede di legittimità) e sull’esatto presupposto giuridico della possibilità di demansionare il lavoratore ove ciò costituisca l’unica alternativa praticabile ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo e ciò anche al di là dell’esistenza di apposite clausole di fungibilità funzionale.
3- In conclusione il ricorso è da rigettarsi. La natura della controversia suggerisce di compensare per intero fra le parti le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte,

rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di legittimità


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